[ English ] [ Italiano] [ Español ] [ Français ] [ Deutsch ]
 

89° Capitulum Generale Ordinis Carmelitarum Discalceatorum
Avila 28 aprile - 18 maggio 2003

Documenti
 

LA RIFONDAZIONE TERESIANA DEI FRATI CARMELITANI SCALZI 

Teofanes Egido OCD

 

 

 

             Mi è stato chiesto di riflettere storicamente (pertanto non spiritualmente) sulla “rifondazione” dei frati da parte di santa Teresa, la cui idea nacque proprio qui ad Avila, e si materializzò pure nelle terre abulensi, a Duruelo.

            Partiamo dal presupposto che tutti conosciamo la sostanza di quel processo, che non fu tanto semplice né tanto idealizzato come si suole presentare. Per questo, dal momento che è così conosciuto, è importante tanto la riflessione storica come il ricordo di quanto si sa, poiché anche il ricordo può essere una forma stupenda di riflessione.  E teniamo presente, e ciò è più che un presupposto, l’ovvietà alla quale tutti siamo assuefatti: l’ovvietà che la nostra fondatrice (come dicevano tutti al tempo della fondazione, anche se più tardi si levò qualche voce dissonante) fu una donna, un caso eccezionale, o meglio, un caso unico: fino ad allora non c’era nessun Ordine monastico, né mendicante o canonici che fosse stato fondato da una donna, né che nel suo processo di fondazione il “secondo ordine” sia stato anteriore al “primo”, il femminile prima del maschile.  

1.   LE MOTIVAZIONI DELLA MADRE TERESA 

Quando e perché la Madre Teresa si decise a fondare i Carmelitani Scalzi? La Santa Madre stessa, la fonte fondamentale della nostra riflessione, ci da la risposta ad entrambe le domande.

Il tempo. Proprio quando ella era nella sua casa, contenta e tranquilla, facendo esperienza di preghiera e di fraternità, perché non conviene dimenticare che la sua esperienza di preghiera fu ciò che diede l’impulso al suo progetto rinnovatore, per rifondare o fondare nuove forme di vita carmelitana, come viene detto nel documento di lavoro Tornare all’essenziale 45: “Cinque anni dopo la fondazione di san Giuseppe di Avila. Questi sono stati gli anni più tranquilli della mia vita, di cui spesso la mia anima rimpiange la calma e la quiete”. Si tratta degli anni 1566 o 1567, che coincidono con la visita del padre Generale dell’Ordine, Padre Rossi, visita storica d’altra parte, poiché “i nostri Generali risiedono sempre a Roma e mai nessuno venne in Spagna” (Fondazioni 1,1  2,1). E’ anche il tempo in cui le giunsero informazioni e informatori sulla situazione della Chiesa.  Infatti Madre Teresa viveva tranquilla, chiusa con le sue monache, ma era molto ben informata. E queste informazioni la condussero all’apertura dei suoi conventi di monache scalze, e allo stesso tempo alla fondazione dei frati del medesimo ordine.

Le motivazioni. Non potrebbero essere espressi in modo più chiaro nei suoi ricordi: la nascita dell’Ordine dei frati rispondeva alla sensibilità ecclesiale della madre Teresa. Entrano nell’orizzonte delle sue preoccupazioni quando prende coscienza dell’inutilità delle armi, della violenza, nei conflitti di quelle guerre di religione, e quando percepisce la necessità di moltiplicare quei piccoli gruppi di donne oranti, come pure di letterati, di predicatori e di missionari che battezzassero tanti indios che morivano senza battesimo: in quei tempi di confessionalismi morire senza battesimo equivaleva a dannarsi eternamente, anche se si fosse trattato di quell’inferno sfumato chiamato limbo. 

            Preoccupazione per la chiesa d’Europa

            In primo luogo le arrivarono le notizie sulla situzione della Chiesa europea, della frattura della Cristianità. Le arrivarono ovviamente attraverso la propaganda che il re inviava ai conventi, chiedendo preghiere per il successo della sua politica religiosa, che coincideva con gli interessi dinastici, specialmente nel suo impegno contro la Francia. Di fatto, l’immagine dei “luterani” che si rispecchia in santa Teresa è la stessa che si trasmetteva in questi comunicati, studiati da specialisti come Otger Steggink e J.I. Tellechea. Non erano luterani, bensì calvinisti, ugonotti, quelli a cui faceva riferimento la Madre Teresa, ma in quel tempo il modo di parlarne includeva tutti.

            Anche se l’abbiamo letto molte volte, ricordiamo le parole del primo capitolo del Cammino di Perfezione, come una famiglia ascolta sua madre, ponendo attenzione alle sue lacrime amare, dal momento che soffriva per la Chiesa che amava: Venuta a sapere dei danni in Francia di questi luterani e come questa disgraziata setta stava dilagando, mi sentii molto prostrata, e come se potessi fare qualcosa o fossi qualcosa, piangevo con il Signore e lo supplicavo che rimediasse a tanto male. Mi pareva che avrei dato mille vite per salvare anche solo un’anima delle molte che si stavano perdendo.  

            Gli indios che si perdevano

            Un poco più tardi, prese coscienza di cosa voleva dire un’impresa evangelizzatrice nelle Indie (in America). Ci sono molte frasi retoriche, abituali negli scritti teresiani, dal momento che ella, che aveva quasi mezza famiglia nelle Indie, quasi tutti i suoi fratelli, era sicuramente informata di cosa voleva dire ciò che gli europei chiamavano nuovo mondo, e che, come ho detto in precedenza, fece cambiare o rivoluzionare molti pregiudizi nella vecchia Europa. Sicuramente ella seguiva la visione ufficiale. L’altra le venne attraverso un seguace di p. Las Casas, il p. Maldonado, un personaggio singolare.

            Nel primo capitolo delle Fondazioni, dopo aver parlato della presa di coscienza ecclesiale del suo ridotto numero di donne oranti a San Giuseppe, ricorda l’effetto della visita di quel frate missionario, contento di andare nei parlatori di monache: Cominciò a raccontarmi dei molti milioni di anime che lì si perdevano per mancanza di dottrina, e ci fece un sermone e un’esortazione invitandoci alla penitenza, e se ne andò. Rimasi tanto addolorata della perdita di tante anime che non ce la facevo più. Scappai in un romitorio con molte lacrime... E mentre mi trovavo in questa grande pena, una notte mentre pregavo mi si presentò nostro Signore nel modo solito, e mostrandomi molto amore, come volesse consolarmi, mi disse: ‘Aspetta un poco, figlia mia, e vedrai grandi cose’. Queste parole rimasero così fissate nel mio cuore che non se ne andarono più.  

2.         MUNITA DI PATENTI E DESIDERI, MA SENZA FRATI 

            Pianse, ma non si fermò a questo. Sentiva ed amava la Chiesa, soffriva per la Chiesa che, conformemente all’ecclesiologia di allora, era l’unico strumento di salvezza delle anime.  Questo “aspetta e vedrai grandi cose” si realizzò con l’espansione dei conventi di monache e con la fondazione dei frati contemplativi (denominazione primitiva dei riformati o scalzi): “consideravo infatti quanto fosse necessario che, se si fondavano monasteri di monache, si avessero dei frati della medesima Regola” (Fondazioni 2,5).

            a) L’idea della fondazione dei frati naturalmente partì da lei, con la mediazione del Vescovo D. Alvaro de Mendoza (Fondazioni 2,4), che chiese la licenza “perché si facessero nella sua diocesi alcuni conventi di frati scalzi della Regola primitiva. Egli (il Generale) avrebbe voluto acconsentire, ma scontrandosi con l’opposizione dell’Ordine, per non turbare la Provincia, lasciò la cosa in sospeso”.  Ma la Madre Teresa, tenace, non si perse d’animo, insistette, e le licenze arrivarono da parte di padre Rubeo all’inizio del 1567. Erano molto restrittive: si permettevano solo due case di contemplativi e solo nella giurisdizione del Provinciale di Castiglia. Temeva, da buon Generale, le tensioni che ne sarebbero potute derivare, anche perché era rimasto scottato da precedenti tentativi di riforme nell’Ordine, sempre conflittuali.

            b) Su chi poter contare? La Madre vedeva anche la difficoltà di trovare vocazioni secolari e di poter contare sui calzati, cosciente com’era del declino dell’Ordine in Castiglia. Ed era realmente molto debole la presenza dell’Ordine, in quantità e qualità e anche dal punto di vista personale: “Passati alcuni giorni, considerando com’era necessario che, se si fondavano monasteri di monache, che ci fossero anche frati della medesima regola, e vedendo che ce n’erano tanto pochi in questa provincia, che quasi mi pareva dovessero estinguersi, raccomandando molto il tutto a Nostro Signore, scrissi una lettera a P.N. Generale”; “Ma se da una parte mi consolavo per le autorizzazioni ricevute, mi angustiavo dall’altra per non aver un religioso in tutta la provincia che conoscessi atto a dar principio all’opera, né alcun secolare che volesse assumerne l’incarico. Non facevo che supplicare nostro Signore affinché ne suscitasse qualcuno” (Fondazioni 2, 4-5).

            E’ una tentazione non ricorrere costantemente alle parole della Madre, molto più espressive di qualsiasi altra opera. Ebbe le sue incertezze, e già allora la sua preoccupazione vocazionale: “Non avevo nemmeno la casa né mezzi per averla… Ecco quì, una povera monaca scalza, senza aiuto di sorta fuorché da Dio, munita di patenti e buoni desideri, ma impossibilitata ad attuarli. Il coraggio e la speranza però non venivano meno, dal momento che se il Signore aveva dato una parte, avrebbe fornito anche il resto. Tutto mi sembrava molto fattibile, e così cominciai a mettermi all’opera” (Fondazioni 2,6).  

            3.         INSUCCESSO DI DURUELO 

Sappiamo già come, per lei provvidenzialmente, per gli storici in modo più normale, si cominciò a trovare una soluzione per il problema del luogo con Duruelo, e con quello delle persone nell’estate del 1567 a Medina del Campo. Le sue parole sono piene di sfumature interessanti quando parla dell’incontro con il padre Antonio de Heredia e fra Giovanni di San Mattia, al quale mancava ancora un anno di studi a Salamanca. I due erano molto presi dall’ideale di quei tempi, quello del rigore, qualcosa di estremamente apprezzato in quelle società. In fra Giovanni comunque si può registrare un processo molto conosciuto, non istantaneo certo, nel quale si può notare il suo cammino di conversione dal rigore al teresianesimo.

            L’estate seguente padre Antonio stava preparando il mobilio per Duruelo, sprovvisto di quasi tutto ma ben fornito di orologi, di parecchi orologi, per scandire l’osservanza regolare. Ma ella portò con sé fra Giovanni a Valladolid, il suo “mezzo frate”, come spiegherà più tardi Gracian nel suo altro libro delle Fondazioni. E lì a Valladolid, approfittando del fatto che non vi era ancora clausura, ebbe luogo quell’apprendimento accelerato, una specie di noviziato nel quale fra Giovanni ebbe la fortuna di avere la Madre Teresa come maestra di noviziato. Ella nei suoi ricordi insiste su quell’insegnamento (Fondazioni 13,5): Partii con fra Giovanni della Croce per la fondazione già descritta. Là essendo stati qualche tempo senza clausura a causa degli operai che aggiustavano la casa, ebbi la possibilità di far conoscere al p. fra Giovanni della Croce il nostro sistema di vita, badando che comprendesse bene ogni nostra pratica, tanto per la mortificazione che per la fraternità dei rapporti, e la maniera in cui passiamo la ricreazione; tutto è così ben moderato che serve a farci conoscere i nostri difetti e a darci un po’ di svago per poi osservare la Regola in tutto il suo rigore. Quel padre era tanto buono che potevo imparare più io da lui che lui da me, ma non era questo che intendevo: volevo solo che s’informasse del nostro modo di vivere.

Il Superiore però era il padre Antonio, sempre zelante nel rivendicare il suo primato cronologico nello scalzarsi. Con lui c’erano fra Giovanni e fra Giuseppe di Cristo. E così, nel segno del rigore, cominciò l’avventura, nel casolare, in una specie di cascina, a Duruelo.

Gli sviluppi non furono secondo gli ideali che aveva la madre Teresa. Era scontenta del posticino in cui aveva iniziato il suo progetto carmelitano per gli uomini. E non solo del luogo, troppo appartato, sperduto (ella stessa perse la strada quando si recò a trovarli), che dava la possibilità di predicare solamente a dei villani, ma anche dello stile di vita che lì imperava, che non era esattamente quello che ella aveva sognato, lei cittadina di mentalità borghese. Bisogna leggere le pagine magistrali del capitolo 14 del libro delle Fondazioni dedicate al ricordo della sua prima visita a quella singolare prima comunità di carmelitani scalzi. Si può percepire la delusione che si nasconde nelle sue parole che descrivono come un modello, che usano parole retoriche per convertire in qualcosa di esemplare ciò che non era né convento né niente, le croci e le acquasantiere che abbondavano in quel “portichetto” di Bethlehem, la maledizione del tempo di padre Antonio in cui ancora faceva caso all’onore, le mortificazioni, l’andare scalzi, le conversazioni che ebbero e l’insuccesso che ebbe la Madre nel suo tentativo di ridurre alla ragione quei penitenti, per portarli alla sensatezza che è un valore teresiano essenziale, uno stile di vita che pretendeva perché per lei era evidentemente un qualcosa di essenziale: Quei Padri avevano la virtù di cui io mancavo. Perciò tennero le mie parole in poco conto e continuarono per la loro via. Me ne partii tutta piena di gioia, ben lungi dal rendere a Dio adeguati ringraziamenti per quel favore così grande. Piaccia al Signore nella sua bontà di concedermi di servirlo almeno in qualche cosa per il moltissimo che gli devo! Amen.  Come anch’io vedevo, in quella casa mi aveva concesso una grazia assai più grande che non accordandomi di fondare conventi di monache. (Fondazioni 14,12).

Aggiungiamo quest’ultima osservazione per renderci conto che la Madre Teresa aveva progettato la sua fondazione maschile come qualcosa di diverso da quella delle monache, e l’importanza che ebbe per lei il servizio ecclesiale dei suoi frati. Notiamo però anche, con lo stile del suo linguaggio ironico, che il rigore per il rigore non rientrava nel suo disegno, anche se i primi vi facevano molto caso. La prima vita del Carmelo maschile fu, di fatto, attraversata dalle tensioni tra l’umanismo teresiano e il rigore, quasi connaturale a tutte le riforme. Una volta morta, la Madre sarebbe diventata di questa tendenza, quella di un rigore barocco e clamoroso, almeno questa fu la linea che si impose.  Ma da viva, ella non si stancava di esigere altre condizioni.

La prima: quella di poter contare su letterati, che lei identifica, come fa la lingua spagnola, con la gente di talento. Lo ripeteva con maggior insistenza nei momenti critici, dal 1576 al 1579.  Ricordiamo come si rivolge al rigorista Ambrogio Mariano, l’ingegnere tanto valorizzato da Filippo II, e che si dedicò a costruire grotte per il Carmelo o per delle strane solitarie. Si diceva che alla Madre sarebbe piaciuto che i suoi figli fossero scalzi, scalzi del tutto. Si attribuiva questa diceria anche al padre Juan Roca, che l’avrebbe diffusa. Ed ella viene al punto in quella lettera di fine anno del 1576, dove tra le altre cose programmatiche asserisce: Cerchi di capire, padre, che io sono molto amica di insistere molto sulle virtù, ma non sul rigore, come lo vedranno in queste nostre case. Forse perché io sono poco penitente. Per lei il rigore, per tanto, non è uguale a virtù.

Prima gli aveva detto: quanto dice il padre fra Giovanni di Gesù sull’andare scalzi, sul fatto che io sarei quella che lo vuole, ciò mi sorprende, in quanto io sono quella che ha sempre diffidato il padre fra Antonio di farlo, ci si sta sbagliando. Se vuole avere il mio parere è che era mio intento il desiderio che entrassero buoni talenti, e che la troppa asprezza li avrebbe spaventati; tutto ciò è stato necessario per differenziarsi dagli altri. (Lettera ad Ambrogio Mariano, 12 dicembre 1576).

E già verso la fine della sua vita lo ripeteva in quei giorni di febbraio del 1581, con la gioia di essere già una provincia a parte, con le preoccupazioni costituzionali per il Capitolo di Alcalà, e quando scriveva a sua cugina, la priora di Valladolid: “Sappia che non sono più quella che ero nel governare: tutto ormai faccio con amore” (17 febbraio 1581). Vennero offerte le fondazioni di frati nelle due città universitarie di Valladolid e Salamanca, i primi conventi di Vecchia Castiglia, dopo il lungo vuoto che si ebbe tra Duruelo e Mancera. E la Madre scriveva al padre Gracian: “Questo convento, quello di Valladolid, avrei voluto essere il primo, ed anche quello di Salamanca, sono posti buoni. Anche se si comincia con un angolino, in questi luoghi è una grande cosa fondare” (27 febbraio 1581, 14-15).

“Era mio desiderio che entrassero buoni talenti”. Questo vuol dire che la Santa preferiva figli intelligenti più che asceti, salvatori di anime più che rigorosi. Per questo, tra le tante cose, era affascinata dal padre Gracian: “Sia benedetto il Signore che gli ha dato tanto talento! Non dovrei mai smettere di ringraziarlo per le grazie che ci fa e per quella di averci dato un tale padre”, scriveva in quei giorni a Maria di san Giuseppe. E’ chiaro che quanto scriveva queste ultime cose, nel 1576, erano successe e stavano succedendo tante cose. Pertanto, tornando a quanto detto, Duruelo si rivelò un evidente insuccesso. Di fatto dopo appena sei mesi dovettero migrare a Mancera, molto vicino e completamente rurale. E nel 1600 la comunità si mosse da Mancera ad Avila.

Fu un insuccesso anche in qualcosa di molto essenziale per gli inizi di un’esperienza: nel reclutamento di vocazioni. Fra Giovanni, come maestro di novizi, a parte le sue assenze da Pastrana ed Alcalà, ebbe poco da lavorare come formatore: in Duruelo non si ebbe nessuna professione. Solo due postulanti, che non professarono lì bensì a Mancera, l’anno seguente. I loro atti di professione sono firmati dal Santo.

 

5.         IL SUCCESSO DI PASTRANA

 

            Certamente la crescita dei conventi dei contemplativi o scalzi fu sorprendente nei primi anni, ma non precisamente a partire da Duruelo o Mancera, bensì da un altro enclave di Castiglia: da Pastrana (1569). Il successo è spiegabile in quanto a Pastrana si offriva in forma spettacolare quanto la società richiedeva: il rigore. Un rigore portato a estremi inimmaginabili e sorprendenti da numerosissimi novizi, che iniziarono ad affluire in buona parte per la vicinanza con la città universitaria di Alcalà de Henares.

            Tutti sappiamo come per stemperare gli eccessi inenarrabili di quel noviziato di Pastrana, la Madre inviò fra Giovanni della Croce da Mancera, missione che non ebbe tanto successo. Tutto infatti si era complicato quando era comparsa nel 1571, animando novizi e tante altre persone, lo strano personaggio di Caterina de Cardona, che viveva in grotte solitaria. Di lei rideva sonoramente santa Teresa, in quanto aveva ella pure un desiderio di avere l’abito degli scalzi, ma non come monaca bensì come frate, seguendo un ideale di penitenze ed austerità che affascinò quei frati e molti altri dopo di loro, nei primi anni di fondazione.

            E così, mentre a Mancera si tirava avanti senza molte speranze e nella Vecchia Castiglia non si fondava nemmeno un convento di contemplativi, nell’altra Castiglia, nel segno di questo rigore, cominciò una crescita incontenibile di conventi degli scalzi, tanto richiesti in quelle società barocche, affascinate dagli estremismi dei rigori.

            Uno sguardo al quadro fondazionale prova che ciò è evidente. Negli anni settanta, davanti alla solitudine del primitivo e già trasferito convento di Duruelo, in Vecchia Castiglia, non meno di dieci fondazioni erano sorte in Nuova Castiglia e in Andalusia.

 

            6.         CRISI DI CRESCITA 

            Per comprendere questi tempi conflittuali, cioè dal 1570 fino più o meno al capitolo di Alcalà del 1581, o le angosce di santa Teresa, le tensioni e le paure, gli eccessi di alcuno, bisogna tener conto in primo luogo del processo di crescita.  Si può dire che l’età conflittuale fu, in effetti, l’età della crisi di crescita.  

            Tentativo di riforma dei Carmelitani

            In primo luogo, ricordiamo come la Riforma tridentina dei regolari non si impose con gli stessi criteri, né con la medesima intensità in tutti gli Ordini religiosi. A rimorchio andavano i trinitari, i mercedari e i carmelitani. Per quanto riguarda la Spagna, il re Filippo II aveva più fretta e più esigenze che Roma.  Franata la riforma dall’interno, ossia nella famiglia stessa dei Calzati, vennero introdotti commissari esterni con ampie capacità´, i Domenicani. A partire dal 1569 questi commissari esterni riformatori del Carmelo (calzato) furono per la Castiglia il domenicano padre Pedro Fernandez e per l’Andalusia il p. Francisco Vargas.  P. Pedro Fernandez ebbe un programma concreto: riformare l’Ordine introducendo gli scalzi nei conventi di Castiglia, a volte il priore stesso, per dare impulso alla riforma, e per questo troviamo p. Antonio a Toledo, fra Giovanni della Croce e altri ad Avila, prima di passare nella torretta a lato dell’Incarnazione, oltre tutto incaricato delle monache dell’Incarnazione che avevano la Madre Teresa come priora, mandata affinchè le riformasse, e non per farle diventare tutte scalze.  L’altro commissario, p. Vargas, in Andalusia preferì creare nuove comunità di scalzi, e questo era trasgredire le limitazioni del padre Generale Rossi; ciò fece in modo che in Vecchia Castiglia non si crescesse mentre in Andalusia sì.  

            “In ogni casa facevano quello che volevano”

            La cascata di fondazioni era stata accompagnata da un incremento di vocazioni, ma la crescita era anarchica, senza punti di riferimento dall’identità precisa, senza costituzioni, senza norme. Le comunità erano condotte da un unico criterio, il rigore. Era il tempo delle “penitenze da bestie” in Nuova Castiglia ed Andalusia.  Madre Teresa guardava con perspicacia e dolore, dal momento che i frati non stavano molto ad ascoltarla.  Ebbe persino tentazioni di lamentarsi di aver fondato i frati, come dice nel capitolo 23 delle Fondazioni: “Giunse però un tale tempo in cui, più di una volta, se non mi fossi affidata alla misericordia di Dio, mi sarei davvero perntita d’averla cominciata (la Riforma).  Mi riferisco alle case dei frati, perché quelle delle monache, grazie a Dio, finora sono sempre andate bene. Quelle dei frati non andavano male, ma avevo l’impressione che sarebbero presto finite. Infatti non avevano una provincia propria, erano governati dai calzati, non avevano nemmeno le Costituzioni date dal nostro reverendissimo padre Generale. In ogni casa facevano quello che volevano. Siccome uno la pensava in un modo e l’altro in un altro, se si fossero aspettate le Costituzioni o atteso che essi avessero potuto reggersi da sé, la Riforma ne avrebbe assai sofferto. Questa situazione mi metteva spesso in angustia”.

            Questo lo scriveva raccontando la fondazione di Beas, dove aveva appena conosciuto il padre Gracian, e lo scriveva per mettere in risalto cosa voleva dire la presenza e il protagonismo e la grande speranza di riordinare tutto di quel giovane sacerdote, che aveva appena professato, colto, brillante predicatore, gradito al suo Ordine, nominato visitatore di Andalusia e presto anche di Castiglia, e che sarebbe presto diventato un nuovo elemento di discordia. In quegli anni successe di tutto: aggressioni, calunnie, guerre a base di Brevi e contrabrevi. I poteri di padre Gracian venivano dal Nunzio Ormaneto, quindi – ripeto – da un accordo con il re.  

            Il conflitto inevitabile: il re ed i Nunzi, giurisdizioni e sopravvivenza

            L’Ordine, nel suo Capitolo Generale di Piacenza nel maggio del 1575, cercò di prendere in mano la situazione. Si ordinò la soppressione dei conventi dei contemplativi realizzati senza licenza del Generale (quelli di Andalusia). Si decide di togliere al padre Gracian i suoi poteri di visitatore. Con altre autorizzazioni si nomina il padre Tostado visitatore di tutti. Il re non ammette queste ingerenze romane intollerabili nella sua politica regale. Mentre il Nunzio Ormaneto era ancora vivo, gli scalzi potevano vivere più o meno tranquilli. Ma, come dice la santa Madre “morì un Nunzio santo che favoriva molto la virtù, stimando gli scalzi, e venne un altro Nunzio, che Dio pareva aver inviato per esercitarci nelle sofferenze. Era imparentato con il papa, e dev’essere un gran servo di Dio, ma iniziò a favorire i calzati, e secondo le informazioni che da loro riceveva a nostro riguardo, decise che non era bene che le cose andassero avanti secondo i nostri principi. Cominciò ad attuare il suo piano con estremo rigore, condannando all’esilio o alla prigione coloro che gli potevano resistere” (Fondazioni 28,3).  Anch’essa fu confinata. E cominciò il conflitto tra i brevi del nunzio morto e i controbrevi del nunzio nuovo.

            In realtà tanta violenza non si spiega solo con il conflitto tra Madrid e Roma, né con i conflitti giurisdizionali. Quello che era in gioco era la sopravvivenza degli uni e degli altri, la distruzione, come dice la Santa, applicandolo agli scalzi; la paura dei calzati, che non aveva prospettive di crescita, di essere assorbiti dagli scalzi. Ecco perché nel primo momento forte di Sega, dal 1576 al 1578, successe quel che successe, la persecuzione degli scalzi.  

            Persecuzione degli Scalzi

            Chi legge le Fondazioni del padre Gracian (editate molto bene dal padre Astigarraga), è portato a pensare che gli umiliati, i perseguitati e i condannati in quella circostanza furono innazitutto e soprattutto lui stesso, poi il padre Antonio e il padre Mariano, e solo in seguito il padre Roca. Sono gli unici che vengono nominati. E’ chiaro invece che il suo confino a corte, o a Pastrana o ad Alcalà fu relativamente leggero, e non compare invece per niente l’autentica vittima, totalmente assente dal libro di Gracian: fra Giovanni della Croce. Era il più fragile, rimasto sempre al margine di queste faccende, indifeso e solo ad Avila. I Calzati, con la protezione del nunzio, unitamente alle forze secolari, si lanciarono su di lui e lo sequestrarono, perché quello fu un autentico sequestro, nella notte tra il 3 e il 4 dicembre del 1577. La Madre Teresa, da san Giuseppe di Avila, si fece carico la mattina del 4 dicembre, ossia immediatamente, d’intraprendere un azione legale per notificare la sparizione.  

            Il capro espiatorio : fra Giovanni della Croce

            Non mi dilungo su questo avvenimento tanto significativo e tanto poco conosciuto della sua prigionia toledana. In quell’ambiente carcerario, dove c’erano così tanti carceri, i conventuali potevano essere il miglior sollievo, se avevano un priore comprensivo, oppure i più crudeli, se il priore era rigoroso, come fu quello di Toledo, risentito. Sappiamo molto bene ciò che significò la prigione di Toledo, ma durante quei nove mesi nessuno venne a sapere dov’era finito il povero fra Giovanni della Croce. E non si seppe anche perché nessuno aveva interesse a saperlo, in quanto gli scalzi che andavano e venivano dalla Corte e i cortigiani, o quelli che avevano ascendente su Filippo II, come il suo ingegnere così stimato, p. Ambrogio Mariano, non si interessarono per niente della sorte di fra Giovanni, e così pure Gracian, Roca  e il Doria, che iniziava già a manifestare le sue doti diplomatiche dal sud, da Siviglia.  

            L’angoscia e la tenerezza della Madre Teresa

            L’unica che si commosse, e con tanta intensità, fu la Madre Teresa. Il suo epistolario, da dicembre fino ad agosto, ridonda d’angoscia, di attenzioni e soprattutto di tenerezza. Le sue lettere ci dicono che piangevano l’assenza di fra Giovanni anche le monache dell’Incarnazione, quelle di san Giuseppe, doña Guiomar de Ulloa, il compagno di fuga fra Germano, che “molto coraggioso”. Davanti a questa situazione, ella lamenta l’inezia di coloro che che avrebbero potuto fare qualcosa o molto presso il re (al quale non arrivò nemmeno la lettera che aveva scritto il giorno stesso del sequestro), presso il nunzio, e che “non fanno nulla perché venga liberato”.  “Non so che cosa sia successo, che non ci sia alcuno che si ricordi di questo santo” (19 agosto 1578, quando la fuga dal carcere è ormai vicina).

            Ebbe timore che morisse. “E’ molto debole per il molto che ha patito, e temo per la sua vita” (al re). “Temo qualche disgrazia”, “Sarei più contenta che si trovasse tra i mori, chissà, avrebbero più pietà”.

            Ancor più l’inquietava il non conoscere nemmeno il luogo dove si trovava fra Giovanni. Pochi giorni prima della sua fuga, scrive a Gracian che fa’ il sordo: “Sono spaventata della sparizione di fra Giovanni della Croce”. E negli stessi giorni, spiega ad Anna di Gesù l’eufemismo della sparizione: “Non può credere, figlia mia, la pena che ho in cuore perché hanno fatto sparire il mio padre fra Giovanni della Croce, e non troviamo né traccia né pista per sapere dove si trovi, perché i padri calzati sono molto zelanti nel tentativo di far terminare questa riforma”.  E non si seppe niente, come disse più tardi Anna di san Bartolomeo: “al punto che nessuno sapeva più niente di lui, come fosse morto”. Anch’essa insiste nel sottolineare che l’angustia della Madre era soprattutto il non sapere “e non riuscire a capire dove lo avevano potuto portare”, e l’ingenua Anna si stupisce “che Dio le faccia intendere (alla Madre) tante altre cose più facili ma non le riveli dove stava il buon padre fra Giovanni della Croce, che lei amava tanto”.

            Anche dopo la liberazione, prima del viaggio che si sta programmando perché egli partecipi al Capitolo poco legale di Almodovar (1578), non tace al padre Gracian le sue ansie perché eviti il peggioramento di fra Giovanni, “che stava così male”. “Prego Dio che non muoia, vostra Paternità procuri che venga curato in Almodovar, che non venga trascurato: ne restano pochi a vostra paternità se egeli dovesse morire”.

            Non so se i dettagli che si trovano nelle lettere della Madre Teresa provenivano dal santo. Alcuni testimoni processuali posteriori dicono che essi erano stati informati direttamente da fra Giovanni, o lo avevano udito raccontare. Il confidente più fedele del santo, Giovanni Evangelista, quando già anziano venne interrogato da fra Gerolamo di san Giuseppe di documentare non so quale profezia, a malincuore aveva dovuto confessare: “non lo udii mai raccontare qualcosa che si potesse dire soprannaturale, e che poteva sembrare una lode di se stesso; e neanche lo udii raccontare la sua prigionia o i suoi travagli, anche se alcune volte glielo domandavano”.  

7.                  PROVINCIA INDIPENDENTE NEL CAPITOLO DI ALCALA’ – 1581 

La prigione ebbe la sua importanza. I carmelitani calzati rimasero un po’ ammirati. Fra Giovanni divenne un simbolo, e i simboli hanno la loro importanza. Egli iniziò ad essere considerato in Andalusia, ed entrò nei quadri direttivi, prima come rettore, poi come priiore, vicario provinciale, provinciale, definitore per i capitoli, consigliere della Consulta.

            E il conflitto iniziò ad indirizzarsi per l’unica via possibile: quella dell’indipendenza. I calzati e il nunzio continuavano ad opporsi, ma le informazioni giunte al re lo misero al corrente delle cose, e una volta entrato in lizza il re Filippo II, i suoi avversari potevano fare poco. Lo dice la santa (Fondazioni 28): “Ritenni la faccenda conclusa, come di fatti lo è, per la misericordia di Dio. (...)  Ben poco si sarebbe ottenuto se Dio non si fosse servito del re. Perciò sorelle gli siamo molto obbligate a non cessare mai nelle nostre preghiere di raccomandarlo al Signore, con tutti quelli che sono venuti in soccorso di questa causa di Dio e della Vergine Signora nostra: non saprei abbastanza raccomandarvelo”.

Sta di fatto che il re aveva bisogno di Ordini religiosi che fossero più suoi che di Roma, più della sua chiesa che di quella del papa. Perciò s’impegnò per la soluzione dell’indipendenza. Si volle seguire il modello francescano, alcantarino, costituendo una provincia propria per gli Scalzi (che potevano già utilizzare tale nome), indipendente dai provinciali, dipendenti direttamente dal Generale (dei Calzati) ora comprensivo e realista (Pia consideratione 1580).  L’indipendenza si ottenne di fatto con il capitolo di Alcalà (1581), finanziato dal re, e che risultò pertanto un gradito coro regalista.  

8.                  CAMBI DI REGIME E CRESCITA 

Da quel capitolo costituivo di Alcalà uscirono le Costituzioni delle monache e quelle degli Scalzi, che diedero la norma, l’uniformità che mancava. Non senza opposizione (11 voti contro gli 7 di padre Antonio) venne eletto Provinciale fra Gracian, e riprese la crescita di conventi e di frati. Anche la Vecchia Castiglia, che fino ad allora aveva solo il convento di Mancera, uscì dal suo sonno. Anche se la madre fondatrice non lo poté vedere, solamente nel rettorato salmanticense del p. Alonso degli Angeli, in due anni, dal 1585 al 1587, presero l’abito un centinaio di universitari, futuri fondatori, missionari, storici (ad es. Tommaso di Gesù, Francesco di santa Maria Pulgar). In contrasto con questa tendenza, più intellettuale, spirituale ed apostolica del vecchio nucleo, la Nuova Castiglia e l’alta Andalusia incarnavano il sogno eremitico e monastico.

Si fondò a Lisbona, nella Nuova Spagna e a Genova.  E tale crescita obbligò ad un cambiamento di regime, uscendo da quello personale di padre Gracian a quello collegiale del Doria (la Consulta, o Dieta, una specie di Definitorio), il quale reggerà il destino della Provincia dal 1585. Ci furono opposizioni, come quella del padre Gracian, e in qualche occasione fra Giovanni della Croce, impegnato nello stesso governo. Ma prevalse il criterio rigoroso del padre Doria.  

9.                  DA PROVINCIA A CONGREGAZIONE (1588), ORDINE NUOVO (1593) CON DUE CONGREGAZIONI

 

Avvenne un cambamento fondamentale: nel 1588 la provincia divenne Congregazione, ancora soggetta al Generale calzato ma con un suo Vicario Generale, con provinciali propri per ciascuna delle cinque province della Penisola iberica. Si deve registrare un nuovo impulso di crescita, calcolando l’esistenza di non meno di 1300 frati. Non si tarderà a riconoscere una nuova provincia, quella di sant’Alberto, nella Nuova Spagna, quella delle Indie spagnole.

A Madrid nel 1591 si ebbe il capitolo del riconoscimento del padre Doria, dell’eliminazione delle contraddizioni, dell’allontanamento di fra Giovanni della Croce.

Nel 1593, sempre per interessamento di Filippo II, si crea il nuovo Ordine dei “Fratelli Scalzi della B.V. Maria del Monte CARmelo”, con piena giurisdizione, senza dipendere più dal Generale dei Calzati né dai loro capitoli. Indubbiamente questa era la meta che si prefiggeva Santa Teresa. Ma né lei né fra Giovanni della Croce vi arrivarono. Gracian era espulso, Doria che era vicario divenne Preposito Generale e poco dopo morì (maggio 1594). Come suo successore venne eletto p. Eliseo di san Martino, nel generalato del quale si fondò a Roma (1596), ossia nascerà la Congregazione d’Italia, il cui spirito teresiano e la cui spinta missionaria completava la Congregazione di Spagna, contemplativa ed osservante. L’Ordine usciva finalmente dalle strettezze del dominio della monarchia spagnola, per aprirsi all’orizzonte missionario di tutta la Chiesa.  

CONCLUSIONE 

            L’Ordine dei Frati nacque con i dolori del parto della Madre e di fra Giovanni della Croce. Crebbe tra scarsezza ed abbondanza di vocazioni, tra i conflitti, come fu per tutti gli altri Ordini provenienti da uno più antico.  A volte, al tempo delle origini, predominò la paura e lo sconcerto.  Ma nelle origini di quella proposta ecclesiale e nella sua madre fondatrice non mancò mai un certo stile di novità, i sogni, la gioia, la speranza.  Come la stessa madre Teresa amava ripetere quando era preoccupata di trovare i suoi primi frati: “Non mi venivano mai meno il coraggio e la speranza, dal momento che se il Signore aveva già dato una parte non avrebbe mancato di dare anche il resto”.  E così con il suo pluralismo, ciascuna delle due Congregazioni erano unite nello stile di vita teresiano, uno stile al quale, come la Madre fondatrice, danno tanta importanza le nostre Costituzioni e che viene raccolto anche dal documento “Tornare all’essenziale” (n. 58), documento che costituisce il filo conuttore di questo Capitolo Generale.

 

    
NEWS-NOTIZIE  *  CURIA  *  P. CAMILO MACCISE  *  SITI O.C.D  *  INDIRIZZI  *  OCDS
www.ocd.pcn.net
   Informazioni

Updated 30 apr 2003  - Page maintained by O.C.D. General House