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Ordo Carmelitarum Discalceatorum ( O.C.D. )

La speranza si tinge di bellezza.
L'animazione della vita di una Provincia religiosa
a partire dal positivo


P. Luigi Gaetani, o.c.d.

 

         Carissimi Confratelli, 

come narrare l’esperienza di animazione, così simile alla Vostra, senza ridire il già detto? Alla luce di questa domanda, il mio intervento vuole restare aderente alla realtà maturata nelle Visite già fatte, quella che mi ha portato a vedere in mezzo a noi tanta bellezza. E’ proprio vero, i nostri religiosi, le comunità, le Province non sono un problema, ma un universo da scoprire, persone da ascoltare, persone che non chiedono la soluzione dei problemi, ma vicinanza, fraternità, relazioni vere. Questa esperienza mi ha fatto un gran bene, è divenuta spazio d’incontro, vera incarnazione dell’Ordine, compagnia della Chiesa, luogo del Mistero.  

         A partire da questo positivo che, in modi differenti, ha riguardato anche le Carmelitane Scalze e i laici, metto a tema alcuni aspetti, emersi da una riflessione più allargata, piuttosto che presentare il diario da viaggio. Credo, così, di fare cosa utile aiutando a vedere non tanto l’effetto, ma la probabile causa di alcuni disagi. Divido l’intervento in quattro punti: il servizio di animazione in Europa, la relazione e le relazioni, le responsabilità gestionali, la vita fraterna nucleo animatore della comunità e dell’opera. 

  1. Il servizio di animazione in Europa

         Il servizio di animazione delle Province OCD, che P.N. Generale ci ha affidato (le Province di: Portogallo, Spagna, Italia e Croazia, senza dimenticare quei territori ad esse connessi per iniziative di espansione dell’Ordine come la Romania, l’Albania e la Bulgaria, oltre i territori di cui dovrò anche parlare per affinità culturale e di appartenenza territoriale quali la Francia e la Svizzera, la Germania, l’Austria, l’Olanda, il Belgio, la Polonia, l’Ungheria, la Repubblica Ceca e altre Circoscrizioni dell’Est europeo, affidati all’animazione dei Definitori, P. Zdenko Krizic e P. Robert Paul), non avrebbe senso senza una riflessione di fondo tutta ispirata alla speranza cristiana. Non è possibile animare, a qualunque livello avvenga questo ministero, se la nostra capacità di sperare è monca. 

         Quello che sta accadendo in Europa merita la nostra attenzione perché, essendo un avamposto ecclesiale e sociale, potrebbe risultare utile a molti per leggere situazioni che le Circoscrizioni dell’Ordine saranno chiamate a vivere da qui a qualche anno. Invoco uno sguardo realista per leggere la realtà, insieme a occhi da bambini, a cuore da bambini, perché non abbiamo bisogno di deprimerci, ma di aprirci a Gesù Risorto, speranza del mondo. 

         Nell’attuale congiuntura culturale e teologico-giuridica, in questa “notte”, come alcuni la definiscono, la Vita Religiosa vive una sorta di anoressia, si ritrova depotenziata nel suo essere e nel suo operare profetico. E’ sintomatico, come ricordava Paolo VI, che oggi, manchino i testimoni, mentre abbondano gli “uomini di governo”, scarseggino i profeti e proliferano i diplomatici. E’ sotto gli occhi di tutti che la speranza del Regno è attaccata dal pensiero debole, da quella cultura che vive senza orizzonte di attesa (futuro), priva di spazio di esperienza (passato), tutta concentrata su quello che accade ora. Si vive derubati del futuro perché si è meno sicuri del progresso, perché è cambiato il rapporto tra il tempo e la speranza e il passato sembra irraggiungibile. La stessa creatività è stata spenta dalla normalità, dalla gestione dell’esistente senza tensioni. Non è dato di essere “minorità”, è consentito solo mettersi in fila ed essere marginali, tagliati fuori dagli spazi culturali e sociali dove si pensa il futuro, dove si può incidere sulla storia. 

         In questo orizzonte, che lascia molti spazi alla critica, dobbiamo riconoscere segni efficaci di solidarietà ed anfratti profetici, desideri di reazione e voglia di un altro modo di vivere e di essere, brecce di speranza, opportunità che chiamano, risvegliano, convocano e sfidano. E’ proprio la chiarezza dell’analisi dei segni dei tempi e dei luoghi, a farci considerare che in Europa non è in questione il cristianesimo, o la Vita Religiosa, ma l’essere stesso dell’umanità,il suo relazionarsi al Mistero. Il problema è, prima di tutto, antropologico, perché nell’attuale cambiamento socio-culturale, si sta varcando una frontiera antropologica, si sta consumando il passaggio dal modello postindustriale a quello tecnologico. In questo percorso prevale spesso la paura e alcuni credono che si voglia manomettere la vita e la spiritualità. Davanti ad un cambiamento difficile da definire, proprio perché sono in gioco valori così grandi che riguardano la persona umana e il suo essere religioso, occorre dare spazio alla ricerca, alla creatività, all’esperienza, perché ci vuole coraggio per osare, per guadare il fiume della storia e dell’anima. 

         In questo senso, quello che sta succedendo in Europa, sia nell’ambito della società come nel campo ecclesiale, non possiamo considerarlo una malattia mortale, ma rappresenta il segno di una trasformazione che, in ogni caso, attraverserà il pianeta, data la globalizzazione. La stessa “notte” della Vita Religiosa non la intacca in quanto europea, ma per il fatto di vivere inculturata nel mezzo di una società in mutazione culturale. Comprendere questo processo significa attrezzarsi per vivere l’attuale cambio culturale, significa tornare a pensare.  

         Se applichiamo quanto suddetto, a titolo esemplificativo, alla scelta che ha portato e porta a ricercare aiuti vocazionali in Paesi extraeuropei, avremo sorprendenti risultati. Infatti, questi aiuti non potranno rappresentare la risoluzione del problema delle vocazioni in Europa, ma serviranno solo a porre una resistenza all’incedere del nuovo. Ne’ possiamo essere così ingenui da parlare di missione in senso contrario, perché qui si tratta di altro, si sta consumando un cambiamento epocale che potrà essere vissuto e accolto, in un processo di purificazione e di rinnovamento, solo da chi lo conosce e lo ha vissuto dal di dentro, attraversando tutte le sue fasi di sviluppo e di crisi. Gratitudine a tanti fratelli e sorelle che sono in mezzo a noi, che ci aiutano a ritenere alcune presenze importanti, ma non confondiamo i problemi. 

         La Vita Religiosa in Europa non può non scegliere, o pensare di astenersi da questa ricerca della realtà. Se ciò accadrà, annegherà nel piccolo stagno della sua pretesa, quella che la porta a piegarsi su se stessa, a mettere argini, ad essere autoreferenziale, a preoccuparsi solo di sopravvivere dentro nicchie di postmodernità, mentre questa è l’ora del coraggio, il tempo di mettere in questione se stessa fino in fondo, accettando la potatura del presente per essere nel mondo presenza della vita secondo lo Spirito, “luogo teologico”, “Kairós”, opportunità per rilevanza teologica e significato religioso tali, che il cristianesimo potrà guardare all’Europa per vedere quello che potrebbe essere il suo futuro. 

  1. La relazione e le relazioni

         Dall’esperienza delle Visite emerge che il primo grosso ambito di confronto con la cultura attuale riguarda la persona e, in particolare, la sua capacità o meno di relazione. Per noi non può essere un tema scontato, se è vero che tra i nostri religiosi c’è un urgente bisogno di relazione, di qualità relazionale.  

         Nella vita fraterna in comunità il luogo proprio della relazione è l’identità religiosa, quella chiara consapevolezza di che cosa significhi essere Religioso. E’ importante partire da qui per capire perché, oggi, la qualità delle relazioni, a livello personale e/o comunitario, rischia di essere sopravvalutata solo per il fatto che si danno quantitativamente più comunicazioni. Non pochi religiosi vivono di telefono, di telefonino, di internet ed hanno una agenda piena di indirizzi, ma questo non sempre li rende soggetti qualitativamente relazionati. In verità, la qualità delle relazioni non è proporzionale alla loro moltiplicazione, ma piuttosto alla loro valenza comunitaria e al loro diventare più personalizzate, di uno spessore umano e spirituale sempre maggiore. E’ singolare l’esperienza dei Religiosi più giovani che, sicuramente, hanno un certo apprezzamento ed una facilità alle relazioni, almeno a prima vista, ma rivelano anche la sete di esperienze il più possibile numerose e varie. Forse che in questo consumismo relazionale non si cela, oltre a cause chiaramente positive, anche l’eccessivo timore della solitudine, se non addirittura la difficoltà inconscia di stare di fronte a se stessi, di sentirsi insicuri della propria identità? 

         La relazione, alla luce di una identità religiosa, non si limita solo a livello orizzontale (rapporti interpersonali, comunitari, pastorali, professionali), perché se il Religioso vuole essere l’uomo per gli altri, è chiamato ad essere, prima di tutto, l’uomo per l’Altro. Se manca questa apertura trascendente, se il Religioso non è educato a orientare la sua esistenza a Dio, vivendo “in ossequio” di Lui, si corre il rischio della dissociazione. Pertanto, questa non è una delle relazioni possibili, ma quella fondante, che da senso all’identità propria e specifica ogni altra relazione. Alla scuola di questa profondità relazionale, la comunità, vero crocevia relazionale, diviene spazio teologale dove le relazioni, segnate dai consigli evangelici e dalla vita teologale, maturano come testimonianza, solidarietà e servizio apostolico, si aprono al “dialogo con tutti” (VC, 100-103) e alla collaborazione apostolica nella Chiesa. 

         Infine, l’identità religiosa può essere considerata anche a livello di identità carismatica. E qui possiamo dire che preoccupano alcuni segnali di appiattimento. Mi limito a presentare solo un ambito: quello della pastorale vocazionale.  

         Si denota che non sempre il discernimento guida la nostra pastorale vocazionale. Forse si è più preoccupati della sopravvivenza e dei numeri che non della natura della chiamata dei possibili candidati. Si assiste così a “crisi vocazionali” che hanno tutto il  sapore di “crisi affettivo- religiose”, crisi che portano i soggetti a denunciare la mancanza di quello che avrebbero voluto trovare e che, invece, non gli è stato dato, oppure si registrano crisi di identità, di inculturazione, di realizzazione. Già la Congregazione dei Religiosi, con lettera del 1995 al Nunzio Apostolico in Spagna, ricordava di vigilare sui pericoli insiti nel reclutamento di ragazze in Paesi di America Latina, Asia ed Africa come postulanti per monasteri altrimenti destinati a chiudere. Che non si tratti di un pericolo limitato ai monasteri è sotto gli occhi di tutti. 

  1. Responsabilità gestionali

         Un altro tema che mi sembra importante affrontare è quello delle responsabilità gestionali. Tutti sappiamo che per realizzare la propria missione le comunità intraprendono attività, opere in diversi ambiti: pastorale, educativo, editoriale. Per questo si costruiscono Enti ecclesiastici, Associazioni, ONLUS, Cooperative che coinvolgono gli immobili, la titolarità dell’attività, la legale rappresentanza, la responsabilità di gestione e di indirizzo. Nelle opere ci sono dipendenti e volontari e la comunità, spesso, non ha più la totalità dei compiti di responsabilità. 

         Credo che sia utile riflettere sul fatto che un’opera convoca attorno a se una comunità di persone, che possiamo definire “comunità dell’opera”, che è diversa dalla comunità religiosa, perché è un altro soggetto, è più ampia della comunità dei religiosi, in quanto questa è inserita in essa. La vita della comunità religiosa e l’opera non sono indipendenti, ma interagiscono tra di loro, si influenzano e si condizionano. Questa dipendenza impone una chiarificazione dei rapporti istituzionali, si da non creare una divaricazione tra comunità ed opera, con grave danno della testimonianza di comunione e della identità carismatica dell’opera. Infatti, mentre il rapporto del superiore religioso con la sua comunità è ben delineato dalle Costituzioni e dalle Norme, il suo rapporto con l’opera, qualunque essa sia (casa di spiritualità, parrocchia, scuola, centro editoriale, associazione,…), non sempre è chiaro. Nasce, pertanto, un duplice rischio:

- se il superiore è responsabile dell’opera, la comunità rischia di essere trascurata, perché gli impegni dell’opera sono esorbitanti;

- e il superiore non ha la responsabilità dell’opera, rischia di vivere ai margini, se non crea conflitti con i responsabili dell’opera stessa.        

         Quanto suddetto è paradigmatico di una situazione abbastanza diffusa nelle nostre Province, situazione che rivela un permanente rapporto a rischio tra comunità religiosa ed opera. Occorre, pertanto, prendere atto che la maggior parte delle nostre comunità non sono più “comunità regolari”, ma “comunità dell’opera”. Continuare a gestirle ed animarle come se non fosse accaduto nulla in questi ultimi quarant’anni, significa creare conflitti, oltre che vanificare risorse e spegnere entusiasmi. 

  1. La vita fraterna, nucleo animatore della comunità e dell’opera

         Un tema sempre all’ordine del giorno è quello della vita delle comunità. Le recenti riflessioni della Chiesa sulla vita fraterna (“La vita fraterna in comunità” 1994; “Vita consacrata” 1996; “Ripartire da Cristo” 2002), come i Documenti dell’Ordine, pongono l’accento sulla comunità consapevoli che questa: rende visibile il carisma nella sua bellezza, comunica la spiritualità, testimonia la sequela di Cristo, abita il territorio e legge le sue sfide, vive la Chiesa locale, motiva i religiosi nella formazione permanente e forma i laici alla corresponsabilità. 

         Le comunità locali sono lo spazio del nostro quotidiano, il luogo della fecondità vocazionale, della significatività, dell’operatività. E’ in quest’ambito vitale che la Province devono porre le condizioni perché le comunità funzionino, garantendo appoggio e animazione pastorale, capacità di proporre progetti possibili e verifiche periodiche. Non dimentichiamolo, la Provincia esiste in funzione delle comunità locali pertanto, nell’attuale transizione culturale, alcune scelte andranno opportunamente ponderate: criteri per la composizione della comunità, nuovo rapporto tra comunità ed opera, maggiore inserimento nella Chiesa locale, passaggio dalla vita in comune alla vita fraterna in comunità. 

         Mi limito a presentare alcune chiarificazioni solo su quest’ultima opzione.

La vita comune è rappresentata da quello che abbiamo appreso fin dal noviziato: abitare insieme, compiere gli stessi atti dove, come è facile immaginare, l’importante è ritrovarsi fisicamente.

La vita fraterna in comunità vuol dire accoglienza della persona, qualità dei rapporti interpersonali e comunitari, amicizia, gioia di stare e lavorare insieme. 

         Consapevole delle difficoltà, affermo che abbiamo necessità di trovare, nei vissuti delle nostre comunità, un equilibrio. Sperimentiamo, infatti, che la vita fraterna non si realizza solo perché c’è vita comune, come è altrettanto evidente che senza vita comune non si crea fraternità.  

         Per favorire la vita fraterna in comunità bisognerebbe rifare le comunità tenendo presenti gli orientamenti sopra descritti e attestandosi su un nucleo animatore. Il nucleo animatore di una comunità è un gruppo di Religiosi che: si identificano con una missione comune, condividono una spiritualità e uno stile carismatico, assumono solidalmente il compito di convocare, motivare e coinvolgere tutti coloro che si interessano di un’opera, formano con i laici la comunità dell’opera e, insieme, realizzano un progetto di evangelizzazione. Tutto questo significa che la comunità nucleo animatore è un elemento fondamentale, che va strettamente connesso ad altri come: la partecipazione dei laici alla missione, la formazione della comunità dell’opera, l’elaborazione di un progetto locale e provinciale, la comunicazione della spiritualità, la condivisione di uno stile carismatico. Questo modello ricorda che le attività e le opere si reggono, oggi, solo su criteri di partecipazione, di percorsi effettivi di ecclesiologia di comunione, di apertura e valorizzazione di tutte le vocazioni presenti nel popolo di Dio.

Roma, 18.09.2005   

P. Luigi Gaetani, OCD
2° Definitore Generale

     
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Updated 27 set 2005 by OCD General House
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