1. In
questo primo incontro con voi, Provinciali, Superiori e
Delegati delle Circoscrizioni dell’Ordine, mi pare naturale
esporre innanzitutto gli obiettivi del sessennio, così come
li concepisco e come li abbiamo condivisi, anche se
brevemente, all’inizio del mandato in Definitorio.
In un
certo senso, tali obiettivi si trovano nel documento
capitolare di Avila: In cammino con santa Teresa di Gesù
e san Giovanni della Croce. Ripartire dall’essenziale
(2003). In effetti questo documento, portato avanti in
collaborazione dal Padre Generale e dai Definitori
precedenti, e al quale tutto l’Ordine ha potuto partecipare
apportando le proprie indicazioni, fu approvato dal Capitolo
per essere il documento base del nuovo sessennio per tutti,
sia per la sua parte dottrinale quanto per quella pratica.
Nella parte pratica ci sono provvedimenti che riguardano
direttamente il Definitorio; è chiaro però che tutto il
documento, a diversi livelli, è oggetto della responsabilità
del Governo generale, che deve sforzarsi di metterlo in
pratica.
Dei
provvedimenti che riguardano in modo specifico il
Definitorio parleremo in seguito. Ora mi sembra importante
innanzitutto richiamare la vostra attenzione su due
obiettivi generali, che si potrebbero anche definire
spirituali, in quanto si riferiscono al conseguimento di un
certo spirito, modo di essere, di sentire, vivere e agire.
Questi
due obiettivi generali sono la Comunione e l’Esperienza di
Dio come esperienza della dignità della persona umana.
I. Comunione.
Sappiamo che l’autocoscienza attuale della Chiesa, ossia la
sua coscienza circa il messaggio e la realtà di Gesù, è
quella di essere comunione e creare comunione. Tale presa di
coscienza viene espressa in una frase di Giovanni Paolo II:
“Fare della Chiesa una casa e una scuola di comunione:
questa è la grande sfida che abbiamo innanzi nel millennio
che comincia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e
rispondere allo stesso tempo alle profonde speranze del
mondo” (NMI 43). In sintonia con questa autocoscienza, la
vita religiosa si concepisce nella VC come segno di
comunione nella Chiesa (cap. 2). “La vita fraterna vuole
riflettere la profondità e la ricchezza di questo mistero,
configurandosi come spazio abitato dalla Trinità” (n 41).
“Si richiede alle persone consacrate che siano veramente
esperte di comunione, e che vivano la rispettiva
spiritualità come «testimoni ed artefici» di quel progetto
di comunione che costituisce il vertice della storia
dell’uomo secondo Dio” (n 46). “La Chiesa affida alle
comunità di vita consacrata il compito particolare di
fomentare la spiritualità della comunione, soprattutto al
loro interno, poi nella comunità ecclesiale stessa e anche
al di là dei propri confini, intavolando il dialogo della
carità soprattutto lì dove il mondo di oggi è lacerato
dall’odio etnico o dalla follia omicida” (n 51.
Certamente tale coscienza della nostra fede cristiana
permane al fondo delle nostre opzioni e decisioni. Questa
teologia non può certo rimanere lettera morta, senza
motivare e dare impulso alle nostre idee sulla vita
religiosa e sul nostro agire. Senza dubbio quando
parlo della comunione come obiettivo di questo sessennio mi
riferisco a qualcosa in particolare. L’esperienza di
questi due anni - che vorrei ora comunicarvi - mi ha
confermato la necessità di un lavoro di comunione.
E ci
sono due motivi che giustificano per me tale necessità: un
motivo storico e un altro di attualità.
1. Motivo storico
Appartiene alla nostra conoscenza generale della storia
dell’Ordine la grande divergenza sorta dopo la morte della
santa Madre, sul concetto di ciò che allora si chiamava “lo
spirito”, oggi il carisma del Carmelo teresiano. Questa
divergenza, alla quale ovviamente si danno sfumature ed
interpretazioni diverse, credo personalmente sia stata una
divergenza spirituale di fondo sul modo di esprimere la
profondità dell’impatto umano ed evangelico.
Per
rammentare e illustrare la realtà e l’ampiezza di tale
divergenza basti segnalare il processo e l’espulsione, e il
diniego alla riammissione nell’Ordine, dopo la
riabilitazione pontificia, del carmelitano considerato in
modo molto evidente dalla santa Madre Teresa come “integro”
[lett: cabal] ai suoi occhi, ossia intero, ideale: Gerolamo
Gracian della Madre di Dio.
Un
altro fatto decisivo della differenza fu l’erezione della
Congregazione italiana, che ebbe luogo a continuazione del
fatto menzionato anteriormente, in due momenti, nel 1597 e
nel 1600. Così vennero costituite due Congregazioni del
Carmelo di Teresa, con Costituzioni differenti, con
superiori e territori di espansione differenti. La
Congregazione di Spagna (di san Giuseppe) la quale, pur
ammettendo l’apostolato, si prefiggeva come ideale la vita
contemplativa, intensificò l’eremitismo, la clausura e
l’osservanza regolare. La Congregazione italiana, fin dagli
esordi (prime Costituzioni del 1599, non stampate prima di
allora), si aprì più chiaramente all’apostolato, sia
normativamente sia in pratica. Con una rapida evoluzione,
spinta anche dal Papa, riconobbe carismaticamente le
missioni.
Senza
dubbio la menzionata divergenza spirituale si percepisce
ancor più profondamente negli animi se teniamo conto che la
stessa Congregazione italiana, che pure nelle sue
Costituzioni e nella pratica dava uno spazio notevole
all’apostolato, come espressione di amore verso il prossimo
(come concepito dalle prime costituzioni), allorché papa
Paolo V volle impiegare gli Scalzi in un’impresa missionaria
diretta, inviandoli in Persia, si sentì obbligata a
riflettere e decidere se le missioni appartenessero al
carisma del Carmelo oppure no (1603-1605). Ancor più
sorprendente fu il fatto che, dopo un impegno e un cammino
missionario di più di tre decadi, il Capitolo Generale del
1632, presieduto da un nuovo Generale che era stato a sua
volta missionario della prima ora, tornasse a riformulare e
decidere l’appartenenza o meno delle missioni al carisma
carmelitano. Sicuramente si sentiva la pressione del
modello e delle ragioni della Congregazione spagnola, ma il
fatto che i membri stessi della Congregazione italiana, che
aveva ormai teoricamente e praticamente deciso per le
missioni, sotto l’impulso e con l’appoggio dei papi,
sentissero nuovamente l’esigenza di una decisione ufficiale,
mostra la grande divergenza carismatica esistente e il
travaglio cretosi negli animi, sottraendo sicurezza, vigore
e gioia alla vocazione.
E’
noto che il teorico che difese le missioni nella
Congregazione italiana fu il Venerabile Giovanni di Gesù
Maria, considerato a ragione il formatore dei carmelitani
all’inizio della Congregazione, e suo modello di scrittore
mistico e umanista. Naturalmente non era solo. Sia nel
Capitolo del 1605 come in quello del 1632 i capitolari si
disserto disposti a rinunciare a tutti i loro uffici per
andare in missione, per esprimere la loro convinzione e
volontà missionaria. Ma le motivazioni e la loro
formulazione sono sue, espresse in varie opere. Voglio solo
riprendere qui la sua argomentazione finale: “O approviamo
lo spirito della nostra santa Madre Teresa o non lo
approviamo, venerandola allo stesso modo come fondatrice
oppure no. Non approvare il suo spirito significa
essere temerari; negare che sia nostra fondatrice sarebbe
pura ingratitudine. Bene, essendo dunque così chiaro che la
beata Teresa desiderò l’opera delle missioni più che lo
stesso martirio, e che a tale fine indirizzò i suoi sforzi e
le sue preghiere e quelle dei suoi, in modo che coloro che
lavoravano alla conversione degli eretici compissero il loro
lavoro con frutto, chi potrà negare che fu sua intenzione
realizzare attraverso i suoi figli, noi frati, quanto ella
non poteva fare attraverso le sue figlie?” (Tractatus
II, 11-12).
Questo
è il fondamento della sua argomentazione, usato dall’autore
in diversi scritti, insieme ad altre argomentazioni della
tradizione carmelitana. Bisogna qui notare la novità
del criterio carismatico, cioè lo spirito della Madre
fondatrice. Per noi oggi è cosa normale e assodata, stante
la nostra attuale coscienza ecclesiale e la sua espressione
nelle nostre Costituzioni. Ma allora Teresa di Gesù
non era nemmeno beatificata, e sebbene i suoi scritti e la
sua fama all’inizio del secolo XVII avessero già
oltrepassato le frontiere nazionali, non era da tutti
accettata come criterio propriamente carismatico.
Come è
noto, la Congregazione spagnola, come conseguenza degli
avvenimenti storici, si estinse, per unirsi alla
Congregazione italiana nel 1875. Da allora in poi le
Costituzioni uniche dell’unico Ordine furono quelle della
Congregazione italiana, quelle approvate nel 1632, fino al
Concilio Vaticano II. Oggi abbiamo le Costituzioni
rinnovate dopo il Vaticano II, che certamente costituiscono
una adeguata base di comunione per l’Ordine, con la loro
profondità dottrinale e la loro adattabilità ispiratrice.
Ciononostante, l’esperienza mi suggerisce che dobbiamo
ancora avanzare sulla via della comprensione ed
assimilazione del carisma.
2. Motivo di
attualità
Il
secondo motivo è costituito dall’attuale pluriformità,
imposta dalla estensione dell’Ordine e dalla diversità di
ricezione del carisma.
Mai
come oggi l’Ordine è stato esteso in continenti, lingue e
culture differenti, e ciò tende a condizionare la
comprensione e la realizzazione del carisma, in sintonia con
le proprie culture e sensibilità. Oggi poi, oltre a
questo dato di fatto, viviamo una frammentazione culturale
nella percezione dei valori, c’è una pluriformità nel modo
di comprendere i valori, nel nostro caso, del carisma
teresiano.
Non è
un fenomeno completamente nuovo. Anche nelle province che si
sentivano unite carismaticamente, c’erano le diversità tra
un noviziato, una casa di studi, un deserto, una missione,
un convento con chiesa aperta al culto, con diversi compiti
e mansioni. Era un dato di fatto che non tutti potevano
incarnare il carisma allo stesso modo, a seconda delle
situazioni vissute. Oggi ciò si è ingrandito ed esteso. E si
è trasformato. In effetti, bisogna riconoscere che in quelle
forme menzionate del passato, a parte una certa varietà
nella forma, veniva conservata, a volte in modo tacito, una
certa forma ideale di vita comune, che era il criterio e
verso il quale bisognava tendere. Oggi pare non ci sia
una vera e propria concezione unica di una forma ideale di
vita carismatica e di comunità. Al contrario, a seconda
delle culture e delle sensibilità, vengono percepiti come
valori forme diverse di vita carismatica. Per tanto, la
diversità non è condizionata unicamente dalla circostanza
esterna, bensì c’è una diversa percezione dei valori, per la
quale alcune determinate forme si sentono espressione di un
valore in alcune sensibilità e altre forme in altrettante
sensibilità.
Certo
sappiamo che queste considerazioni hanno bisogno di alcune
precisazioni. Dal momento che nessuno pretende che la norma
sia l’arbitrario, che qualsiasi cosa valga al posto di
qualsiasi altra, e tutto sia indifferente, proprio per
questo è sempre necessario avere davanti agli occhi la
ricerca di ciò che è autenticamente evangelico ed
autenticamente carismatico. Ma anche con le sue
generalizzazioni, la considerazione menzionata ha una sua
validità come presa di coscienza della situazione spirituale
di oggi.
Per
tanto, l’intento di fare comunione tiene presente, fra le
altre cose, questa preoccupazione. Tra un passato al quale
abbiamo solo fatto cenno, e che si presta a considerazioni e
meditazioni più profonde, ed una attualità culturalmente
multiforme, bisogna sentirsi veramente in comunione come
famiglia, e credo che per arrivare a ciò è necessaria la
comunione degli animi. Quando le forme sono diverse,
l’unione spirituale risulta ancor più decisiva.
3. Come si giunge
in concreto a tale comunione?
Ci
serviamo del paragone dell’esperienza di una famiglia umana
normale. In essa la percezione di essere fratelli e sorelle
dipende dall’esperienza, dalla coscienza positiva della
famiglia, da una convivenza solida ed affettuosa,
fondamentale per la vita con gli stessi genitori e tra
fratelli. Solo questo crea il vincolo umano-spirituale tra
fratelli.
Nel
nostro caso, similmente, l’unione dinamica, il sentirci
fratelli e sorelle, appartenenti ad una famiglia
carismatica, dipende dalla vita comune con i nostri stessi
genitori. In passato, il senso di appartenenza ad una
medesima comunità spirituale era facilitato e in qualche
modo assicurato da uno schema di vita comune strutturato. Le
forme esterne comuni servivano ad identificare, anche nel
loro animo, i vari gruppi religiosi. Il modo di vivere
formava parte dell’identità. Esisteva di certo una relazione
spirituale interiori con i santi padri e le figure storiche
familiari, e anche questa relazione spirituale si
concretizzava in tradizioni e devozione espresse dalla
famiglia.
Senza
dubbio oggi più che mai è necessaria una conoscenza
amorevole dei nostri padri, la familiarità con la loro
esperienza, vita e dottrina, non solo per ispirare la nostra
vita spirituale personale, ma anche per costruire la
comunione tra di noi, per costituirci in comunità di
fratelli. Più che mai: grazie a quanto segnalato in
precedenza sulle differenziazioni culturali, non solo
geografiche, bensì interiori, sociali, differenze di
sensibilità religiose, che consentono a malapena identità
esterne comuni o metodologie uniche universali. Le forme
esterne si sono frantumate. Per questo si tratta di una
conoscenza vitale, di una esperienza spirituale, non
solamente di una conoscenza anzitutto intellettuale.
Il
carisma, le esperienze spirituali familiari, è una realtà
dinamica. E’ una cultura spirituale che può crescere con la
vita spirituale autentica della famiglia, come un fiume con
nuove fonti ed affluenti. Non c’è dubbio che figure egregie
della nostra storia hanno arricchito il carisma, lo spirito
di famiglia, l’orizzonte spirituale, ampliando l’orizzonte
spirituale di ispirazioni e possibilità come, ad esempio,
Teresa di Lisieux o Edith Stein. E non solo religiosi
e religiose canonizzati o beatificati, ma anche altri che
con la loro ottica e dottrina si sono dimostrati creativi,
ed hanno aperto orizzonti e piste nuove. La conoscenza
affettiva di queste realtà crea lo spirito di famiglia e la
comunione, mentre una disattesa conoscenza nei loro
confronti riduce ed impoverisce l’attuale orizzonte.
In generale, la conoscenza di ciò che nella storia appare
autentico, in quanto dilata l’orizzonte di ciò che è umano,
vitale e profondo, oggi più che mai è importante per
rivitalizzare ed intensificare la comunione.
Infine, una adeguata conoscenza della realtà attuale dei
fratelli e delle sorelle, dei loro intenti e realizzazioni,
è altresì importante per il senso di comunione all’interno
dell’Ordine. Una famiglia sana e rispettosa non si
intromette né schiavizza, ma si interessa, si rallegra o
patisce, in una istruzione vicendevole, soprattutto in una
famiglia spirituale.
La
pluriformità può essere, e senza dubbio lo è molte volte,
una ricchezza. Si richiede però che la diversità sia
sperimentabile come appartenente a noi stessi. Se la nostra
mutua appartenenza vuole essere qualcosa di più che
nominale, dobbiamo prendere sul serio una comunione
all’interno della pluralità.
4. Condizioni
A. La Pluriformità
Si
richiede di ammettere la pluriformità, e che pertanto il
Carmelo Teresiano sia un corpo con diversi membri (come il
corpo paolino), contenente una ricca unità, una comunione.
B. L’identità
La
nostra famiglia del Carmelo ha una sua identità, uno spirito
e alcune caratteristiche che risultano familiari a tutti i
membri.
Una
caratteristica è l’atteggiamento contemplativo, una sentita
necessità di orazione, non solo teorica ma esistenziale e
pratica, una inclinazione naturale alla preghiera (e non un
dovere, anzitutto). Sentendosi tutti chiamati da una
profonda vocazione interiore, ne consegue il saper creare
connaturalmente mezzi, modi di esprimersi e un certo
ambiente adeguato, lì dove si è, anche in diverse
circostanze.
La
semplice fraternità tra fratelli uguali fra loro, è un’altra
caratteristica del Carmelo Teresiano. Nonostante vengano
evocati gli antichi solitari del Carmelo storico, per la
loro ricerca della contemplazione e per la loro generosa
capacità di sacrificarsi, nel Carmelo Teresiano si è
prodotto un novum: uno stile di fraternità e ricreazione,
dal momento che insieme si costituisce il piccolo collegio
di Gesù (stupenda immagine evangelica di santa Teresa!
Grande intuizione teologica per la nostra vita religiosa!).
L’amore e il servizio del Regno alimentano il Carmelo
Teresiano, secondo la preghiera e la missione di Gesù:
“Venga il tuo Regno!” Per questo i Carmelitani sperimentano
fin dal principio che questa era per la santa Madre Teresa
la direzione data dal Signore (la vocazione), tanto
ardente come la sua necessità della preghiera (intesa come
dedizione). Questo senso ecclesiale esplicito, il senso
dell’umanità immersa nelle tenebre esteriori (come se la
immaginava), fino a darle sconforto e pianto, è tipica di
ciò che diciamo teresiano.
C. Tre
atteggiamenti
Gli
atteggiamenti auspicabili che segnalo, sono allo stesso
tempo condizione di una autentica comunione e frutto di una
adeguata relazione con il carisma storico, come accettazione
della pluriformità.
Atteggiamento positivo:
di
fronte alla novità, al diverso, a ciò che può porre
interrogativi, tende a percepire anzitutto gli aspetti che
valgono; in ogni caso, si chiederà cosa si può fare per dare
una risposta adeguata, basata sull’esperienza e la
comunicazione evangelica. Si riferisce sia alla situazione
sociale, culturale o ecclesiale come pure al modo di vivere
diversificato del carisma carmelitano.
Atteggiamento integrativo:
ha il senso dell’essenziale, dei valori autentici, il senso
dell’insieme, e pertanto tende a percepire il diverso come
qualcosa che completa, che arricchisce, ciò che io stesso
potrei fare e fanno altri. E’ il frutto maturo che sgorga
dalle radici carmelitane. Lo spirito “integrativo” è perciò
inclusivo, si realizza in campi e forme differenti. Afferma,
amplia i propri orizzonti.
Atteggiamento creativo:
chi ha questo atteggiamento nei confronti del carisma
dispone di un atteggiamento creativo, in accordo con i tempi
nuovi e le nuove geografie. Non si sente obbligato a
ripetere uno schema del passato, è aperto nella verità e in
tutta autenticità a nuove incarnazioni, come pure opera un
discernimento tra le esperienze del passato. Allora il
passato diventa vita, perché ispira, slancia verso una
pienezza attuale, con gioia ed immaginazione.
All’interno di questi atteggiamenti e orizzonti mentali, se
cerchiamo in verità di assimilare nella nostra formazione
(iniziale e permanente) quella conoscenza amorosa e vitale
dei nostri grandi testimoni e di altri testimoni in quanto
testimoni di Gesù, credo che saremo riusciti a rinforzare la
comunione dal di dentro. Ciò che oggi è necessario è quest’animo
comune. Se lo possederemo, nelle diverse circostanze e in
consonanza anche con vocazioni più particolari, saremo
capaci di vivere veramente ispirati dal carisma carmelitano
teresiano, e ci sentiremo uniti ad altri carmelitani grazie
a questo energico spirito interiore.
II. L’esperienza
di Dio come esperienza della dignità dell’uomo
Come
il tema della comunione, nel senso ampio e allo stesso tempo
preciso che abbiamo visto, questo tema non è solo un
obiettivo del sessennio bensì un cammino di approfondimento
e di umanità che dobbiamo percorrere.
Cosa
vogliamo dire? Il Carmelo Teresiano è considerato, non certo
in senso esclusivo ma forse in modo particolare, come
un certo luogo di esperienza di Dio. Con queste parole ci
riferiamo in particolare alla presenza, importanza ed
esperienza della preghiera che la tradizione spirituale del
Carmelo offre alla Chiesa. All’interno dell’orazione,
ci riferiamo in particolare alla specifica esperienza di
Dio, al Dio che appare nei grande testimoni del Carmelo, e
alla relazione di amicizia, di amore ed anche di fede e
speranza, contro ogni speranza, e fede contro ogni fede
(come nelle notti trattate dal Carmelo).
Come
le nostre Costituzioni e il Documento di Avila ricordano,
certamente portare a tutti questa esperienza di Dio,
soprattutto nella orazione, è una missione naturale dei
Carmelitani. Nei documenti menzionati, e in altri
documenti dell’Ordine, ciò viene espresso anche dall’impegno
per una pastorale speciale della spiritualità.
Vorrei
solo notare in questa sede che oggi più che mai è necessario
spiegare sempre cosa significhi esperienza di Dio (e
pertanto relazione con Lui, e anche cosa sia propriamente la
preghiera). Ora mi riferisco a quanto indicato dal titolo di
questo paragrafo: l’esperienza di Dio come esperienza della
dignità della persona umana.
L’autentica (ossia veritiera e che ha saputo esprimersi
adeguatamente) esperienza di Dio è necessariamente
anche esperienza della dignità dell’uomo. Non
c’è nessuna dicotomia in Gesù, nessun possibilismo in lui. E
parlando di esperienza, ed esperienza comunicata, proprio
nel Carmelo abbiamo dei modelli di questa unità. Mi
piace fare riferimento a san Giovanni della Croce, al suo
essere radicalmente indirizzato a Dio, all’unione con Lui,
al suo essere teologale in modo tanto radicale. Nei suoi
scritti, nelle espressioni di cui siamo a disposizione,
troviamo che egli non si preoccupa di mostrare la dignità
dell’uomo, bensì l’unione della persona con Dio. Certamente
avrebbe anche potuto occuparsi di altri aspetti, dei quali
anche la Chiesa si occupa, e noi stessi. Ma occupandosi
unicamente della dimensione verticale dell’unione con Dio,
ci rivela in modo incomparabile la dignità della persona
umana. I suoi scritti esprimono non solo Dio, ma l’uomo,
fino al punto dove ci si rende conto che molti stentano a
credere, non crederanno che ciò sia possibile, che l’uomo
possa essere tale, che sia destinato a ciò, che diventi
realtà. Pertanto il lettore può essere scettico tanto di Dio
come dell’uomo. L’uomo di san Giovanni della Croce si
definisce con un’unione di amore con l’infinito. L’uomo
della psicologia o della sociologia e della nostra
quotidiana esperienza sembra invece avere poco a che fare
con quello. Perciò per capire qualcosa della dignità
dell’uomo troviamo una fonte ineguagliabile negli scritti di
san Giovanni della Croce.
Una
esperienza autentica, dicevamo. Oggi la differenza risiede
nel fatto che ciò bisogna esprimerlo in modo esplicito, sia
nel modo di vivere proprio, personale e comunitario, sia
nella comunicazione pastorale, in modo che non si dia luogo
a dicotomie. In essa, la spiritualità, l’esperienza di Dio,
non parla dell’uomo concreto, del mondo, della vita reale.
Di ciò si occuperanno altre discipline, altre menti, ma non
la spiritualità. Senza dubbio, anche per noi, se non
parliamo dell’uomo concreto, non parliamo nemmeno di Dio
(vero).
Per
questo il documento di Avila dice con molta proprietà: “la
dimensione orante e contemplativa del Carmelo dovrebbe
essere vissuta e presentata come apertura alla trascendenza,
come fonte di impegno e di speranza nelle vie di
trasformazione del mondo, come via al dialogo ecumenico ed
interreligioso secondo le diverse situazioni
socio-culturali” (n 61). “Le nostre comunità, centrale
sull’assoluto di Dio, dovranno essere scuole di preghiera
che trasformino i propri membri in veri contemplativi,
capaci di scoprire Dio presente nelle persone, negli
avvenimenti, nel positivo e nel negativo della storia. Un
Dio che ci pone interrogativi, che ci interpella” (n
65). “Il nostro stile di vita e la testimonianza
dell’esperienza di Dio avranno luogo in mezzo alle sfide di
ogni ambiente socio-culturale ed ecclesiale. Bisogna aiutare
a scoprire Dio come fonte di pienezza, come liberatore, come
il Dio della speranza, come Padre-Madre, come qualcuno
sempre vicino” (ivi).
Pertanto, come suggeriscono questi riferimenti al documento
di Avila, oggi la spiritualità deve riscoprire la dignità
della persona umana, con tutte le conseguenza in merito:
deve essere concreta, incarnata, storica, materiale,
individuale e sociale. E’ la spiritualità della venuta del
Regno, quella che trasmette e realizza Gesù nel Vangelo. Non
potrà certo pretendere di non essere pericolosa, e anche
perseguitata, allo stesso modo del Vangelo medesimo, in
quanto è una spiritualità che tende a trasformare la persona
e la società.
Si
tratta di un cammino sicuramente lungo, che nella vita non
finisce mai. Perciò, come avevo detto all’inizio, più che di
un obiettivo unicamente del sessennio, si tratta di un
obiettivo costante per il futuro. E’ la coscienza che la
parola su Dio e a Dio si deve riempire di vera umanità,
concretamente. Per questo lo vediamo come un obiettivo
necessario, che deve essere posto chiaramente come tale.
E’ ciò che d’altronde deve fare la Chiesa intera circa la
comunicazione del messaggio di Gesù. Noi Carmelitani, eredi
principali della spiritualità di testimoni così particolari,
non possiamo esimerci da questo dovere speciale, che tocca
veramente l’anima del nostro vivere familiare.
III. La formazione
Se i
due obiettivi che ho menzionato sono piuttosto obiettivi di
vasta gittata, un cammino per il futuro, per il presente
Definitorio un obiettivo concreto ed immediato (anche questo
un lungo cammino futuro) è la Formazione. Lo è stato
fin dall’inizio, quanto programmavo le visite, i congressi e
le riunioni. Ma si è confermato tale con l’esperienza delle
visite pastorali e fraterne, conoscendo meglio lo stato
dell’Ordine, le sue speranze e i suoi problemi. Il tema
della formazione è in relazione con la comunione della quale
ho parlato, è il relazione con il concetto di preghiera, di
spiritualità e di missione nell’Ordine, e ha a che fare con
il problema delle uscite dall’Ordine, uno dei due temi di
riflessione di questo Definitorio Straordinario. Non c’è
alcun dubbio che la nostra riflessione si concluderà con una
convinzione sempre più profonda e perentoria dell’importanza
decisiva della formazione. Formazione iniziale e
permanente, in linea con la Vita Consecrata. Siamo
contenti dell’espansione dell’Ordine, e ci dedichiamo con
forza ad essa. Ma ci pare ancora più importante la
formazioni di coloro che sono già carmelitani, una
formazione personale e comunitaria. Dobbiamo nuovamente
prendere seriamente in considerazione l’affermazione
conciliare che vede il futuro della vita consacrata in
stretta dipendenza con la formazione dei suoi membri.
L’esperienza lo conferma in pieno. Voglio solo indicare qui
che la formazione come assimilazione personale e
comunitaria, oltre a manifestarsi in se stessa come
decisiva, è anche, allo stesso tempo, l’obiettivo pratico
immediato dove sfociano i primi due obiettivi che abbiamo
segnalato.
E’
sicuro che per quanto miglioriamo nei mezzi non per questo
abbiamo la garanzia del successo finale. Dopo tutto,
possiamo solo sperare nel Signore. Ma ad ogni modo la
formazione, l’assimilazione personale e comunitaria del
Vangelo di Gesù, dell’esperienza del Carmelo, la risposta
personale e responsabile alle nuove situazioni, tutto deve
sgorgare dalla formazione, in modo naturale e familiare, che
a stento dipende dalle circostanze, ma che continua ad
essere ciò che è ogni volta dal di dentro.
Santiago del Cile, 4 ottobre 2005
Luis Arostegui,
Preposito Generale OCD