Carissimi
Confratelli,
come
narrare l’esperienza di animazione, così simile alla Vostra,
senza ridire il già detto? Alla luce di
questa domanda, il mio intervento vuole restare aderente
alla realtà maturata nelle Visite già fatte, quella che mi
ha portato a vedere in mezzo a noi tanta bellezza. E’
proprio vero, i nostri religiosi, le comunità, le Province
non sono un problema, ma un universo da scoprire, persone da
ascoltare, persone che non chiedono la soluzione dei
problemi, ma vicinanza, fraternità, relazioni vere. Questa
esperienza mi ha fatto un gran bene, è
divenuta spazio d’incontro, vera incarnazione dell’Ordine,
compagnia della Chiesa, luogo del Mistero.
A partire
da questo positivo che, in modi
differenti, ha riguardato anche le Carmelitane Scalze e i
laici, metto a tema alcuni aspetti, emersi da una
riflessione più allargata, piuttosto che presentare il
diario da viaggio. Credo, così, di fare cosa utile aiutando
a vedere non tanto l’effetto, ma la probabile causa
di alcuni disagi. Divido
l’intervento in quattro punti: il servizio
di animazione in Europa, la
relazione e le relazioni, le responsabilità gestionali, la
vita fraterna nucleo animatore della comunità e dell’opera.
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Il
servizio di animazione in
Europa
Il
servizio di animazione delle
Province OCD, che P.N. Generale ci ha affidato (le
Province di: Portogallo, Spagna, Italia e Croazia, senza
dimenticare quei territori ad esse connessi per iniziative
di espansione dell’Ordine come la Romania, l’Albania e la
Bulgaria, oltre i territori di cui dovrò anche parlare per
affinità culturale e di appartenenza territoriale quali la
Francia e la Svizzera, la Germania, l’Austria, l’Olanda, il
Belgio, la Polonia, l’Ungheria, la Repubblica Ceca e altre
Circoscrizioni dell’Est europeo, affidati all’animazione dei
Definitori, P. Zdenko Krizic e P. Robert Paul), non
avrebbe senso senza una riflessione di fondo tutta ispirata
alla speranza cristiana. Non è possibile animare, a
qualunque livello avvenga questo ministero, se la nostra
capacità di sperare è monca.
Quello che
sta accadendo in Europa merita la nostra attenzione perché,
essendo un avamposto ecclesiale e sociale, potrebbe
risultare utile a molti per
leggere situazioni che le Circoscrizioni dell’Ordine saranno
chiamate a vivere da qui a qualche anno. Invoco uno sguardo
realista per leggere la realtà, insieme
a occhi da bambini, a cuore da bambini, perché non
abbiamo bisogno di deprimerci, ma di aprirci a Gesù Risorto,
speranza del mondo.
Nell’attuale congiuntura culturale e teologico-giuridica, in
questa “notte”, come alcuni la definiscono, la Vita
Religiosa vive una sorta di
anoressia, si ritrova depotenziata nel suo essere e nel suo
operare profetico. E’ sintomatico, come ricordava Paolo VI,
che oggi, manchino i testimoni, mentre abbondano gli “uomini
di governo”, scarseggino i
profeti e proliferano i diplomatici. E’ sotto gli occhi di
tutti che la speranza del Regno è attaccata dal pensiero
debole, da quella cultura che vive senza orizzonte
di attesa (futuro), priva di
spazio di esperienza (passato), tutta concentrata su quello
che accade ora. Si vive derubati del futuro perché si è meno
sicuri del progresso, perché è cambiato il rapporto tra il
tempo e la speranza e il passato sembra irraggiungibile. La
stessa creatività è stata spenta dalla normalità, dalla
gestione dell’esistente senza tensioni. Non è dato
di essere “minorità”, è
consentito solo mettersi in fila ed essere marginali,
tagliati fuori dagli spazi culturali e sociali dove si pensa
il futuro, dove si può incidere sulla storia.
In
questo orizzonte, che lascia
molti spazi alla critica, dobbiamo riconoscere segni
efficaci di solidarietà ed anfratti profetici, desideri di
reazione e voglia di un altro modo di vivere e di essere,
brecce di speranza, opportunità che chiamano, risvegliano,
convocano e sfidano. E’ proprio la chiarezza dell’analisi
dei segni dei tempi e dei luoghi, a farci considerare che in
Europa non è in questione il cristianesimo, o la Vita
Religiosa, ma l’essere stesso dell’umanità,il
suo relazionarsi al Mistero. Il problema
è, prima di tutto, antropologico, perché nell’attuale
cambiamento socio-culturale, si sta varcando una
frontiera antropologica, si sta consumando il passaggio dal
modello postindustriale a quello tecnologico. In questo
percorso prevale spesso la paura e alcuni credono che si
voglia manomettere la vita e la spiritualità. Davanti ad un
cambiamento difficile da definire, proprio perché sono
in gioco valori così grandi che
riguardano la persona umana e il suo essere religioso,
occorre dare spazio alla ricerca, alla creatività,
all’esperienza, perché ci vuole coraggio per osare, per
guadare il fiume della storia e dell’anima.
In questo
senso, quello che sta succedendo in Europa, sia nell’ambito
della società come nel campo ecclesiale, non possiamo
considerarlo una malattia mortale, ma rappresenta il segno
di una trasformazione che, in ogni caso, attraverserà il
pianeta, data la globalizzazione. La stessa “notte” della
Vita Religiosa non la intacca in quanto
europea, ma per il fatto di vivere inculturata nel mezzo di
una società in mutazione culturale. Comprendere questo
processo significa attrezzarsi per
vivere l’attuale cambio culturale, significa tornare
a pensare.
Se applichiamo quanto suddetto, a
titolo esemplificativo, alla scelta che ha portato e porta a
ricercare aiuti vocazionali in Paesi extraeuropei, avremo
sorprendenti risultati. Infatti,
questi aiuti non potranno rappresentare la risoluzione del
problema delle vocazioni in Europa, ma serviranno solo a
porre una resistenza all’incedere del nuovo. Ne’ possiamo
essere così ingenui da parlare di missione in senso
contrario, perché qui si tratta di altro, si sta consumando
un cambiamento epocale che potrà
essere vissuto e accolto, in un processo di purificazione e
di rinnovamento, solo da chi lo conosce e lo ha vissuto dal
di dentro, attraversando tutte le sue fasi di sviluppo e di
crisi. Gratitudine a tanti fratelli e sorelle che
sono in mezzo a noi, che ci
aiutano a ritenere alcune presenze importanti, ma non
confondiamo i problemi.
La Vita
Religiosa in Europa non può non scegliere, o pensare di
astenersi da questa ricerca della realtà. Se ciò accadrà,
annegherà nel piccolo stagno della sua pretesa, quella che
la porta a piegarsi su se stessa, a mettere argini, ad
essere autoreferenziale, a preoccuparsi solo di sopravvivere
dentro nicchie di postmodernità, mentre questa è l’ora del
coraggio, il tempo di mettere in questione se stessa fino in
fondo, accettando la potatura del presente per essere
nel mondo presenza della vita
secondo lo Spirito, “luogo teologico”, “Kairós”, opportunità
per rilevanza teologica e significato religioso tali, che il
cristianesimo potrà guardare all’Europa per vedere quello
che potrebbe essere il suo futuro.
-
La
relazione e le relazioni
Dall’esperienza delle Visite emerge che il primo grosso
ambito di confronto con la cultura attuale riguarda la
persona e, in particolare, la sua capacità o meno di
relazione. Per noi non può essere un tema scontato, se è
vero che tra i nostri religiosi c’è un urgente bisogno di
relazione, di qualità relazionale.
Nella vita
fraterna in comunità il luogo proprio della relazione è
l’identità religiosa, quella chiara consapevolezza di che
cosa significhi essere Religioso. E’ importante partire da
qui per capire perché, oggi, la qualità delle relazioni, a
livello personale e/o comunitario, rischia di essere
sopravvalutata solo per il fatto che
si danno quantitativamente più comunicazioni. Non pochi
religiosi vivono di telefono, di telefonino,
di internet ed hanno una agenda
piena di indirizzi, ma questo non sempre li rende soggetti
qualitativamente relazionati. In verità, la qualità delle
relazioni non è proporzionale alla loro moltiplicazione, ma
piuttosto alla loro valenza comunitaria e al loro diventare
più personalizzate, di uno spessore umano e spirituale
sempre maggiore. E’ singolare l’esperienza dei Religiosi più
giovani che, sicuramente, hanno un certo apprezzamento ed
una facilità alle relazioni, almeno a prima vista, ma
rivelano anche la sete di
esperienze il più possibile numerose e varie. Forse che in
questo consumismo relazionale non si cela, oltre a cause
chiaramente positive, anche
l’eccessivo timore della solitudine, se non addirittura la
difficoltà inconscia di stare di fronte a se stessi, di
sentirsi insicuri della propria identità?
La
relazione, alla luce di una
identità religiosa, non si limita solo a livello orizzontale
(rapporti interpersonali, comunitari, pastorali,
professionali), perché se il Religioso vuole essere l’uomo
per gli altri, è chiamato ad essere, prima di tutto, l’uomo
per l’Altro. Se manca questa
apertura trascendente, se il Religioso non è educato a
orientare la sua esistenza a Dio, vivendo “in
ossequio” di Lui, si corre il rischio della dissociazione.
Pertanto, questa non è una delle relazioni possibili, ma
quella fondante, che da senso
all’identità propria e specifica ogni altra relazione. Alla
scuola di questa profondità relazionale, la comunità, vero
crocevia relazionale, diviene spazio teologale dove le
relazioni, segnate dai consigli evangelici e dalla vita
teologale, maturano come testimonianza, solidarietà e
servizio apostolico, si aprono al “dialogo con tutti” (VC,
100-103) e alla collaborazione apostolica nella Chiesa.
Infine,
l’identità religiosa può essere considerata anche a livello
di identità carismatica. E qui
possiamo dire che preoccupano alcuni segnali
di appiattimento. Mi limito a
presentare solo un ambito: quello della pastorale
vocazionale.
Si denota
che non sempre il discernimento guida la nostra pastorale
vocazionale. Forse si è più preoccupati della sopravvivenza
e dei numeri che non della natura della
chiamata dei possibili candidati. Si assiste così a “crisi
vocazionali” che hanno tutto il sapore di “crisi
affettivo- religiose”, crisi che portano i soggetti a
denunciare la mancanza di quello che avrebbero voluto
trovare e che, invece, non gli è stato dato, oppure si
registrano crisi di identità, di
inculturazione, di realizzazione. Già la Congregazione dei
Religiosi, con lettera del 1995 al Nunzio Apostolico in
Spagna, ricordava di vigilare sui pericoli insiti nel
reclutamento di ragazze in Paesi di
America Latina, Asia ed Africa come postulanti per
monasteri altrimenti destinati a chiudere. Che non si tratti
di un pericolo limitato ai monasteri
è sotto gli occhi di tutti.
-
Responsabilità gestionali
Un altro
tema che mi sembra importante affrontare è quello delle
responsabilità gestionali. Tutti
sappiamo che per realizzare la
propria missione le comunità intraprendono attività, opere
in diversi ambiti: pastorale, educativo, editoriale. Per
questo si costruiscono Enti ecclesiastici, Associazioni,
ONLUS, Cooperative che coinvolgono gli immobili, la
titolarità dell’attività, la legale rappresentanza, la
responsabilità di gestione e di
indirizzo. Nelle opere ci sono dipendenti e volontari e la
comunità, spesso, non ha più la totalità dei compiti di
responsabilità.
Credo che
sia utile riflettere sul fatto che un’opera convoca attorno
a se una comunità di persone, che possiamo definire
“comunità dell’opera”, che è diversa dalla comunità
religiosa, perché è un altro soggetto, è più ampia della
comunità dei religiosi, in quanto
questa è inserita in essa. La vita della comunità religiosa
e l’opera non sono indipendenti, ma interagiscono
tra di loro, si influenzano e si
condizionano. Questa dipendenza impone una chiarificazione
dei rapporti istituzionali, si da
non creare una divaricazione tra comunità ed opera, con
grave danno della testimonianza di comunione e della
identità carismatica dell’opera. Infatti, mentre il rapporto
del superiore religioso con la sua comunità è ben
delineato dalle Costituzioni e
dalle Norme, il suo rapporto con l’opera, qualunque essa sia
(casa di spiritualità, parrocchia, scuola, centro
editoriale, associazione,…), non sempre è chiaro. Nasce,
pertanto, un duplice rischio:
-
se il superiore è responsabile dell’opera, la comunità rischia di essere
trascurata, perché gli impegni dell’opera sono esorbitanti;
-
e il superiore non ha la responsabilità dell’opera, rischia di vivere ai
margini, se non crea conflitti con i responsabili dell’opera
stessa.
Quanto suddetto è paradigmatico di una
situazione abbastanza diffusa nelle nostre Province,
situazione che rivela un permanente rapporto a rischio tra
comunità religiosa ed opera. Occorre, pertanto,
prendere atto che la maggior parte delle nostre comunità non
sono più “comunità regolari”, ma “comunità dell’opera”.
Continuare a gestirle ed animarle come se non fosse accaduto
nulla in questi ultimi quarant’anni, significa creare
conflitti, oltre che vanificare risorse e spegnere
entusiasmi.
-
La
vita fraterna, nucleo animatore della comunità e dell’opera
Un tema
sempre all’ordine del giorno è quello della vita
delle comunità.
Le recenti riflessioni della Chiesa
sulla vita fraterna (“La vita fraterna in comunità” 1994;
“Vita consacrata” 1996; “Ripartire da Cristo” 2002), come i
Documenti dell’Ordine, pongono l’accento sulla comunità
consapevoli che questa: rende visibile il carisma nella sua
bellezza, comunica la spiritualità, testimonia la sequela di
Cristo, abita il territorio e legge le sue sfide, vive la
Chiesa locale, motiva i religiosi nella formazione
permanente e forma i laici alla corresponsabilità.
Le
comunità locali sono lo spazio
del nostro quotidiano, il luogo della fecondità vocazionale,
della significatività, dell’operatività. E’ in quest’ambito
vitale che la Province devono
porre le condizioni perché le comunità funzionino,
garantendo appoggio e animazione pastorale, capacità di
proporre progetti possibili e verifiche periodiche. Non
dimentichiamolo, la Provincia esiste in funzione delle
comunità locali pertanto, nell’attuale transizione
culturale, alcune scelte andranno opportunamente ponderate:
criteri per la composizione della comunità, nuovo rapporto
tra comunità ed opera, maggiore inserimento nella Chiesa
locale, passaggio dalla vita in comune alla vita fraterna in
comunità.
Mi limito
a presentare alcune chiarificazioni solo su quest’ultima
opzione.
La vita
comune
è rappresentata da quello che abbiamo appreso fin dal
noviziato: abitare insieme, compiere gli stessi atti dove,
come è facile immaginare,
l’importante è ritrovarsi fisicamente.
La vita
fraterna in comunità
vuol dire accoglienza della persona, qualità dei rapporti
interpersonali e comunitari, amicizia,
gioia di stare e lavorare insieme.
Consapevole delle difficoltà, affermo che abbiamo necessità
di trovare, nei vissuti delle nostre comunità, un
equilibrio. Sperimentiamo, infatti, che la vita fraterna non
si realizza solo perché c’è vita comune,
come è altrettanto evidente che senza vita comune non
si crea fraternità.
Per
favorire la vita fraterna in comunità
bisognerebbe rifare le comunità tenendo presenti gli
orientamenti sopra descritti e attestandosi su un nucleo
animatore. Il nucleo animatore di una comunità è un gruppo
di Religiosi che: si identificano
con una missione comune, condividono una spiritualità e uno
stile carismatico, assumono solidalmente il compito di
convocare, motivare e coinvolgere tutti coloro che si
interessano di un’opera, formano con i laici la comunità
dell’opera e, insieme, realizzano un progetto di
evangelizzazione. Tutto questo significa che la comunità
nucleo animatore è un elemento fondamentale, che va
strettamente connesso ad altri come: la partecipazione dei
laici alla missione, la formazione della comunità
dell’opera, l’elaborazione di un progetto locale e
provinciale, la comunicazione della spiritualità, la
condivisione di uno stile carismatico. Questo modello
ricorda che le attività e le opere si reggono, oggi, solo su
criteri di partecipazione, di percorsi effettivi
di ecclesiologia di comunione, di
apertura e valorizzazione di tutte le vocazioni presenti nel
popolo di Dio.
Roma, 18.09.2005
P.
Luigi Gaetani, OCD
2° Definitore Generale