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89° Capitulum Generale Ordinis Carmelitarum Discalceatorum
Avila 28 aprile - 18 maggio 2003

Documenti

In Cammino… Tornare all’Essenziale

José Cristo Rey García Paredes, cmf

 

 

 

Miei cari confratelli Carmelitani:

mi commuove partecipare a questo Capitolo Generale, momento tanto importante e simbolico nella storia del Carmelo. In voi percepisco l’aroma della grande e santa tradizione spirituale di Giovanni della Croce e Teresa di Gesù. Anche se mi sento indegno, ringrazio per la fiducia che avete riposto nella mia persona. Chiedo a Dio Padre, nostro Abbà, che le mie parole siano un veicolo per voi della sua Volontà e del suo Spirito.  

Introduzione

“In cammino... tornare all’essenziale” è il motto e il tema di questo Capitolo. Il motto contiene un interessante simbolismo, distribuito in tre immagini che contengono un’enorme forza evocatrice: il cammino, il ritorno e l’essenziale, l’essenza. Su questo simbolismo verte il vostro Capitolo Generale. Sarebbe un tema eccellente per qualsiasi Ordine o Congregazione di oggi!

Il simbolo del cammino rievoca l’esodo, la sequela, il processo spirituale o l’avventurarsi nello Spirito. Ci parla della nostra condizione di pellegrini, della nostra vocazione all’Alleanza.

Il simbolo della svolta o del ritorno indica la direzione del nostro camminare. Rievoca il ritorno a casa, il rimpatrio.

L’espressione essenziale si potrebbe intendere in chiave simbolica, più che filosofica: rievoca il profumo e l’aroma in somma concentrazione, si riferisce a ciò che è nucleare, alla sorgente dell’essere.  E’ l’unico necessario, la perla preziosa, il tesoro.

La combinazione di questi tre simboli esprime il triplice dinamismo della vita: dinamismo e movimento in avanti, all’indietro, e verso il centro.

Vorrei invitarvi a contemplare questo insieme simbolico, lasciandovi toccare dalle sue interessanti evocazioni e stimoli  

I. In Cammino…  La Vita che sta davanti! 

In un certo senso il mondo è un luogo di esilio. Non ci troviamo mai completamente a casa. La vita è penetrata d’insoddisfazione (Mark Epstein). Non abbiamo qui una cittadinanza stabile. Siamo stranieri e pellegrini (1Pt 2,11). Non siamo nemmeno nomadi che in qualche modo sanno appartenere a questo mondo, perché cerchiamo un’altra città (Ebr 1, 9-10  13,14).  Qui siamo in par-oikia (At 13,17  1Pt 1,17  Ebr 11,9), in parrocchia, intesa nel senso che non abbiamo una casa propria, permanente.  Questo luogo, questa situazione in cui siamo immessi, non è la nuova Gerusalemme, ma la vecchia Gerusalemme, non è la terra promessa, bensì l’Egitto, non è la patria, ma l’esilio di Babilonia.

Il nostro Signore Risorto ci invita ad abbandonare Gerusalemme, e a tornare in Galilea, dove tutto era cominciato, perché lì lo vedremo (Mc 16,17  Mt 28  At 10,37). Ci invita a seguirlo e ad entrare poco a poco nel Regno, nella comunità dell’Alleanza.

Per questo ci sentiamo chiamati ad “uscire” mettendoci in cammino.  E quando lo facciamo ci convertiamo in comunità di “viatores”, in un gruppo di migranti. Siamo i senza-casa i par-oikoi, che vivono in una casa provvisoria, in terra straniera. Cerchiamo una città futura. Nel frattempo chiediamo al Abbà che ci doni o anticipi oggi il pane di ogni giorno (Lc 11,3).

Non è facile rispondere a questa chiamata. Le istituzioni tendono a farsi onerose e stabili. Noi stessi, arrivati ad un certo punto della nostra vita vogliamo stabilità e sfuggiamo ogni tipo di avventura: tendiamo a rinchiuderci nelle nostre idee, ad installarci nei nostri sentimenti di sempre, nelle nostre tradizioni, nei nostri lavori e nel nostro destino. Non accettiamo facilmente la meta-noia, il cambiamento di mentalità.

Le tentazioni che cercano di sviarci dal cammino o di frenare la nostra marcia sono molto forti. Il popolo d’Israele lo sa bene! Anche Gesù è stato costantemente sottomesso alle tentazioni, che provenivano tanto dai suoi nemici come dai suoi amici[1]. Giovanni Battista gli preparò il cammino (Mc 1, 2-3); la donna anonima di Betania lo unse per affrontare l’ultima parte del cammino (Mc 14, 3.8-9). Gesù vinse tutte le tentazioni; proseguì imperturbabile fino alla fine, e invitò i suoi discepoli a seguirlo e a non fermarsi.

Questa chiamata ci interpella anche oggi. Voi lo avete capito bene, e per questo avete proposto questo motto: “In cammino!” Seguendo Gesù, con gli occhi fissi su di lui, nello spirito di Giovanni della Croce e Teresa di Gesù!

Per voi il cammino interiore si esprime con tanti simboli, “la salita al Monte Carmelo”, il cammino fino alla “settima stanza”. Siete molto fortunati, poiché avete una bellissima proposta di cammino spirituale.  Dal Concilio Vaticano II fino ad oggi avete tentato di ritradurre questa spiritualità del cammino nel contesto antropologico, politico, culturale, della nostra gente. Avete riscoperto la mistica dell’incarnazione, dell’inserimento con i poveri, della compassione, della ricerca di senso... Avete capito, paradossalmente, che si sale scendendo, che si entra uscendo, che si diventa spirituali incarnandosi.  Questa prospettiva paradossale porta con sé inquietudini e rischi. Richiede un cambiamento di mentalità. Quando la sequela si basa su pratiche spirituali, e niente più, il Gesù che stiamo seguendo è sotto controllo. Quando la sequela si basa sull’interpretazione permanente di ciò che capita, allora il Gesù che noi seguiamo diventa totalmente imprevedibile.

In questi giorni vi chiederete se le vostre comunità e istituzioni stanno realmente salendo al monte Carmelo, se tra di voi si percepisce la luce e l’aroma della settima stanza. Quando cediamo alle tentazioni, ci fermiamo e otteniamo il documento di cittadinanza di questo mondo. Il compito che vi spetta è quello di mettere in marcia tutto l’Ordine all’inizio di questo nuovo secolo. Questo deve tradursi in atteggiamenti vitali ed istituzionali. Non è in cammino chi ha una mentalità chiusa, fondamentalista, egocentrica, non disponibile. Rinuncia al cammino chi sa tutto, chi non è capace di cambiare mentalità, chi non si arrischia e si avventura.

Mettersi in cammino presuppone impegno, sforzo, disponibilità.  In un Ordine in cammino tutti devono essere in marcia, tutti aperti alla novità.  L’itineranza interiore rende un gruppo umano vulnerabile ai cambiamenti e aperto al sorprendente.

Alcuni credono che noi religiosi oggi siamo incamminati. Tali persone conoscono la via. Propongono la legge, come elemento di sicurezza. Ma siamo veramente in cammino?  E non è tipico di ogni viaggio passare per zone di turbolenza, come gli aerei che devono volare attraverso queste zone anche se è d’obbligo riallacciarsi le cinture e perdere a volte quota?  “Anche se camminassi per valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza” (sal 23).

Abbiamo forse bisogno di un nuovo orientamento?  Stiamo andando per il cammino adeguato?  L’immagine del telefono appeso è il simbolo visivo di questo riorientamento. Ci rimette in connessione, siamo in rete nuovamente. Non facciamo di nuovo tutto da capo, ma dobbiamo ri-orientarci, ritrovare il collegamento, la direzione che avevamo per qualche istante smarrita.  Non riusciamo spesso a trovare il nostro posto nella Chiesa. Non semtiamo la forza sufficiente per attrarre il popolo di Dio, che sembra allontanarsi sempre più.  Dove andare? Verso dove tornare?  

II. Tornare: La vita verso la Trascendenza! 

Il cammino che vi proponete – in questo Capitolo Generale – è un cammino di ritorno, ritorno al fuoco delle origini, alla Galilea simbolica degli inizi: “In cammino... Tornare all’essenziale!” 

Tornare allo splendore 

Un Capitolo Generale possiede anche una dimensione penitenziale. In esso si riconosce, con umiltà, che a volte ci siamo visti privati della Gloria di Dio.

Quando le cose perdono splendore la loro distruzione è imminente.  La gente destinata alla distruzione resta privata, anzitutto, del proprio onore.  La loro apparenza esteriore diventa patetica, brutta.  Esattamente il contrario è il volto luminoso di un bimbo, che irradia promesse ogni giorno.

Registriamo il declino dello splendore nel nostro mondo di oggi. Ci allarmiamo davanti al declino delle cose importanti. Per questo ci chiediamo se sopravviveremo. Questo timore è molto presente in alcune parti del mondo. Ci sono segni di distruzione, anche nella Chiesa, nella vita religiosa.  Il fatto è che, come diceva Romano Guardini, “il cristianesimo fa il bene migliore e il male peggiore”.

Avere splendore nella nostra vocazione.

La convinzione biblica che Gesù realizzò l’alleanza nel suo sangue per aiutarci a superare la nostra autodistruzione.  Questa idea è abbastanza estranea alla nostra cultura, nella quale pensiamo che dipenda da noi la salvezza o la liberazione dai nostri mali. Come può la croce di Cristo, luogo triste, di debolezza e di morte, significare la salvezza e la vita per tutta l’umanità?

Sulla croce è appeso qualcuno che confidava in quel Dio che aiuta le creature che soffrono. Egli credeva ciecamente nella fedeltà di Dio all’alleanza stabilita con il suo popolo, con i più deboli. Per questo era comprensibile che sotto la croce la gente gli chiedesse: “dov’è il tuo Dio?”

Nonostante tutto Egli rimase fedele all’Alleanza e sperò contro ogni speranza.

L’aspetto più interessante del peccato è che può essere privato del suo potere.  

Tornare: la stella, il sale, la luce 

Non si tratta di tornare indietro, né di restaurare il passato, né di condannare il cammino che abbiamo ultimamente percorso. Quando si ha una mentalità escatologica e apocalittica, propria della nostra fede, l’Alfa è unita all’Omega (Ap 1,8 21,6 22,13), “com’era nel principio, ora e sempre”. Tornare all’essenziale è volgersi al principio e alla fine, è aspettare l’avvento di Dio. Gesù è “ho erchomenos”, Colui che viene (Mt 3,11 11,3 16,28  21,9  24,30  26,64  Mc 13,26  14,62  Lc 7, 19-20). Egli viene dalla Gloria, dalla destra del Padre, dal futuro.

Tornare non è pertanto rinunciare al cammino percorso, ma guardare alla stella che ci condurrà fino alla meta (Mt 2, 9-10), procurare che il sale non perda il sapore (Mt 5,13), che la luce illumini tutti quelli che sono in casa (Mt 5,15). Lasciatemi glossare questo tema del tornare con le immagini della stella, del sale e della luce.

Vi siete riproposti, a questo punto del cammino, di guardare nuovamente la stella, per non perdere l’orientamento; bisogna restituire al sale il suo vero sapore, bisogna porre nuovamente la luce sul lucerniere in modo che illumini tutti. Nel vostro documento di lavoro tutto questo riceve un nome: “rifondazione”.

E perché bisogna “tornare” in questo momento? Oso proporre alcune risposte:

·        Perché, coscienti della complessità del mondo e della nostra realtà propria, volendo rispondere a tante sfide che il nostro tempo ci pone, ci siamo complicati troppo la vita. Il nostro sistema di vita religiosa si sta facendo ogni giorno più obesoBaudrillard parla a ragione dell’”obesità dei sistemi” del nostro tempo[2]. Tutto ci sembra troppo poco. Siamo ammalati di una specie di gola istituzionale che ci complica la vita e non ci permette di assaporarla, viverla, comunicarla. Ci perdiamo in sistemi di idee molto complicati, in organizzazioni dove la nostra persona non realizza i propri sogni ma risponde solo alle cose programmate… quando il sistema diventa obeso, il suo camminare è faticoso, e a poco a poco si paralizza. Di qui la necessità di tornare a guardare la stella.

·        Perché la rivoluzione tecnologica e cibernetica sta dando molto splendore ai mezzi che ci affascinano e ci intrattengono; perdono la propria condizione di strumenti e diventano idoli. Per questo ci preoccupiamo di molte cose. Seguiamo le notizie di giorno in giorno. Riempiamo la nostra vita con le novità. Lo sport, i programmi d’intrattenimento, la varietà, l’innovazione, esercitano su di noi un potere di attrazione formidabile. Nel frattempo riempiono lo spazio di cui abbiamo bisogno per la nostra stanza interiore, ci fanno perdere l’istinto dell’utopia e frenano il nostro cammino. Così perdiamo poco a poco la nostra interiorità, l’intimità, la capacità di raccoglimento e solitudine, la capacità di ricerca. Di qui la necessità di tornare alla stella e abbandonare questi Erode che vogliono manipolarci…

·        Perché la società di movimento ci sottomette a ritmi di vita eccessivamente accelerati. Non tolleriamo processi a lungo termine. Vogliamo soddisfazione immediata o quasi istantanea di ciò che riteniamo appetibile. Vorremmo essere mistici e santi evitando lunghi percorsi. Ci seduce la formazione con risultati immediati. I processi lenti, soppesati, prudenti sono intollerabili per noi. Vogliamo arrivare quanto prima, trovare scorciatoie per il cammino. Per questo ci costa rimanere sempre in cammino. Anche se desideriamo la contemplazione, l’azione diventa tanto intemperante che non le lascia spazio.  Anche se desideriamo l’interiorità e intimità, le preoccupazioni esterne accaparrano tutta la nostra agenda. Siamo molto veloci e non ci godiamo il cammino; le tensioni e le preoccupazioni ci producono insoddisfazione e frustrazione. Abbiamo bisogno di tornare alla mistica del camminare, quella che solo la Stella ravviva in noi: “tornare all’essenziale!”

·        Perché quando i prodotti originali si commercializzano si moltiplica la loro quantità, perdono in qualità, perdono forza. Siamo nel tempo dei succedanei: abbiamo un sale che non sala, uno zucchero che non dolcifica, latte sgrassato, vino non alcolico, tabacco senza nicotina, caffè decaffeinato. Allo stesso modo perdono forza i carismi, quando vengono commercializzati, quando chiunque può condividerli. Il prodotto originale è sostituito dal “succedaneo”. Il carisma di ogni Istituto di Vita Consacrata, che alle origini aveva un aroma, un sapore e uno splendore particolare, poco a poco si mescola con altri aromi, altri sapori, altre luci; la quantità de-essenzializza; si va’ componendo con altri elementi ogni volta meno autentici. Di qui la necessità di ricuperare le essenze.

·        Perché siamo come pecore senza pastore, come discepoli senza maestro, come atleti senza allenatore. Manca l’orientamento spirituale. Lasciamo il nostro camminare all’ispirazione del momento. Sono tante le sollecitazioni alle quali siamo sottoposti quotidianamente, sistematicamente, che non agiamo organicamente, ma come franchi tiratori, rispondendo di volta in volta a quello che ci si presenta. Nella vita religiosa vedo un affanno eccessivo di seguire l’ultima novità, mentre l’interiorità non viene curata. Per questo è necessario tornare all’essenziale.

·        Per questo le nostre comunità sono, in certa misura, impazzite. Succede lo stesso alle comunità familiari moderne. La mancanza di un contesto necessario per creare una mistica collettiva, una comunicazione che parta dall’intimità. A volte sono non-luoghi (Marc Augè), luoghi di passaggio senza intimità, senza vera comunicazione, posti di lavoro. L’ideale della comunità degli Atti degli Apostoli che i monaci vollero intraprendere e che ora la Chiesa ci propone - tra altre cose nel documento “Vita fraterna in comunità” (2 febbraio 1994) - trova molte resistenze. Le diverse generazioni, culture, rendono difficile il dialogo di vita; i nostri demoni interiori generano relazioni di autorità e di competizione. Il risultato è che la vita in comunità, così come si sta portando avanti, non è un aiuto, uno stimolo. Sono cresciute le erbe cattive e l’ecologia comunitaria diventa ogni volta più insostenibile. Abbiamo voluto porre rimedio partendo da una programmazione ogni volta più complessa; ma non sappiamo come porre rimedio partendo da un dinamismo nucleare.  Per questo, abbiamo bisogno di tornare all’essenziale.

·        Abbiamo messo molta enfasi sulla missione. Abbiamo preso coscienza della sua configurazione come “nuova evangelizzazione”. Gli sforzi per rispondere alle sfide della povertà, dell’ingiustizia, dell’ecologia, del neoliberalismo e globalizzazione ci hanno fatto diventare un gruppo più cosciente, critico, impegnato. Scopriamo anche gli esigui risultati dei nostri sforzi. Entriamo nella “notte oscura” della missione. Per questo abbiamo bisogno di tornare alla stella.  

Tornare all’essenziale diventa urgente. E’ come fermarsi lungo il cammino per guardare la mappa, la bussola, per orientarci nuovamente sulla nostra destinazione. Ma la meta non è tornare indietro, è proseguire verso l’essenziale.  

III. L’Essenza…. “l’essenziale” 

Cos’è l’essenziale per la Vita Religosa del nostro tempo? Lasciamo perdere l’aspetto filosofico della questione: non c’interessa ora, in questo Capitolo, discutere la questione teorica degli elementi essenziali e gli elementi accidentali della vita religiosa. Rispondiamo a questa domanda da un punto di vista esistenziale, vitalista, e se vogliamo teorico-pratico.

In questo senso, mi pare interessante inquadrare questo tema dell’essenziale in chiave simbolico-estetica. In chiave simbolica “l’essenziale” potrebbe plasmarsi nell’espressione “cuore”, o “nucleo”, “alimento imperituro”.  In chiave estetica invece potremmo parlare di “essenza aromatica”, “profumo originario”.

Gesù ci orientò in diverse occasioni verso il cuore del tutto, verso il nucleare, il decisivo, verso l’essenza aromatica. Ricordiamo qualcuno dei suoi loghia:

 “Cercate il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù” (Mt 6,33)

“Marta Marta.. una sola cosa è necesaria (Lc 10, 41-42)

“Il primo è: Ascolta Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutte le tue forze. Il secondo è: amerai il prossimo tuo come te stesso. Non esiste altro comandamento più grande di questi” (Mc 12, 29-31).

“Operate non per il cibo che perisce, ma per l’alimento che dura per la vita eterna, quello che il Figlio dell’Uomo vi darà, poiché questi è Coluí che il Padre ha segnato con il suo sigillo” (Gv 6,27).

 

Gesù ci orienta verso l’unica cosa necessaria, verso il comandamento maggiore o principale, verso l’alimento imperituro, autentico, con il sigillo di Dio Padre... qui c’`il nucleo, il cuore, l’elemento che tutto unifica e agglutina.  

L’Alleanza! Cuore, nucleo, ed essenza aromatica 

Già parecchio tempo fa’, l’esegeta Walter Eichrodt diceva che “l’unione di alleanza tra Yahvè e Israele è un elemento originale in tutte le fonti bibliche, anche se si trova in esse in modo frammentario”[3]. Ciò che da un certo momento in poi unificò gli Israeliti – che fino a quel tempo era una coalizione di tribù – fu il contemplarsi a vicenda come gruppi scelti da Dio ed appartenenti pertando a Dio per mezzo di un’alleanza. L’elemento fondamentale, unificatore, proiettivo, è l’Alleanza[4].

L’alleanza con Abramo, padre di molte nazioni, è un’alleanza incondizionata[5]. Al contrario l’alleanza con Mosè è legata all’obbedienza d’Israele. Come l’alleanza dell’Eden, anche Israele deve resistere alla tentazione e vivere secondo la legge. Dio d’impegnò ad essere fedele alla sua Alleanza. Nell’alleanza del Sinai, Dio diede al suo popolo la legge della vita (Es 19,8). Nell’alleanza con Noè, Dio parlò con Israele, ma in favore di tutta l’umanità[6].

La nuova Alleanza è presentata da Geremia come rinnovamento dell’alleanza con Abramo, non come l’alleanza di Mosè[7]. L’alleanza con Abramo è portata al suo compimento perché Gesù è quel seme in cui tutte le nazioni sono benedette. Gesù è il figlio promesso ad Abramo[8].

Il Dio dell’Alleanza si fa’ conoscere attraverso quello che dice, non attraverso la visione. La Parola è essenziale all’alleanza. Abramo non risponde al Dio dell’alleanza dicendo “Vedo”, ma dicendo “Sono qui!” (Gn 22,1.11). Il “sono qui” mi strappa alle tenebre in cui avrei potuto eludere la mia responsabilità. Dio mi trae dall’anonimato e mi chiede responsabilità.

L’alleanza è la cultura del popolo di Dio ed è celebrata nel culto. La storia è un dramma nel quale l’alleanza stabilisce l’unità tra tutte le generazioni. Il nostro obiettivo è mostra, o dimostrare, che l’alleanza di Dio con il suo popolo attraverso la storia d’Israele e della Chiesa è la tappa nella quale si rappresenta il dramma divino. Nell’alleanza non si tratta di oggetti, ma di soggetti. Fuori da questo ambito, Dio e gli esseri umani sono enti, realtà disconnesse, monadi, realtà astratte. Dato che il Creatore è una persona, tutto quello che crea lo realizza a partire da una relazione. Per questo il dramma divino è, da una parte, quello che Dio vede rispetto alla realtà alla quale si dirige, e con la quale si allea. La sua comunicazione analogica ha come obiettivo l’alleanza.

Il Nuovo Testamento è compreso come ratificazione dell’Alleanza e l’inaugurazione di una nuova amministrazione dell’alleanza, con gli apostoli come ministri della nuova alleanza (2Co 3,6). Come libri storici, gli Evangeli espongono gli avvenimenti fondanti che cosituiranno il nuovo Israele, disegnato attorno al tempio celeste che è venuto sulla terra nella persona di Gesù. Così gli Apostoli sono inviati come testimoni legalmente autorizzati e rappresentanti della corte divina.

La nuova alleanza in Gesù continua le azioni di Dio, in modo che la terra non è condannata alla distruzione, ma portata all’abbondanza e alla benedizione. La lettera agli Ebrei parla di questa nuova Alleanza dicendo che ora si è realizzata nel Figlio, splendore della gloria del Padre, impronta del suo essere, e che sostiene tutte le cose con la sua parola potente. Dopo aver realizzato la purificazione dei peccati, si è seduto alla destra del Padre della Maestà nei cieli (Ebr 1,1ss).

Quando l’alleanza è rifiutata o violata, i profeti diventano avvocati di Dio.  Gesù stesso si assunse questo compito: proclamò le minacce e maledizioni legate all’osservanza dell’alleanza[9] così come le beatitudini o benedizioni[10].

Il nostro Dio è dunque un Dio di alleanza, e per questo un Dio di amore: alleanza intratrinitaria, pericoresi permanente e crescente di amore e alleanza extra-trinitaria, alleanza creatrice, provvidente. L’alleanza del nostro Dio con noi, gli esseri umani assume forma di signoria, paternità-maternità, sponsalità.  E la clausola che la costituisce è doppia: da una parte li prologo storico, la presentazione, in cui si esprime fin dove giunge l’impegno di Dio in favore nostro[11] e, d’altra parte, il comandamento principale nel quale si esprime quale dev’essere la nostra risposta al patto: l’amore con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze ci costituisce come persone di Alleanza.

Gesù portò questa alleanza tra Dio e noi al suo punto culminante: attraverso di lui, del suo calice e sangue sparso, so è realizzata la nuova alleanza, definitiva, senza pentimento, eterna (Mt 26, 27-28).  In Gesù l’alleanza ci coinvolge in una risposta di amore con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze, nella quale Dio e l’essere umano sono correlazionati.  Sappiamo che l’amore di Alleanza costituisce anche una comunità che ha “un solo cuore e un’anima sola, che ha tutto in comune” (At 4,32).

In sintesi: vediamo che la coscienza dell’Alleanza ci fa tornare pellegrini, ci mette nuovamente in cammino; ci dice che Dio non si può conoscere metafisicamente, ma nel corso della storia, nel dramma dell’alleanza con l’umanità e con il cosmo. Qui è indicata la “theologia viatorum, theologia nostra”. La comprensione del Mistero in chiave di alleanza di fa vedere la chiesa e il mondo e la storia come in contesto di alleanza; il discorso teologico su Dio così come il discorso su colui che compie l’alleanza; il discorso sull’essere umano, come partner e compagno dell’alleanza; il discorso su Gesù e sullo Spirito come mediatore e mediazione dell’alleanza. La protologia e l’escatologia come fondamento e culmine dell’Alleanza.

Allora la questione è: come questo principio si applica alla vita religiosa del nostro tempo?  

Recuperare l’essenza: coscienza dell’Alleanza tra Dio e il suo Popolo 

Non si è inquadrata, ordinariamente, la teologia della vita religiosa o consacrata partendo da questo nucleo originario dell’Alleanza.  Ciò comporterebbe una riflessione teologica globale partendo da questa prospettiva per dedurre la ricchezza implicita in questa prospettiva.  Lo stesso Magistero della Chiesa in questi ultimi anni è stato parco in questi riferimenti all’alleanza, quando parlava della vita religiosa. Ci sono comunque alcuni riferimenti che sono interessanti e devono essere sviluppati in futuro, come l’affermazione che la VC si costituisce attraverso un atto di Alleanza[12] e che la chiamata, la risposta, le clausole alle quale c’impegniamo, ci parlano di una struttura di alleanza.

Noi religiosi o consacrati cerchiamo di essere nella Chiesa il memoriale vivente e collettivo dell’Alleanza e del suo comandamento principale. L’aspirare alla “Carità perfetta” per mezzo dei consigli evangelici, caratterizza la nostra forma di vita, secondo il Concilio Vaticano II (PC 1), definisce la nostra vita.  Vogliamo vivere nell’amore, per l’amore, dall’amore.  L’essenziale nella nostra forma di vita è un amore di alleanza, che voi nel Carmelo intendete soprattutto come amore sponsale, e che acquisisce, negli ultimi tratti della salita al monte Carmelo o nelle ultime mansioni un’intensità rilevante.

La VC si costituisce nella Chiesa come forma stabile di vita in alleanza. C’è un prologo storico nel quale s’include la storia della propria vocazione, che serve come punto di partenza per il percorso che questa forma di vita assume.

Ciò che è fondamentale della nostra forma di vita religiosa è pertanto la sua visibilità come forma di vita in alleanza. Siamo per la Chiesa l’espressione della sua vocazione più profonda, del suo desiderio più profondo di comunione-risposta all’amore divino.  La nostra Alleanza si esprime nella professione del comandamento principale.  Il nostro voto fondamentale è il voto di carità perfetta, vissuto nell’azione dello Spirito Santo - che ci istruisce internamente - e della pedagogia dell’Evangelo, che ci mostra la via.

Noi siamo, senza dubbio, coloro che usufruiscono di una particolare alleanza con Dio, superiore all’alleanza degli altri membri del popolo di Dio. Viviamo la nostra alleanza “in rete”, in un Corpo. Così come i profeti ricordavano ad Israele la sua alleanza con Yahvè e la reinterpretavano in tempi di difficoltà speciali e dubbi, così pure la vita consacrata, i suoi membri e istituzioni, hanno la missione di essere memoriale permanente dell’alleanza e di reinterpretarla in tempi nuovi. Per questo non ci sentiamo fedeli all’alleanza, quando coloro che formano il nostro Corpo non lo sono.

La nostra missione sgorga da questa coscienza ed esperienza di alleanza. Per questo, ci sentiamo chiamati a denunciare qualsiasi tipo di idolatria, in noi, nella chiesa o nella società, dal momento che si tratta, in ultima istanza, di adulterio, d’infedeltà. Cerchiamo di attrarre i nostri fratelli e sorelle perché anche loro possano usufruire della relazione di amore con il nostro Dio, Abbà, in Gesù e nello Spirito. Desideriamo che Dio sia amato, servito, corrisposto. Proclamiamo che nelle circostanze più dolorose il nostro Dio non ci abbandona e ci compare dinanzi come il Dio crocifisso nel suo Figlio Gesù, portatore della promessa di Vita e di Vittoria.

L’alleanza non solamente è vissuta da noi in comunione intima con Dio, nel Corpo della Chiesa, nella rete dell’umanità. Forma anche parte dell’Alleanza in relazione liberante con tutta la creazione, con la natura. L’alleanza è un dinamismo di comunione globale, di sponsalità globale.

Ricuperare l’essenza: risvegliare la dimensione mistica 

E’ diventata famosa la frase di Karl Rahner sul cristiano del secolo XXI: o sarà un mistico o non sarà niente. C’è molta connessione con la spiritualità dell’alleanza.  

 “L’uomo spirituale del futuro o sarà un «mistico», ossia una persona che ha «sperimentato» qualcosa, o non sarà. Perché la spiritualità del futuro non sarà più trasmessa  attraverso una convinzione unanime, evidente e pubblica, o attraverso un ambiente religioso generico, se questo non presuppone un’ esperienza e un impegno personale”[13]. .

 

Siamo in un tempo in cui aneliamo con speciale intensità alla spiritualità. Il male è che non incontriamo il modo, le forme, la via, guide, maestri.

C’è mistica nella vita religiosa? La vita religiosa è divenuta più contemplativa? Non c’è dubbio che la vita consacrata postconciliare ha preso coscienza, come mai prima d’ora, della sua missione, del suo dialogo con la cultura e le culture, del suo luogo in un mondo ingiusto e violento. Ma ciò non ha significato anche una perdita di senso strettamente religioso e contemplativo? Le nostre stesse comunità si sono impegnate seriamente nel diventare equipe di lavoro e di vita. Abbiamo potenziato l’apprendistato delle forme di relazione intergenerazionale, interculturale.  Quando qualcuno vuole fare l’esperienza del Mistero, del Divino, accorre verso di noi, verso le nostre comunità?

Una vita religiosa senza mistica risulta indifferente ai nostri contemporanei. La mistica non è il risultato dei nostri sforzi, del nostro volontarismo; la mistica è regalo, dono, grazia. E’ il frutto della esperienza vissuta e appassionata dell’alleanza. Nell’alleanza è necessaria l’azione bilaterale, e da questa bilateralità sgorga la grazia dell’Alleanza che è condivisa. Per questo, possiamo dire che la mistica è un dono che ci viene dato, che è a portata di mano, che possiamo e dobbiamo sviluppare, dispiegare.

La svolta, il ritorno all’essenziale è il nostro mondo reale, nel nostro tempo. Il risveglio della nostra essenza deve avvenire qui, ora, e non in una remota solitudine.

La visione monastica tradizionale, essere nel mondo ma non del mondo, oggi può essere ridetta così: implicato nel mondo, ma libero dalle sue seduzioni (lussuria, confusione e rumore, meschinità, irriverenza).

Si è detto con ragione che ogni essere umano porta dentro un monaco, una monaca, un essere monastico che dev’essere svegliato ed educato. E’ proprio di questo essere monastico una passione divina, una ricerca incessante di Dio, un cammino verso la bellezza. “Se la prima cosa alla quale pensi quando ti svegli è Dio, allora sei un monaco!”

La vita consacrata in tutte le sue forme esiste per alimentare lo sviluppo, le capacità e i doni di questo monaco interiore o mistico che tutti portiamo dentro. Il monaco esteriore ha una funzione esemplare, paradigmatica, rispetto al monaco interiore che abita in ciascuno. Tutti abbiamo dentro una coscienza mistica nascosta che desidera nascere, crescere, donarsi liberamente.

Tale essere contemplativo cerca l’intimità con lo Spirito, con la coscienza infinita, con Dio, con il mistero divino nascosto. La parola “mistica” si riferisce a questo desiderio di intimità con il divino, con lo Spirito a favore degli altri e di se stesso.

Il processo che porta a questa intimità e ci prepara ad essa, è la contemplazione. Tutti siamo stati graziati, abbiamo cioè ricevuto questa grazia, tutti riceviamo questo dono e questa capacità, perché siamo esseri “capaci di alleanza”.  Ogni persone ha in sé questo dono o almeno la capacità di accedere ad esso, per il semplice fatto di essere nato. La nostra nascita porta con sé un invito a ricevere questo dono, è una chiamata a sommergerci nell’Assoluto, con la possibilità di trasformarci attraverso il contatto con il divino.  Ogni nascita è una chiamata a sommergerci nelle acque del battesimo, simbolo efficace della morte e risurrezione di Gesù e a nascere dallo Spirito. “Il monachesimo del cuore è il cuore del monachesimo”, diceva il fratello David Steindl-Rast. Potremmo glossare queta frase dicendo con tutta verità che “il Carmelo del cuore è il cuore del Carmelo”.

Un carmelitano autentico è idealmete colui che prende sul serio il carmelitano interiore, il mistico che ogni essere umano porta dentro. “Il monaco che c’è in noi aspira a raggiungere la meta ultima e definitiva della vita; vi mette tutto il suo essere e rinuncia a tutto ciò che non è necessario, ossia si concentra nella meta unica ed esclusiva”[14].  Dobbiamo affermare che il monaco interiore, il carmelitano interiore, è una dimensione di ogni persona, non solamente cristiana. Ma come attivare il monaco interiore che tutti portiamo dentro?  Quando si risveglia in noi il monaco interiore, quando il mistico interiore comincia a vedere la luce, si accende in noi una libertà interiore che toglie importanza alle strutture esterne. L’essenza della vita monastica non sono le strutture, ma la pratica interiore e il cuore di questa pratica è l’orazione contemplativa. 

Il processo mistico 

La vita spirituale è un processo mistico. Inizia quando accettiamo l’invito a vivere in Alleanza, nelle fonti profondi della sapienza, nella coscienza trasformante.

La contemplazione è la meta ultima verso la quale tende la vita delle nostre comunità; risponde al desiderio più profondo dell’essere umano. La pratica spirituale, la meditazione o la contemplazione mistica ci aiuta a prendere coscienza di questa realtà interiore. Avete la vocazione dei pionieri, siete i pedagoghi dell’umanità; siete le levatrici di tanti mistici interiori che ci sono nel mondo.

Lo Spirito ci ha chiamato nel mondo per vivere la spiritualità dell’impegno con tutti coloro che soffrono. Questa chiamata include una parentela con le altre specie, e con la natura, come un tutto in mezzo a questo cosmo, che è la nostra autentica comunità. Essere nel seno di Dio è essere nel cuore del mondo.

C’è qualcosa di magico nella natura: è la presenza divina. E’ una presenza che l’alimenta, che la sostiene, che – a volte – la trasforma. Senza natura non potremmo vivere. Per l’essere umano la natura è sempre stata un amico, una presenza misteriosa, una fonte di costante ispirazione, perspicacia e gioia. Il mondo della natura emana, esprime il mistero dell’Uno, al di là della molteplicità delle forme. Si può percepire l’uno muovendosi nel tutto. La natura celebra nelle forme più svariate la presenza che costantemente dà vita al tutto.

Diceva san Francesco che “se il tuo cuore fosse puro, allora tutto quello che c’è nella natura sarebbe per te il grande libro della sapienza santa, della sacra dottrina”. Il mondo della natura contemplato nella verità suscita in noi la responsabilità di essere restaurato e preservato, per fare in modo che la natura sia sottomessa ad un futuro sostenibile, in cui la comuntà umana viva in armonia con la natura.  Ci è stata affidata la cura e la difesa del sistema della biosfera, la bellezza della natura, e i diritti di tutti gli esseri coscienti che vivono con noi. Dobbiamo stabilire la pace con essi. La salvaguardia della terra è una delle nostre priorità morali più alta, niente può essere previo a questo.

Il mondo come comunità: i nostri predecessori più antichi vivevano in tribù. La tribù era la loro comunità. Quando siamo passati dalla tribù alle famiglie estese e in seguito alle famiglie nucleari, abbiamo guadagnato in libertà e mobilità, ma abbiamo perso la sicurezza basata sull’esperienza della mutua appartenenza. Per questo continuiamo a cercare di ricuperare la comunità nella nostra vita.

La comunità può assumere molte forme. Dipende da situazione a situazione. Ma qualsiasi forma assuma, la comunità richiede certe negoziazioni economiche, obblighi chiaramente definiti e distribuiti nel congiunto comunitario.  Siccome siamo in un mondo dalla crescente cultura comune, l’autentico test della comunità si ha nella tolleranza verso le profonde differenze e l’amore verso i più sfortunati tra noi.  

Spiritualità dell’intimità con il divino 

L’atteggiamento contemplativo è una disposizione verso la vita stessa nella sua profondità mistica. Tale atteggiamento si esprime nelle pratiche spirituali come la meditazione ed altre forme di esplorazione interiore, come la preghiera, il silenzio, la solitudine e il misticismo.

Il mistico è la persona che sperimenta direttamente la realtà ultima, divina, o ne ha una vasta coscienza. Anche se vive nel mondo, è invaso da una pace indescrivibile, in una gioia che non può essere appresa da una mentalità secolare. E’ bellissimo trovare la dimensione contemplativa della vita.

Questa dimensione si caratterizza come cammion di relazione progressiva con tutte le cose: il cosmo, il mondo della natura, la società, gli altri, Dio e l’Uno stesso nel divino. Quello che anima la dimensione contemplativa è l’amore, l’amore divino che ispira, guida, alimenta e mantiene la contemplazione. L’atteggiamento contemplativo è la realtà attiva della vita mistica che agisce in noi e la sua presenza nella stessa realtà divina.  

Nella Chiesa della nuova Alleanza: Madre e Genitrice 

L’Alleanza si realizza oggi in un mondo diviso e dominato da poche nazioni, da poche persone arricchite. L’Alleanza avviene oggi in un mondo nel quale la violenza, che si chiami guerra, terrorismo oppure odio, è molto attiva. I fondamentalismi religiosi alimentano la violenza e distruggono le trame tessute dall’Alleanza.

L’Alleanza vincerà quando  emergerà tra di noi la nuova Gerusalemme, il regno di Dio. Ma dobbiamo prepararci ad accoglierla. Essendo la città della nuova Alleanza, essa conta sulla nostra libertà, la nostra risposta.  Se il Regno non arriva, è perché non lo desideriamo sufficientemente. La nuova Gerusalemme è il luogo d’incontro di tutti i popoli della terra.

Mi affascina l’immagine della Chiesa come l’anziana presentata dal Pastore di Erma. Egli parla di una chiesa innocente, eterna, con una missione transistorica. Ricuperare l’innocenza è una parte essenziale del rinnovamento e della riforma di una chiesa che ricupera il suo futuro.

La Chiesa è madre, con vocazione speciale di essere “matrice”, “genitrice”. La nuova Gerusalemme è colei che forgia la nuova Alleanza.  

 “Dopo vidi un cielo nuovo e una terra nuova - perchè il cielo e la terra di prima erano scomparsi, e il mare non esisteva più. E vidi la città Santa, la nuova Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, splendente come una fidanzata pronta per il suo sposo. E udii una voce forte dal trono che diceva: «Questa è la dimora di Dio con gli uomini ed essi saranno il suo popolo ed Egli sarà il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loto occhi, e non ci sarà più morte né pianto, né grido né fatiche, perché il vecchio mondo è passato». Allora Colui che stava sul trono disse: «Ecco faccio un mondo nuovo». E aggiunse: «Scrivi! Queste parole sono certe e veritiere»” (Ap 21, 1-5) 

Abbiamo affermato con frequenza la maternità della Chiesa, ma non dobbiamo dimenticare che anche le religioni sono un grembo fecondo. Le religioni mondiali sono state, nel corso dei millenni, culture separate. Ora iniziano a dialogare, dopo secoli di barriere di incomunicabilità.  Le religioni ora stanno trovando un terreno fecondo per l’incontro: la lotta per la pace, l’impegno per i diritti umani, la denuncia dello sfruttamento economico.  Ma emerge un terreno ancora più fecondo: la spiritualità, la mistica.

L’esperienza della comunità tra le diverse tradizioni religiose porta ad un’apertura entusiastica verso la spiritualità presente in ciascuna di esse. Si parla oggi di “inter-spiritualità”[15]. In questo scenario si trova la Chiesa all’inizio del secolo XXI.

Riuscirà la Chiesa ad essere “matrice”?  E con questo voglio dire: essere spazio di accoglienza per tutte le religioni, appassionata per il tutto, kat-holes, cattolica che va’ al di là di se stessa e dei suoi membri; matrice, come la madre che offre il suo grembo perché si configuri e si sviluppi questa nuova forma di vita spirituale e culturale. Così contribuirà alla generazione della civiltà dell’amore (Paolo VI).  Sarà il contenitore nel quale tutta l’umanità può depositare le proprie speranze. Non guarderà ai membri delle altre religioni o tradizioni religiose come persone fuori di lei (sal 87).

Una Chiesa matrice, fonte di una nuova cattolicità, appassionata per il tutto: dialogherebbe con la testa, con il cuore e con le mani: dialogo accademico, teologico, dialogo di preghiera, di meditazione, fatto di liturgia, e di dialogo sull’impegno per la giustizia, la pace e l’ecologia.

La Chiesa Matrice sarebbe allora la Chiesa del Logos, che costituisce Gesù che è infinito, insondabile in tutte le sue manifestazioni, ma allo stesso tempo manifesta in Gesù la sua opzione per i poveri, il disadattato, il disprezzato.

La Chiesa Matrice è inclusiva.  

La sfida dell’Inter-spiritualità 

Lasciatemi concludere questa esposizione parlando di una sfida che stiamo affrontando sempre più, e nella quale voi - come Ordine - avete un ruolo da protagonisti. Si tratta dell’inter-spiritualità.  Comprendere cioè la spiritualità cristiana come un elemento della rete, di un web della spiritualità mondiale.  Non parlo di una spiritualità superiore, nel suo grado più alto, ma di una spiritualità in rete, compresa nella sua dimensione orizzontale universale. Ciò significa che è più vulnerabile agli influssi di altre spiritualità, ma allo stesso tempo ha la possibilità di influenzare beneficamente tutte le altre spiritualità. La prospettiva dell’Alleanza e della cura universale di Dio su tutto ciò che è umano, ci fornisce una fiducia di base davanti a questa rete, che non sarà mai abbandonata dalla mano di Dio. Il nuovo paradigma antropologico ed ecologico ci trasmette una fiducia pazza nella Provvidenza, come quella che esprime Paolo nel capitolo ottavo della lettera ai Romani.

Tutte le spiritualità sono parte della profondità umana, della sapienza che abita la famiglia umana… dietro questa comunità di comunità c’è lo Spirito, l’unico Spirito.

Non rende giustizia a Gesù considerare questo movimento come anti-cristiano, quando egli stesso ha offerto il suo calice di alleanza a tutti. La inter-spiritualità non si basa su di un intento sincretista, che forza una sintesi là dove la sintesi non è possibile.  Lo diceva l’altro ieri Giovanni Paolo II ai giovani a Madrid: le idee si propongono, non s’impongono!  E quando il fuoco dell’amore riscalda tutto, allora prevale l’amore verso l’altro su ogni paura, la fiducia su ogni sospetto, l’integrazione sulla divisione, l’affermazione del divino sull’affermazione dell’ego, l’apertura sulla chiusura del cuore.

La mistica ci riunisce tutti dinanzi al Mistero Santo, ineffabile. Unisce al di là delle parole, delle dottrine, delle fedi, delle virtù. Indù, Giudei, Cristiani, Buddisti, Mussulmani, Uniati, Sikhs, Giainiti, Quaccheri, Taoisti… tutti s’incontrano nell’esperienza mistica comune.  La meditazione è diventata parte integrante ed imprescindibile del misticismo del secolo XXI.

La spiritualità ci scappa di mano. Emergono dappertutto visionari inter-spirituali che ci ricompongono. L’interspiritualità è un agente di misticismo universale e di spiritualità integrale. Il misticismo universale richiede un pensiero inclusivo, visionario. La spiritualità integrale unisce corpo, spirito, mente, cosciente, incosciente e supercosciente.  L’interspiritualità unisce gli elementi che procedono dalle tradizioni religiose del mondo, che sono sette:
·       
capacità morale
·       
solidarietà con tutti gli esseri
·       
profonda opzione per la non violenza
·       
pratica spirituale
·       
autoconoscimento maturo
·       
umiltà
·       
stile di vita semplice e modesto
·       
servizio disinteressato e agire compassionevole
·       
voce e agire profetico 

Grazie ancora per avermi chiamato. Ho imparato anche dall’essere qui e condividere la vostre riflessioni, il vostro cammino come Ordine per riscoprire tutta la ricchezza della vostra eredità spirituale, a volte più conosciuta al di fuori della vostra famiglia religiosa che non all’interno. Che lo Spirito vi accompagni nel vostro cammino verso l’essenziale.  

 ____________

[1] Cf. Susan R. Garrett, The Temptations of Jesus in Mark’s Gospel, William B. Eerdmans Publishing Company, Grand Rapids, Michigan / Cambridge, 1998. Eccellente lavoro sul vangelo di Marco sotto la prospettiva delle tentazioni come altrettanti tentative di distoglierlo dal suo cammino.
[2] Cf. J. Baudrillard, Las estrategias fatales, Anagrama, Barcelona 1985. “Non si parla dell’obesità di alcuni individui, ma di quella di tutto un sistema, è l’obesità di tutta una cultura. Solo quando il corpo perde le sue regole e le sue proporzioni, allora si arriva a questa forma oscena di obesità” (p.28).
[3] Cf. W. Eichrodt, Theology of the Old Testament, Westminster Press, Philadelphia, 1951, 1:36 
[4] Cf. Michael S. Horton, Covenant and Eschatology. The divine Drama, Westminstern John Knox Press, Louisville – London 2002.
[5] Gn 15 viene così interpretato nel NT: cf. Rm 9, 6-8 e Gal 3, 1-29.
[6] “Aspirando l’aroma calmante, Yhwh disse in cuor suo: «non tornerò a maledire il suolo a causa dell’uomo, perché il suo cuore è malvagio fino alla radice, e non tornerò a ferire ogni essere vivente come ho fatto. Fin tanto che duri la terra, la semente, il feddo e il caldo, estate e inverno, giorno e notte, non cesseranno»” (Gn 8, 21-22).
[7] “Vengono giorni – dice il Signore – in cui stringerò con la casa di Israele e con la casa di Giuda una nuova alleanza; non come l’alleanza che strinsi con i loro padri, quando li trassi dall’Egitto (...) Dopo quei giorni porrò la mia Legge dentro di loro, la scriverò nei loro cuori, io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo” (Ger 31,31s).
[8] Gal 3, 15-18.
[9] Cf. Mt 21, 18-22.
[10] Cf. Mt 5, 1-12  Gv 20,29  Ap 2-3.
[11] I diversi scritti dell’AT sono coerenti con questo modello di alleanza.  La Genesi e l’Esodo servono come prologo storico per l’alleanza. Dio giustifica i diritti sovrani per mezzo delle potenti opere nella storia in cui sono proclamati. L’alleanza si attualizza propriamente nell’orazione confessionale (i Salmi) e le sue maledizioni sono invocate contro il popolo che non la rispetta dai profeti.
[12] “In questo modo evocano essi evocano davanti ai fedeli quel meraviglioso connubio, alleanza sponsale, fondato da Dio e che deve rivelarsi pienamente in futuro, per il quale la Chiesa ha come unico sposo Cristo” (PC 12). Cf. anche Redemptionis donum 8; CIVCSVA, elementi essenziali della dottrina della Chiesa sulla VC, n. 5.10.37.; Vita consecrata 93.
[13] Karl Rahner, Schrisften Theology. VII, 22: «der Fromme von morgen wird ein Mystiker sei, einer, der etwas erfahren hat, oder er wird nicht mehr sein, weil die Frömmigkeit von morgen nicht mehr durch die im voraus zu einer personalen Erfahrung und Entscheidung einstimmige, selbstvertändliche öffentliche Überzeugung und religiöse Sitte aller mitegetragen wird».
[14] Raimon Panikkar, Blessed Simplicity: The Monk as Universal Archetype, New York, Seabury Press, 1982, 10.
[15] Cf. Wayne Teasdale, The Mystic Heart, New World Library, Novato, CA 1999.

 
    
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