[ English ] [ Italiano] [ Español ] [ Français ] [ Deutsch ]
 

89° Capitulum Generale Ordinis Carmelitarum Discalceatorum
Avila 28 aprile - 18 maggio 2003

Documenti

LE GRANDI LINEE DELLA SPIRITUALITÁ SANJUANISTA

José Vicente Rodríguez

 

 

 

 Saluto e introduzione

             Saluto tutti, il Padre Generale e tutti i fratelli nel Carmelo!

Giungo a questa assemblea per accompagnare san Giovanni della Croce, che aveva voglia di venire a salutarvi ricordandovi, come Padre e Fratello maggiore, alcune cose importanti della sua vita e dottrina, per confermarvi in questo ritorno all’essenziale, sul quale l’Ordine ha lavorato con il noto testo Instrumentum Laboris, compito in cui vi impegnerete in queste giornate capitolari. Il nostro santo ha tutto il diritto e il dovere di assistere al Capitolo Generale, dal momento che “quando la santa Madre realizzò il suo progetto, la divina Provvidenza le diede come compagno san Giovanni della Croce[1]” (CC 11); e dal momento che ha esperienza di cosa sia un Capitolo Generale, avendo assistito ai primi tre della Riforma, nel 1588, 1590 e 1591.  Anche prima era intervenuto in tutti i Capitoli degli Scalzi: 1581, 1583, 1585, 1587 e nelle due riunioni informali degli Scalzi del 1576 e 1578.  

Nelle Costruzioni dell’Ordine ci viene detto: “Dio dunque ha disposto la vita e l’esperienza spirituale della santa Madre in modo che così ella ci fosse maestra e modello stupendo di vita carmelitana. Dobbiamo inoltre guardare al S. Padre Giovanni della Croce come all’immagine viva del carmelitano autentico. Egli può ben ripeterci la parola dell’apostolo: «siate miei imitatori, come io lo sono del Cristo» (1Co 4,16  11,1); infatti la vocazione del Carmelo rinnovato brilla nella sua vita, attività e dottrina” (CC n. 11).  

Partendo da questo dato fondamentale che egli è immagine viva, icona e nostro modello di identificazione, possiamo discernere le linee maestre della sua spiritualità, e a partire da tali linee ben tracciate possiamo tornare a ripetere l’invito che ci rivolge ad imitarlo o, detto in altro modo, ad assomigliare a lui come i figli devono assomigliare ai padri.  Assomigliare, non copiare pedissequamente, che è un’altra cosa.  

I. Linee guida della spiritualità sangiovannista 

Le linee maestre della sua spiritualità si scoprono scrutando la sua vita, e ricorrendo il suo magistero, orale e scritto. Da questi dati o avvenimenti della sua vita, s’illumina la dottrina, allo stesso modo che con la sua dottrina s’illumina la sua vita e ci è dato anche di conoscere per questa via di più e meglio la sua biografia intima.

La vita di Giovanni non fu molto lunga: 49 anni. Una vita con poca geografia, anche se all’interno della penisola iberica percorse qualcosa come 27mila km. I chilometri di allora erano fatti degli stessi metri di quelli di oggi, ma erano più lunghi e pesanti, proprio a causa della condizione in cui si camminava e dei mezzi di trasporto. Con poca geografia, però con molta storia e dottrina, quelle di cui sta beneficiando ora qui l’Ordine stesso e penso che ne beneficerà sempre più in futuro.  

Con che criterio bisogna guardare all’esistenza di Giovanni della Croce?  

Personalmente mi piace guardare alla vita del santo partendo da un principio importante che ha formulato la stessa santa Madre. In una delle sue lettere dice a colei alla quale scrive, la famosa priora di Siviglia e Lisbona, Maria di San Giuseppe “dev’essere una persona fatta con i travagli (= le sofferenze che ha passato)” (lettera del 1 febbraio 1580).

Questo giudizio di valore sulle sofferenze, le prove, i travagli nella costruzione della personalità raggiunge nel caso e nella persona di Giovanni della Croce il suo vertice e la sua applicazione agli occhi della santa stessa quando il suo primo scalzo dovette affrontare il carcere di Toledo, dal dicembre 1577 all’agosto 1578.  Non giunse a conoscere l’ultima persecuzione nei confronti del santo, altrimenti chissà cosa avrebbe detto. Di fatto ella stessa, che tanto aveva fatto perché lo trovassero e liberassero dalla prigione, quando una volta libero, viene informata di quanto egli abbia sofferto, giunge a dire: “non merito tanto come fra Giovanni per il tanto patire” (lettera a Roque de Huerta, fine di ottobre 1578).
Il carcere fu il culmine, ma l’apprendistato per diventare la grande persona che conosciamo lo dovette iniziare fin dalla più tenera infanzia, e continuò a praticarlo fino alla morte. Per quanto riguarda le sofferenze nel corso della sua vita, si deve segnalare:

- muore il padre, si trova orfano molto presto
- la povertà, quasi miseria della famiglia
- il vagare con la madre per diversi luoghi, in cerca di un mezzo di sussistenza degno
- accolto nel Collegio “degli Orfani” a Medina del Campo, in seguito infermiere nell’ospedale medinese dei bubboni, ospedale di sifilitici ed altre malattie terminali, oltre al lavoro di studio e di assistenza agli infermi, gli capita un’altra prova speciale: andare per le strade a chiedere l’elemosina a mercanti e cittadini ordinari, prima per il collegio e poi per gli infermi. Tale necessità di chiedere, di supplicare la carità, chiedere per amore di Dio (pordiosear), per quanto giusta sia la causa, è sempre sgradevole, ed espone a disprezzi e sgarbi.
- Una volta carmelitano scalzo, gli piovono addosso la maggior parte dei travagli, e in questo modo egli si forma sempre più come persona, ricco in esperienza e santità. Tutti conosciamo l’episodio del carcere, al quale abbiamo fatto allusione. Nove mesi di prigionia, con tutto quello che accompagnava quella solitudine isolata. Ricordate anche l’ultima malattia, e l’infame persecuzione di Diego Evangelista, nel 1591. Visse costantemente la scienza della croce, che in lui si convertì in teologia, in sapienza, in mistica della croce, come ha notato con tanta perspicacia Edith Stein la quale, già nel prologo della sua opera Scienza della Croce, lascia un chiaro messaggio che è la croce la chiave “per comprendere san Giovanni della Croce nell’unità del suo essere, tale come si manifesta nella sua vita e nei suoi scritti, e ciò da un punto di vista che permette di captare pienamente” quest’unità e questa personalità.

L’aspetto più positivo di questa situazione esistenziale di prove e croci s’illumina magnificamente con la strofa 36 del suo Cantico. Commentando il verso dov’è più folto dentro penetriamo, dice che tale folto è la vita stessa di Dio tanto piena di ricchezze incomprensibili, nelle quali la sapienza e la scienza di Dio è immensa e profonda (n.10).

Per folto in cui egli desidera entrare “s’intende anche molto giustamente la moltitudine di travagli e di tribolazioni a cui ella brama di andare incontro, poiché la sofferenza è per lei gustosissima e utilissima, essendo un mezzo per penetrare maggiormente nel folto della dilettevole sapienza di Dio” (n. 12).

Giovanni della Croce entrava nel folto della sapienza divina man mano che entrava nel folto della croce, come egli stesso dice: “il dolore più puro porta con sé una conoscenza più intima e più pura” (CB 36,12). Partendo da questi due “folti” sperimentati, poté donarci il patrimonio della sua dottrina spirituale ricchissima.
Quali sono allora le linee guida di questa spiritualità di Giovanni della Croce?
Non è affatto difficile fare una lista o un elenco delle tracce più significative e più presenti nei suoi libri e che sostengono, ciascuna a modo suo, la dottrina, l’esposizione delle stesse e il messaggio che trasmettono.  

Enumero le seguenti:  

1. Spiritualità dell’amore e del teologale
2. Spiritualità ecclesiale
3. Spiritualità cristologica
4. Spiritualità nuziale
5. Spiritualità biblica
6. Spiritualità antropologica
7. Spiritualità umanistica
8. Spiritualità apostolica
9. Spiritualità di liberazione e libertà
10. Spiritualità di trascendenza/immanenza
11. Spiritualità del quotidiano 

E’ chiaro che non vi stancherò esponendo tutti questi punti. Ne scelgo alcuni, anche se vorrei dire fin d’ora che tra tutti questi aspetti succede qualcosa come nei vasi comunicanti, di modo tale che gli insegnamenti che si ricavano da ciascuna di queste linee finiscono per fondersi in un solo messaggio e stimolo.  

1. Spiritualità dell’amore e del teologale 

Giovanni della Croce conosceva molto bene la dispersione psicologica e morale esistente nella persona umana. Con i suoi insegnamenti vuole unificare tutte le energie disposte da Dio nella natura umana. Sa bene che la maggiore forza unificante di cui la persona dispone è l’amore. Per questo non esita ad orientare tutto il suo magistero verso la conquista, l’acquisizione dell’amore e, cercando di semplificare il cammino spirituale verso Dio, si propone come maestro e guida pratica all’amore.

Così quando inizia a parlare della notte attiva della volontà ci sorprende con questa impostazione: tutto ciò che io posso insegnare e tutto ciò che la persona spirituale deve fare e vivere si trova scritto nel Deuteronomio al capitolo 6, versetto 5: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze” (3S 16,1). Qui, come il altre occasioni dove cita il testo del precetto dell’amore, vi associa immediatamente il passo biblico del salmo 58,10 che, nella Volgata, dice così “Fortitudinem meam ad te custodiam”, che traduce “riserverò a te la mia forza”. E lo annette per sottolineare energicamente (anche se il senso biblico non è quello della forza dell’anima bensì quello della forza di Dio) che dal momento che “la fortezza dell’anima risiede nelle sue potenze, nelle sue passioni ed appetiti, cose tutte governate dalla volontà”, quando la volontà orienta verso Dio tutto questo potenziale umano e lo allontana da tutto ciò che Dio non è, allora “custodisce per Lui la forza dell’anima e lo ama quindi con tutte le forze” (3S 16,2).

Se parlando della notte attiva della volontà riconduce tutto alla carità, all’amore, non è meno esplicito in ciò quando parla della notte passiva dello spirito. Questa notte passiva dello spirito, nella quale si realizza in pienezza la nozione di notte oscura, è mandata dal  Signore affinché l’anima, centrandosi e concentrandosi in Dio con amore totale e assoluto “utilizzi le sue forze e virtù in questo amore, compiendo così nella verità il primo comandamento che, non disprezzando niente nella persona né escludendo alcuna cosa da quest’amore, dice «amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta l’anima e con tutte le tue forze» (Deut 6,5)”.

Questo è uno dei testi più belli di san Giovanni della Croce tra quelli in cui esalta la dignità dell’essere umano. Di fatto quello che enfatizza è che l’unione con Dio si ottiene

non disprezzando niente della persona
non escludendo alcuna cosa propria da questo amore

ossia non svilire, non disprezzare, non escludere alcuna cosa della persona, bensì tutto assumere per intero. Da questo assumere o da questa sublimazione resta escluso e disprezzato unicamente ciò che non è umano, ciò che con una parola chiamiamo peccato. Il peccato pertanto non entra a far parte della persona, né la costituisce, né la definisce nel suo essere, per quanti peccati, errori e sbagli la persona abbia commesso e commetta (cf. Fioretti di san Giovanni della Croce, p. 183).

Per dare a questa linea della spiritualità dell’amore tutta la sua forza e capire la dinamica che l’amore per Dio deve avere nell’itinerario spirituale disegnato da san Giovanni della Croce, bisogna aggiungere un qualcosa, un “non so che” che le conferisce il fenomeno o la realtà di ciò che designiamo con il nome di innamoramento, lo stato in cui l’anima o la persona è – come egli dice – in ansie d’amore infiammata. In questa chiave bisogna leggere non solo il Cantico Spirituale bensì tutta la dottrina sangiovannea. Lo dice chiaramente nella Salita al Monte Carmelo, I:14,2 : “… ma non basta che l’anima ami semplicemente il suo Sposo, ma si richiede che arda di amore ansioso per Lui”; infiammata di amore significa innamorata. Aggiunge che “era dunque necessaria all’anima la fiamma più potente di un amore più forte, quello cioè del suo Sposo”.

Nel titolo ho aggiunto e del teologale, e volevo dire che l’itinerario dell’amore è fatto non solo di carità bensì anche di fede e di speranza, come si può vedere nella sintesi che offre il santo di queste tre virtù in 2Notte 6 e in 2Notte 21, confermando in modo categorico che “queste tre virtù teologali progrediscono unite insieme”[2], ossia agiscono all’unisono nella vita spirituale e dove è presente tale vita, un atto di fede è allo stesso tempo un atto di speranza e di carità, e un atto di speranza è allo stesso tempo atto di fede e di amore, e un atto di carità è allo stesso tempo atto di fede e di speranza.  E’ impressionante il programma teologale che lancia in una delle sue lettere, spingendo “ad andare per la via piana della legge di Dio e della Chiesa, di vivere solo con fede oscura e vera, con speranza certa e carità perfetta, aspettando lassù ogni nostro bene, e passare quaggiù come pellegrini, poveri, esiliati, orfani, aridi, senza strada e senza niente, aspettando ogni bene in cielo?” (lettera alla Sig.ra Giovanna de Pedraza, del 12 ottobre 1589).

Se ancora non abbiamo chiaro che san Giovanni della Croce si riferisce non solamente al comandamento dell’amore di Dio ma anche a quello del prossimo, si può leggere la strofa 13 del Cantico B, dove parla del fidanzamento spirituale, e proprio alla fine della strofa, indica come si può giungere a questa perfezione nell’amore: “Per conseguire questa carità si deve fare quanto insegna l’Apostolo «la carità è paziente, è benigna..» ecc.” e allega tutto il testo dell’inno alla carità (1Co 13). Così parla della carità, dell’amore fraterno con il quale ci dobbiamo amare gli uni gli altri, e con questo stesso amore fraterno bisogna amare Cristo, nostro fratello.

Questa linea dell’amore e del teologale è la prima e la più importante, le altre vengono ad essere variazioni o modulazioni diverse su questa stessa melodia. Dal momento che in questo Capitolo Generale si desidera tornare all’essenziale, ecco qui ciò che è più essenziale, non solo per la vita di qualsiasi cristiano bensì di qualsiasi religioso, e di qualsiasi Carmelitano Scalzo.  

2. Spiritualità ecclesiale 

L’obiettivo principale e globale di tutto il magistero sangiovanneo è l’unione con Dio. Già fin dalle prime righe della Salita al Monte Carmelo, selezionando e scegliendo i suoi vocaboli, cambia la parola perfezione con quella di unione dell’anima con Dio (argomento del libro della Salita), volendo sottolineare che la parola unione con Dio è molto più personale e relazionale che non la parola perfezione. Così fin dall’inizio sono identificati i protagonisti di tutta la sua dottrina, come pure quelli di tutta la vita spirituale, Dio e la persona umana, i due amanti, anche se dirà molto chiaramente che l’amante principale è Dio[3].

Sviscerando questa realtà relazionale, egli si è trovato immerso nel profondo della Chiesa di Dio.  Paolo VI ha sottolineato con grande energia che “la realtà della Chiesa non si esaurisce nella sua struttura gerarchica, nella sacra liturgia, nei sacramenti, nell’articolazione delle sue istituzioni, ma la sua essenza intima, la fonte originale dell’efficacia con la quale santifica gli uomini affondano le radici nella sua unione mistica con Cristo[4].

Essendo da un lato l’unione perfetta con Dio il nucleo centrale e l’essenza intima della Chiesa e d’altro lato l’aspirazione più alta della vita spirituale, è chiaro che quando Giovanni della Croce tratta di questa unione con Dio sta ugualmente parlando della Chiesa.  Della Chiesa che, secondo il Concilio, “è in Cristo come (veluti) sacramento, ossia segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”[5], costituita da Dio “per essere per tutti e per ciascuno strumento di questa unità salvifica delle persone in Cristo”, “Chiesa strumento universale di salvezza”[6], “che manifesta e allo stesso tempo realizza il mistero dell’amore di Dio per l’uomo”[7].

Dell’efficacia ecclesiale che nasce da quest’amore, ossia della sostanza o essenza o ragion d’essere della Chiesa, Giovanni della Croce parla straordinariamente bene nella famosa strofa 29 del suo Cantico B: Se da oggi nel prato… dove proclama quanto “è prezioso al cospetto del Signore e dell’anima e di maggior profitto per la Chiesa un briciolo di puro amore”[8]. Anche se non si fosse giunti a tale profondità di orazione come questa, quanto più l’azione apostolica sfocia dall’incontro con Dio e dalla propria vita di orazione quanto più profitto ci sarà per la Chiesa da parte dei distributori della parola e dei misteri di Dio[9].  Per sviscerare le ricchezze mentali che contengono gli scritti sangiovannea e le applicazioni pratiche che derivano da questo suo magistero, non c’è niente di meglio che fissarsi nell’identificazione segnalata: unione dell’anima con Dio come tema principale sangiovannea e mistica unione con Cristo come essenza intima della Chiesa.  Faccio un esempio chiarificatore: quando Giovanni della Croce denuncia i disastri che causano nella vita spirituale delle persone, ossia nella loro vita di unione con Dio, i direttori spirituali inetti, non si limita a parlare di un danno a questa o quella persona in particolare, ma parla di un danno o pregiudizio ecclesiale, arrecato a tutta la società ecclesiale. C’è chi continua a pensare che la dottrina di Giovanni della Croce sia troppo individualista o personalista. Niente di più falso.  Nel modo più ampio dice proprio il contrario, e lo fa quando commenta la strofa 30 del suo poema, intesseremo ghirlande, spiegando che “questo verso, preso in senso stretto, si può riferire a Cristo e alla Chiesa, la quale rivolgendosi a Lui, dice «intesseremo ghirlande» intendendo per ghirlande le anime sante generate da Cristo nella Chiesa”[10].  In questo modo riconverte tutto il suo discorso dell’anima sposa alla Chiesa Sposa, situando la sua dottrina nella dimensione ecclesiale più pura, così che le gioie delle anime sono gioie ecclesiali e i danni delle anime disastri e danni ecclesiali.  Dipingendo il volto di Cristo, dice: “è ammirabile vedere il piacere e la gioia che prova l’amoroso Pastore e Sposo dell’anima nel vedersela ormai così ritrovata e perfetta, posta sulle sue spalle e tenuta con le sue mani in questa desiderata unione. E non è Lui solo a provarne piacere, ma vuole che vi partecipino anche gli Angeli e le anime sante”[11]

Da questa impostazione si capisce bene che tutto il nostro apostolato, tutte le nostre attenzioni spirituali nei confronti di un anima qualsiasi sono di tipo e di portata ecclesiale, e per questo bisogna prestarvi la massima cura.

Chiudendo questo paragrafo, voglio ora sottolineare qualcosa di molto importante: se la dottrina di Giovanni della Croce “circa l’unione con Dio è tanto eccellente, il suo magistero ecclesiale lo è in egual misura e per la medesima ragione. L’ecclesiologia più profonda che avrebbe dovuto nascere dagli insegnamenti del Concilio Vaticano II era già stata tracciata ante litteram dal dottore mistico che, oltre ad esporre tale realtà ecclesiale tanto vitale e sostanziale, ne è testimone esperienziale.  Paolo VI lasciò detto una volta per sempre, il 2 ottobre 1974: «l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, e se ascolta i maestri è perché sono testimoni». Così bisogna ascoltare Giovanni della Croce: maestro in quanto testimone”[12].  

3.  Spiritualità cristologale 

Uso la parola cristologale, non cristologica, in quanto cristologia suona un po’ astratta, cristologale invece ha qualcosa di vitale e concreto, allo stesso modo che teologale è più concreto che teologico e più personale.  Dico questo senza ignorare che ci sono lingue in cui non si fa caso a questa differenza di sfumature nei vocaboli.

Per configurare questo tipo di spiritualità, a parte quanto detto a proposito della spiritualità ecclesiale, nella quale Cristo è lo Sposo della Chiesa, e la Chiesa e le anime sono le spose, bisogna porre attenzione ai vari capitoli sangiovannei sulla missione di Cristo nel mondo, dell’umanità, della Chiesa.  La dottrina sparsa in quelle pagine sul mistero di Cristo e le sue dimensioni[13] è così ad ampio raggio da far in modo che tutto quanto a Lui si riferisce risulta composto da una chiave d’interpretazione globale, o che riguarda tutto il suo magistero.

Inoltre qui c’è il metro di paragone delle applicazioni pratiche e delle esperienze che devono configurare la vita spirituale del cristiano.  Tutti conosciamo il vigore con cui è stato scritto il capitolo 22 della Salita quando, parafrasando l’inizio della lettera agli Ebrei, «in molti modi e in più riprese Dio disse in antico…» subito commenta “con queste parole l’apostolo vuol far capire che Dio è rimasto come muto non avendo altro da dire poiché, dandoci il Tutto, cioè suo Figlio, ha detto ormai in Lui tutto ciò che in parte aveva manifestato in antico ai profeti”[14].

A partire da ciò combatte le pretese di coloro che pretendono fare domande a Dio, di coloro che vogliono chiedergli altre rivelazioni, come se non avessimo quanto ci è necessario e sufficiente nella persona di Cristo.  Fare questo comporta una doppia offesa, al Padre Eterno e a Cristo Gesù allo stesso tempo. La forza espressiva di queste pagine è enorme, come quando, cercando di esporre meglio il suo pensiero, dice che “dandoci [il Padre] il Figlio suo, che è la sua parola, l’unica che Egli pronunzi, in essa ci ha detto tutto in una sola volta, e non ha più niente da manifestare”[15]. Più avanti, nonostante avesse detto che il Padre celeste è rimasto come muto, gli dà la parola, citando il Padre celeste persino a san Paolo. In questa specie di rimprovero del Padre verso chi cerchi qualcosa al di fuori di Cristo, dice tra le altre cose: “io vi ho già detto, risposto, manifestato e rivelato ogni cosa dandovelo [il Figlio] come fratello, compagno, maestro, prezzo e premio”[16].  Questo capitolo venne citato in parte dal Concilio Vaticano II, nella sessione 92 del 1 ottobre 1964, da 67 padri conciliari africani, capitanati dall’allora arcivescovo e più tardi cardinale Zoungrana, in un apporto che mirava a correggere ed arricchire lo schema della Costituzione Dei Verbum.  

4. Spiritualità biblica 

La Bibbia è una delle fonti dei suoi scritti, come il medesimo Giovanni della Croce segnala all’inizio dei suoi grandi libri (Salita, Prologo 2; CB, prologo 4;  CA, Prologo 4;  Fiamma B, prologo 1; Fiamma A, prologo 1).  Era il suo vademecum, il libro che aveva sempre sul comodino, viatico dei lunghi viaggi che dovette percorrere.  Quando nel 1585 a Lisbona i Capitolari vanno a trovare la famosa monaca coperta di piaghe egli, dubitando apertamente di quella specie di prodigi e chiamandoli “frodi”, se ne andò in riva al mare con la Bibbia e lì meditava la Parola di Dio.

Nei suoi scritti la presenza della Sacra Scrittura – non usa mai la parola Bibbia – è tanto abbondante che non gli serve solo a fondare le sue grandi idee, bensì anche a trarre da essa esempi e immagini con le quali arricchire la sua esposizione.  Il suo Cantico Spirituale è come il Cantico dei Cantici di un mistico. Ci sono strofe così vicine al Cantico dei Cantici che non lo potrebbero essere di più. Così, ad esempio, la strofa 23:  Di un melo sotto i rami / qui con me fosti sposata, dice “Quanto è contenuto in questa strofa viene descritto alla lettera dallo Sposo dei Cantici alla sposa”[17].

Ma più che la lettera, anche se ci sono tante citazioni bibliche alla lettera nei suoi scritti, quello che trionfa nel magistero sangiovanneo è lo spirito della parola ispirata.

Se notiamo l’uso che Giovanni della Croce faceva della Scrittura nelle sue comunità, animandone la vita con la Parola di Dio, allora capiamo meglio l’importanza che la medesima parola biblica ha nei suoi scritti.  Ascoltiamo la testimonianza di fra Giovanni Evangelista, compagno, amico e confessore del santo, egli dice: “e nel suo parlare di Dio e spiegare i passi della Scrittura si accigliava, perché non gli chiedessero spiegazioni che non poteva dare se non con lunghe spiegazioni; e nelle ricreazioni alcune volte passare delle ore ad esporre i passi su cui era interrogato. Non avrebbe mai smesso di trattare di tali cose”[18].

E Ferdinando della Madre di Dio, che visse con il santo in vari conventi ed era Superiore ad Ubeda quando vi morì fra Giovanni, assicura: “aveva un dono particolare del cielo e una grande perizia nello spiegare qualsiasi difficoltà gli venisse sottoposta a proposito della Sacra Scrittura”[19].  Egli stesso ancora parla dell’arte che fra Giovanni aveva di spiegare “qualsiasi salmo o passo della Settimana Santa”[20]. Quanto questi e altri testimoni chiamano un “dono particolare” o “arte” esegetica noi lo chiameremmo piuttosto carisma.  

5. Spiritualità del quotidiano 

A questo proposito calza perfettamente quanto richiede Giovanni della Croce nello scrivere le Cautele e nell’insegnare a vivere le virtù teologali nella vita comunitaria, la fede, fondamento dell’obbedienza, la speranza, vita di povertà, la carità, ideale della castità.

Calza bene anche con questo tema del quotidiano:
- il suo stile di fare comunità
- il suo modo di educare alla semplicità evangelica
- il lavoro
- la gioia, assoggettando la malinconia, precursora delle attuali depressioni
- l’attenzione squisita verso i malati della comunità, ai quali raccontava facezie, o faceva loro ascoltare musica e mille altre invenzioni del suo amore fraterno, praticando quella che si chiamerebbe “geloterapia” ossia una terapia curativa tramite il riso, e la “musicoterapica”, ossia una cura attraverso la musica.
- il suo modo di insegnare a leggere e studiare la Bibbia, vera e propria scuola e modo per innamorarsi di Dio, trovando in essa “edificazione, esortazione e consolazione” (1Co 14,3)
- la sua arte nel rimproverare evangelicamente
- il suo accompagnamento dei religiosi nell’esercizio dell’orazione, chiarendo a ciascuno le difficoltà che si possono incontrare in questa via e vita di orazione
- nel suo insegnare a leggere la presenza di Dio nella natura, ecc.
- nelle esortazioni da lui fatte, particolarmente verso sera, non omettendo mai qualche buono consiglio, qualche buona considerazione. Dava a ciò una tale importanza che a volte, pur avendo passato tutta la giornata a letto perché si sentiva male, si presentava in refettorio dopo cena, dando un’esortazione pertinente.  Era qualcosa come “la buona notte” data da don Bosco nella sua famiglia salesiana. A parte gli errori che Giovanni della Croce ha potuto commettere, e dei quali era ben conscio, dobbiamo notare il suo segreto pedagogico, in chiaro stile teresiano, secondo il consiglio che la Santa dava alle priore dei suoi monasteri: “procuri di essere amata più che obbedita”[21].  Di fatto egli “fu tanto amato dai suoi sudditi come fosse il padre di ciascuno”[22].  Così parla uno dei suoi religiosi, e un altro dichiara: “con i religiosi si comportava come un fratello, con molta semplicità”, e quando comandava qualcosa a qualcuno dei suoi religiosi era il primo ad eseguirla[23].

Ci potremmo estendere alquanto in altri aspetti della vita comunitaria, della vita di ogni giorno, così come il santo la intendeva e la viveva, ad esempio approfondendo l’aspetto liturgico-orante, nel quale era molto scrupoloso, o nella legge del lavoro, nelle due ore di ricreazione giornaliere, nelle ricreazioni straordinarie, nello stile di vita in cui fu instradato dalla Santa, quando lo tenne mezzo sequestrato nella fondazione del monastero di Valladolid, dove fu istruito come un docile novizio tra le altre cose sullo “stile di fraternità e di ricreazione del nostro modo di vivere”[24].

Tutto quello che potremmo dire qui circa tutto ciò che insegna Giovanni della Croce sul quotidiano, con parole ed opere, mi fa pensare alla santa Madre Teresa. Ella, dopo aver scritto cose eccelse sul matrimonio spirituale, all’inizio delle Settime Mansioni, nel quarto ed ultimo capitolo plana su ciò che considera il compito di ogni giorno e di ogni momento, le virtù intracomunitarie: carità, umiltà, preghiera reciproca, esempio reciproco, apostolato mutuo, ecc.  Così faceva Giovanni della Croce, insegnando a tenere i piedi ben piantati in terra, anche se il cuore spaziava nel cielo. In questa linea del quotidiano, vissuto con amore, con fedeltà, con spirito, si devono incontrare tutti gli apporti delle altre linee della spiritualità sangiovannea, vivificando tale fedeltà e lasciandosi vivificare da essa. Qui, come nella liturgia, l’esterno dev’essere espressione dell’interno, e allo stesso tempo via e luogo per aumentare tali ricchezze interiori.  

II. Modello d’identificazione carmelitana 

Affinché le principali linee della sua spiritualità incidano chiaramente nella vita pratica personale e delle nostre comunità, bisognerebbe considerare Giovanni della Croce come modello di identificazione sotto tanti punti di vita. Enumeriamo i seguenti:  

1. modello d’identificazione nel suo amore alla parola di Dio, alla Bibbia. A parte quanto detto, basta pensarlo in cammino, mentre recita il capitolo 17 di san Giovanni. Era la preghiera preferita dei suoi viaggi, l’orazione sacerdotale di Cristo.  Nella Regola carmelitana trovava così tanti testi biblici espliciti ed impliciti che commentava con i suoi religiosi, secondo ciò che veniva ordinato al priore locale nelle Costituzioni: “i priori dei conventi sono obbligati ad ammonire e correggere i propri sudditi, a far leggere la Regola ogni venerdì, declamandola o facendola declamare ad altri”[25].
Spiegava inoltre i testi biblici ai religiosi per ore, durante la ricreazione e sforando spesso con l’orario. Non è dunque strano che dicessero che traevano più frutto dalle ricreazioni passate con il padre fra Giovanni che nelle ore di orazione mentale. Oltre a parlare e spiegare la Bibbia nelle ricreazioni, lo faceva in refettorio e ovviamente nel capitolo conventuale.

2. Modello d’identificazione nel suo amore al lavoro, una laboriosità tanto raccomandata dalla Regola carmelitana, lavoro intellettuale, apostolico e manuale. Era esemplare nel lavoro ordinario in comunità e in quello straordinario, come può essere il lavoro di manutenzione del convento, come ad esempio a Duruelo, dove lavorò notte e giorno, o nell’edificazione del convento di Segovia, dove ha lavorato come manovale di muratore. Uno dei religiosi che si trovava lì in quel tempo, Paolo, dice ammirato dalla sua dedizione al lavoro: “nel più freddo inverno, con molta neve, se ne andava scalzo alla cava dove di estraevano le pietre, a sovrintendere i manovali. Pieno di neve, o mentre gli grandinava sulla testa pelata, sembrava che appiccasse il fuoco a tutti.  Parecchie volte di queste, anche se era già un po’ avanti con gli anni, mangiava all’una senza aver fatto colazione, parendo più di bronzo che di carne”[26].  

3. Modello d’identificazione nel suo amore alla natura e nel sapersi servire di essa per salire verso Dio, per lodarlo e glorificarlo con il miglior spirito di preghiera. Giovanni della Croce assicura con la sua svariata esperienza: “vi sono alcune anime che si sentono portare molto a Dio (ossia verso Dio, nel loro cammino verso Dio) per mezzo degli oggetti sensibili”[27]. Una di queste persone era proprio Giovanni della Croce, sia come artista che come santo, e tramite il sensibile saliva a Dio, a quel Dio la cui trascendenza, immanenza e condiscendenza riempie i suoi libri. Tale cammino ascensionale era quello che insegnava anche ai suoi religiosi e ad altre persone.  

4. Modello nella sua dedizione alla preghiera e alla contemplazione.  Sono sicuro che si dedicò a questo compito così tipicamente carmelitano più che tutti gli zelanti che cominciavano a millantare di ritiro contemplativo, amore alla solitudine e al silenzio.  Per giudicare tutta la sua dedizione al dialogo con Dio, non c’è niente di meglio che ricordare la stupenda nozione di contemplazione che ci ha lasciato Paolo VI al Concilio, quando tratteggiava l’immagine del Signore così come aveva voluto fare il Concilio: “Dio è, è reale, vivo, personale, è provvido, infinitamente buono, anzi non solo buono in sé ma buono immensamente altresì per noi, nostro creatore, nostra verità, nostra felicità, a tal punto che quello sforzo di fissare in Lui lo sguardo e il cuore, che diciamo contemplazione, diventa l’atto più alto e più pieno dello spirito, l’atto che ancora oggi può e deve gerarchizzare l’immensa piramide dell’attività umana”[28]. La vita di Giovanni della Croce è stata solcata da questo sforzo, e con questo desiderio e anelito illuminava la sua relazione con gli altri, e con tutte le creature dell’intero universo.  

5. Modello d’identificazione nell’esercizio del ministero apostolico. Il suo apostolato si rivolgeva ad ogni classe di persone: direzione spirituale dei religiosi/e, di sacerdoti secolari o diocesani, di persone secolari ad Alcalà e molti ancora in Baeza, Segovia e Granada; insegnamento del catechismo ai semplici lavoratori di Duruelo, come pure ai bambini del quartiere di Ajates, vicino al monastero dell’Incarnazione di Avila.  Un apostolato amplissimo e speciale tra le religiose e i religiosi dell’Ordine, e verso i componenti di altre famiglie religiose.  La sua massima di orientamento in questo campo era: dedicarsi alle persone, in quanto anime redente dal sangue di Gesù Cristo nostro Signore e in quanto anime create per il cielo. Quant hanno vissuto con lui e lo vedevano operare nell’apostolato commentavano: “era universale, per tutti, e non particolarmente per qualcuno”.  

6. Modello d’identificazione nel suo amore ai fratelli della comunità, nella sua attenzione agli infermi, anziani, a coloro che avevano più necessità. Voglio solo aggiungere a quanto detto in precedenza l’esempio di carità fraterna dato poco prima di morire quando, aiutato da un altro religioso, bruciò poco a poco tutte le lettere ricevute, dove si parlava della persecuzione del padre Diego Evangelista contro di lui. Quando il fratello gli chiede perché fa questo, egli risponde: “perché conservi il suo buon nome e l’onore di tutti, e non patisca detrimento la carità fraterna”.  

III. Come desiderava che si partecipasse Giovanni della Croce alle riunioni : capitoli provinciali e Capitoli Generali? 

Mi permetto di aggiungere tale paragrafo finale come ricordo storico dei Consigli del Santo. Per parlare di ciò, Giovanni della Croce partiva alla larga, ossia dalla formazione che si doveva impartire ai religiosi. Il suo pensiero ci viene trasmesso da padre Eliseo dei Martiri, primo Provinciale del Messico il quale, in quelli che chiamiamo “Detti di luce e di amore”, affermava: “il padre fra Giovanni della Croce diceva che quando si educavano i religiosi con alcuni rigori tanto irrazionali, si sarebbero creati dei pusillanimi nell’intraprendere le grandi cose delle virtù, come se si fossero allevate delle bestie… e diceva che poteva essere un segno della presenza del demonio educare i religiosi in tal maniera perché, formati in questo timore, i superiori non avranno chi osi avvisarli né contraddirli quando sbagliano.  E se per tale via l’Ordine arriverà a tal punto che nelle leggi di carità e giustizia, ossia nelle cose veramente importanti, nei Capitoli, Definitori o altro, i religiosi non avranno il coraggio di dire quanto conviene per debolezza o pusillanimità, o per paura di alterare il superiore, e per questo rimanere senza incarichi, ciò che è ambizione manifesta, si ritenga l’Ordine come perduto ed interamente rilassato”.  Prosegue calcando la mano, dicendo: “il buon padre fra Giovanni della Croce affermava che sarebbe meglio che tali persone non facessero la loro professione nell’Ordine, perché verrebbe ad essere governato dal vizio dell’ambizione, e non dalla virtù della carità e della giustizia”.  Prosegue ancora più duramente: “si vedrà chiaramente quando nei Capitoli nessuno replica, lasciando passare e concedendo tutto, tendendo solo a mordere il proprio boccone; con ciò il bene comune patisce enormemente, e si genera il vizio dell’ambizione che andrebbe invece denunciato senza compassione [credo bene tradurre così, e non «senza correzione»], dal momento che si tratta di un vizio pernicioso e opposto al bene universale”.  Conclude Eliseo dei Martiri: “e tutte le volte che diceva tali cose usciva da ore di orazione e colloqui con Nostro Signore”.

 * * *

Dal momento che per nostra fortuna non siamo stati educati in questi “timori irrazionali”, è chiaro che, seguendo i consigli e i desideri di Giovanni della Croce, anche qui, ora, in questo Capitolo Generale cercheremo il bene della Chiesa e dell’Ordine e la gloria di Dio con tutta onestà, sincerità e libertà o parresia, della quale Giovanni della Croce ci ha dato esempi straordinari, nelle aule capitolari e al di fuori di esse.

E come ultima parola di Giovanni della Croce, affinché nessuno si scoraggi vedendo le deficienze o carenze che si possono scoprire nel mondo, nella Chiesa, nell’Ordine, chiudo qui con il primo Detto di luce e amore, che conserviamo scritto di suo pugno e con la sua calligrafia, detto pieno di realismo cristiano e intonato all’ottimismo e alla speranza. Dice così: Il Signore ha sempre manifestato agli uomini i tesori della sua sapienza e del suo spirito, ma li svela ancor maggiormente oggi in cui la malizia scopre ancor più il suo volto[29].

A questo Dio tanto generoso “sia onore e gloria in specula saeculorum. Amen”[30].

Circa le mortificazioni insensate, a tutti viene oggi in mente anche il giudizio dato dal santo in 1N 6,2 quando parla della gola spirituale e sentenzia: “la penitenza corporale se non è accompagnata da quella della sottomissione ed obbedienza non è altro che penitenza da bestie, verso cui tendono alcuni religiosi come gli animali si muovono a a causa dell’appetito e del sapore che vi trovano”[31].

Qui si potrebbe anche leggere la paginetta delle Costituzioni del ….

Il suo stile di far comunità 

Il suo stile di far comunità era animato ed intessuto di vari metodi pedagogici ben conosciuti, che fanno di lui un autentico animatore spirituale delle sue comunità. Nei suoi 23 anni come Carmelitano Scalzo, passò la maggior parte del tempo in prelature, e negli ultimi tempi andava ripetendo: “quando penso agli spropositi che ho fatto come superiore mi viene da arrossire”[32].  

Tra quelli che chiamiamo metodi d’insegnamento ed animazione dobbiamo considerare – come detto in precedenza – l’usanza di commentare i testi biblici in abbondanza.

Un altro espediente pedagogico al quale dava un’importanza singolare era la parentesi, o esortazione positiva alla pratica delle virtù ed a vivere con generosità gli impegni della vita cristiana e religiosa.  Tale preoccupazione di esortare quotidianamente i suoi religiosi era così sentita che non tralasciava mai di compierla, fin quando fu superiore. Il suo grande confidente, amico e confessore, Giovanni Evangelista, dice: “di sera, prima di cena, teneva ordinariamente un’esortazione divina, e non tralasciava mai di compierla, ogni sera”[33].

Non mi dilungo su questi punti, ma voglio dire un’altra parola sulla sua attenzione agli infermi, nella quale il santo eccelleva ed era tanto originale, a causa della sua esperienza d’infermeria avuta fin da ragazzo nell’ospedale di Medina del Campo. Su questo punto ci sono dei dati molto simpatici e significativi per coloro che hanno un’altra idea di chi fosse Giovanni della Croce. Uno dei suoi religiosi dichiara: “La sua carità era grandissima, specialmente con i malati e quelli che avevano più bisogno. Andava egli stesso a dare loro da mangiare, raccontava loro storielle per rallegrarli, dicendo che anche se alcuni di questi erano mondani, non erano senza profitto, in quanto alleviavano l’infermo.  Ci diceva che anche noi potevamo farlo senza scrupolo, essendo racconti onesti, detti arguti, e lo diceva perché non ci scandalizzassimo che raccontasse quanto succedeva nel mondo”[34]. Chi si immaginava che Giovanni della Croce raccontasse barzellette e storielle, facendo coraggio ai suoi compagni in Andalusia, usandoli come terapia per i propri malati?

Altri dichiarano di come andasse ad intrattenere i malati, “gradendo che venisse loro data anche della musica, se ciò poteva sollevarli”[35].

Questo modo d’intrattenere i malati si chiama “geloterapia” e “meloterapia”, ossia terapia curativa per mezzo di racconti e di musica. E’ uno dei capitoli più ricchi di esemplarità e di contenuto nella vita di Giovanni della Croce, pensando anche a come egli fosse stato in un primo tempo così mal curato in Ubeda.

Tra i suoi malati a Granada si trovava anche uno schizzinoso, che egli seppe curare molto bene. Sappiamo di un episodio simpatico. Un padre della comunità era malato, e il santo si recò a visitarlo a metà mattina, chiedendogli se aveva fatto colazione. Egli rispose che nessuno gli aveva portato la colazione.

Allora egli chiamò immediatamente l’infermiere, chiedendogli come mai il malato si trovava in quello stato, senza ancora aver mangiato niente. L’infermiere replicò che gli aveva portato la colazione ma egli non ne aveva voluta. Allora il santo tornò dal malato dicendogli: «Chi mente? L’infermiere o sua reverenza?» Allora il malato confessò che sì, gliene aveva portato, ma egli non aveva preso perché si aspettava che insistesse perché mangiasse. L’infermiere allora disse: certo, invece io me la sono mangiata senza che nessuno insistesse. Il santo sorrise con malizia, e disse: «Faccia sempre così, e con questa medicina sanerà il malato». Certo il malato capì la lezione, e l’infermiere non riuscì più ad assaggiare la colazione, che sappiamo essere stato formato da “gunidas”, pancetta e un bicchiere di vino”[36].

 

Dicendo esperienza voglio sottolineare che mi riferisco non solo all’esperienza che egli in qualche modo riuscì a raccontare, bensì l’esperienza che non seppe rinchiudere in qualche parola. Era convinto di essere condannato a parlare di ciò che è ineffabile, e ciò pare un controsenso: se si tratta dell’ineffabile, di ciò non si può parlare.

Voglio dire che dobbiamo fermarci all’esperienza narrata come fosse tutto, ma dobbiamo pensare ad un altro piano, a un non so che vanno balbettando…

Ciò comporta la gioia di sapere che il nostro Dio è sempre molto di più, più grande, eccellente di quanto possiamo pensare o sentire…  

Lascio quindi la spiegazione di questi altri tipo di spiritualità elencati.

Personalmente mi piace suddividere la vita del santo in tre periodi, che corrispondono a tre suoi nomi o nomignoli:
Giovanni di Yepes        1542-1563
Giovanni di S. Mattia    1563-1568
Giovanni della Croce    1568-1591 

[….] la sofferenza più grande e più ingiustificata gli venne da parte di alcuni confratelli scalzi. L’assurda persecuzione di Diego Evangelista, membro del Consiglio Generale dell’Ordine, la cattiva accoglienza e il modo di fare poco caritatevole di Francesco Crisostomo, priore di Ubeda, anche se davanti all’evidente pazienza, umiltà e santità di fra Giovanni cambiò atteggiamento.

Le sofferenze della sua ultima malattia furono atroci, e contribuirono molto a modellare la grande personalità di Giovanni della Croce.

La sua persona comunque non è fatta solo di sofferenze, e grazie alle sofferenze, ma anche dalla sua vita teologale, con la quale dava senso a tutte le prove, e così Giovanni della Croce si presenta come imitabile da tutti i Carmelitani Scalzi.

La sua grande personalità si dedicò al bene dell’Ordine e della Chiesa con una dedizione singolare, alla vita di orazione e alla contemplazione, e a un molteplice apostolato.  

Anni fa ho scritto qualcosa in cui tuttora mi ci ritrovo: “Giovanni della Croce, come risulta da un semplice schema biografico, non fu mai, gerarchicamente parlando, il primo tra i carmelitani scalzi. Gli uffici più alti della Riforma furono, durante la sua vita, quelli di Provinciale e Vicario Generale. Provinciali furono Gracian e Doria: nel 1588 venne eletto come Primo Vicario Generale il padre Niccolò Doria.

Questo non vuol dire che fra Giovanni sia stato esente da uffici di responsabilità e di governo, con il conseguente influsso sulla Riforma degli Scalzi.

Di fatto, questo nostro primo carmelitano scalzo fu:
- primo maestro dei novizi a Duruelo-Mancera
- Rettore del Collegio di Alcalà e Baeza, allora grandi città universitarie
- maestro dei novizi per un certo tempo a PAstrana
- Superiore e Priore in alcuni conventi (El Calvario, Granada e Segovia)
- Vicario Provinciale di Andalusia
- Definitore Provinciale
- Primo Definitore Generale
- Consigliere del Governo della Consulta e presidente della Consulta per un certo tempo.  Ma la sua vera missione nella Riforma, tra religiosi e religiose, fu quella di dottore, maestro e formatore, come ben corrisponde alla sua figura di iniziatore e padre della nuova famiglia religiosa del Carmelo.  Primo fu, però, nella santità di vita, e maestro indiscutibile nelle cose spirituali, mistagogo.

Tale sua missione non cessò evidentemente all’interno dell’ambito dell’Ordine, ma si estese ad altri Ordini religiosi, ad un buon numero di sacerdoti diocesani o secolari, a moltissime persone secolari nel mondo, dei quali fu guida e maestro nelle vie della vita interiore e dello spirito[37].

------------

[1] Cf. Fondazioni 13,5  3,17  10,4  13, 1.4.
[2] 2S 24,8. Cf. 2S 29,6.
[3] CB 31,2.
[4] PAOLO VI, Sessione di chiusura della terza tappa conciliare, 21.09.1964, AAS (1964) 1014.
[5] LG 1.
[6] LG 48,
[7] GS 45.
[8] CB 29,2.
[9] CB 29,3.
[10] CB 30,7.
[11] CB 22,1.
[12] JOSE’ VICENTE, Revista de Espiritualidad 49 (1990) 495.
[13] CB 36, 10-13  37, 3-5.
[14] 2S 22,4.
[15] 2S 22,3.
[16] 2S 22,5.
[17] CB 23,5.
[18] BMC 10, 341).
[19] BMC 14, 144.
[20] BMC 14, 325.
[21] Costituzioni 1567-1568, n.34.
[22] BMC 14, 12-13; dichiarazione di Martino di san Giuseppe.
[23] BMC 14, 64; dichiarazione di Innocenzo di s. Andrea.
[24] Fondazioni 13,5.
[25] Parte Seconda, cap. 5, all’inizio.
[26] Pablo di santa Maria, dichiarazione da Villanueva de la Jara, 8 novembre 1614; BMC 13, 375.
[27] 3S 24,4.
[28] PAOLO VI, Omelia conclusiva della IX Sessione, 7 dicembre 1965.
[29] Sentenze n. 1.
[30] Finale della Fiamma 4,17.
[31] 1N 6,2.
[32] BMC 14, p.284. Detto di Luca di san Giuseppe.
[33] BMC 13, 386.
[34] Giovanni di S. Anna, BN-Madrid, ms. 8568, p. 401.
[35] Gerolamo della Croce, BN-Madrid, ms. 12738, 646-647.
[36] ALONSO, Vita libro II, cap. 6, p. 442-443.
[37] Josè Vicente Rodriguez, “Magisterio oral del s. Juan de la Cruz”, Rev. de Espiritualidad 33 (1974) 109.

 
    
NEWS-NOTIZIE  *  CURIA  *  P. CAMILO MACCISE  *  SITI O.C.D  *  INDIRIZZI  *  OCDS
www.ocd.pcn.net
   Informazioni

Updated 30 apr 2003  - Page maintained by O.C.D. General House