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SIMPOSIO INTERNAZIONALE 
Edith Stein 
Testimone per oggi
Profeta per domani
 

Teresianum - Roma ottobre 1998

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by
Jesús  García Rojo
OCD

ESEMPLARITÀ E ATTUALITÀ  DELL'ITINERARIO DI EDITH STEIN 


SOTTO L'INFLUSSO DI ADOLF REINACH E MAX SCHELER INTERESSE CRESCENTE PER LA RELIGIONE
LA FEDE, LUCE CHE ILLUMINA LA VITA  CONCLUSIONE

  La vita di ogni persona, come quella di ogni popolo e dell'umanità nel suo insieme è un cammino. L'itineranza è condizione propria dell'essere umano , anche se non tutti sono coscienti di questo e alcuni perfino si oppongono a essa. La parola itineranza ha la stessa radice semantica di itinerario: rotta o cammino, compreso tra un punto di partenza e un altro d'arrivo. La negazione di uno di questi punti falsa la realtà dell'itinerario. Così, quando l'uomo rinuncia alla sua origine, corre il pericolo di perdere di vista la sua meta. E il contrario. Perché l'uomo si situi correttamente nel presente deve essere capace di incastonarvi tanto il suo passato quanto il suo futuro. Il presentismo è la tentazione alla quale soccombono quanti vivono con le spalle al passato e al futuro, dimenticando che, per natura, l'uomo è un essere itinerante. 

Colpisce sempre che nella discussione che Gesù tiene con i giudei a un certo punto dica loro: "Io so da dove vengo e dove vado" (Gv 8,14). Gesù non è emerso dal nulla o per semplice caso. Benché i suoi interlocutori lo ignorino, egli viene da Dio e a Dio ritorna. Prima, certamente, deve annunciare il Regno, andando di popolo in popolo e di città in città. È il cammino particolare percorso da Gesù e che culminerà a Gerusalemme. I Vangeli sinottici, ciascuno a suo modo, ci presentano questo cammino, nel quale Gesù appare accompagnato da altre persone. Sarebbe interessante notare le incorporazioni e le diserzioni che si vanno producendo nella misura in cui scorre il cammino. Solamente ora voglio richiamare l'attenzione su un fatto che tutti conoscono: giunta l'ora suprema, vale a dire, la fine del cammino, tutti fuggono, lasciando Gesù solo. Però, qui rimane il cammino che Lui ha tracciato. Morto Lui, i discepoli saranno conosciuti come i "seguaci del cammino" (At 9,2). 

Vari secoli prima, agli ordini di Mosè, il popolo d'Israele seguì il cammino che lo condusse dalla schiavitù d'Egitto alla patria della libertà. Fu un lungo e penoso cammino, pieno di difficoltà, al punto che molto pochi raggiunsero la meta. I cadaveri che rimasero numerosi nel deserto erano la prova che l'impresa aveva avuto successo solo in parte. Molto meglio andrà ai deportati a Babilonia. Quando il profeta Isaia annuncerà il loro ritorno, insisterà sul suo carattere festoso e liberatore. In questo nuovo esodo, pianto e dolore rimangono dietro, davanti c'è allegria in abbondanza. In mezzo, Dio che accompagna e guida il suo popolo per un cammino diritto e sicuro, al quale si dà il nome di "via sacra" (cf. Is 35, 1-10; 43, 1-7.16-21). L'impatto che l'esperienza dell'esodo produsse in Israele in ordine alla sua costituzione come popolo eletto da Dio è riconosciuto da tutti. Chiamato a vivere nella presenza del Signore, l'israelita ha coscienza del fatto che è in cammino. Le sue periodiche peregrinazioni a Gerusalemme, "tra canti di giubilo e di lode" (Sal 41, 5), erano una occasione magnifica per benedire il Signore che guida il suo popolo come un gregge (cf. Sal 94, 6-7; 99, 3-4). 

Edith Stein non ebbe occasione di salire a Gerusalemme come, secondo costume, "salivano le tribù a celebrare il nome del Signore" (Sal 121, 4), però non per questo ignorò le tradizioni dei suoi antenati. L'abbondanza di dettagli con i quali narra la celebrazione delle feste giudaiche in famiglia non mostra solo la sua eccellente memoria, ma è anche un chiaro indizio del fatto che le pratiche religiose lasciarono in lei un'orma incancellabile(1). In quanto membro del popolo giudeo, al quale si tiene strettamente legata, assume in maniera creativa la sua storia, nella quale la categoria dell'esodo è un elemento essenziale(2). Certamente, se si eccettua l'ultima tappa della sua vita, le circostanze le permisero di muoversi con piena libertà. Si direbbe che vada dove le piace; valutazione che non è del tutto esatta, poiché lei non va dove più le piace, ma dove la sua personale esigenza interiore la guida. Con ciò, le sue partenze e i suoi arrivi sono l'espressione di un particolare itinerario; itinerario che vorremmo qui abbozzare, anche se limitandoci a quelli che, secondo noi, furono gli anni decisivi: quelli che vanno dal 1913 al 1933, vale a dire dalla sua prima permanenza a Gottinga fino, aprossimativamente, alla sua entrata al Carmelo di Colonia. 

Dopo lunghe e laboriose revisioni, nell'anno 1936 Edith Stein concludeva la sua grande opera Essere finito e essere eterno. Il libro, un saggio sul fondamento ultimo dell'essere e sul suo senso, "fu scritto per principianti da una principiante () che aveva incontrato il cammino di Cristo e della sua Chiesa ed era occupata a trarne le conclusioni pratiche"(3). Senza soffermarci a verificare in che misura il libro sia il riflesso fedele della traiettoria dell'autrice, facciamo nostre le parole di Feldmann, quando assicura che "Edith Stein ascese con crescente coraggio e con rinnovata nostalgia, spinta sempre da una passione insaziabile, fino a che arriva a raggiungere quella realtà ultima che ingloba e sostiene tutta la realtà umana"(4). Donna di grande energia, Edith Stein non solamente non si arresta di fronte alle difficoltà, ma addirittura, da quando era molto giovane, sognava la gloria, "poiché ero convinta che ero destinata a qualcosa di grande"(5). Questi sogni e aneliti di grandezza la spinsero a scartare cammini facili e a scegliere quelli difficili, giacché sono quelli che più corrispondono al suo modo d'essere. Per questo, a parte altre ragioni, finirà con lo scegliere e seguire santa Teresa di Gesù. 

In effetti, tutti sappiamo che l'incontro con santa Teresa di Gesù comportò per lei un cambiamento profondo. A partire da quel momento, era l'estate del 1921, la sua vita prende una nuova direzione, e questo è ciò che autorizza a parlare di un prima e di un dopo. Nonostante ciò, contemplare quell'avvenimento in se stesso senza relazione alcuna con tutto il resto è, a nostro giudizio, un'impostazione scorretta. Certamente nella sua azione meravigliosa la grazia oltrepassa i nostri calcoli e le nostre previsioni, però è anche certo che, come regola generale, rispetta e si adatta alla natura delle persone. In questo senso, catalogare la conversione di Edith Stein in una decisione repentina e puntuale è qualcosa che non corrisponde al suo modo d'essere. Per questo c'incliniamo a pensare che nel suo caso la decisione di farsi cattolica sia il risultato di un complesso processo di maturazione nel quale sono intervenuti fattori di diversa natura(6)

Non è nostra intenzione analizzare la conversione di Edith Stein, se non nella misura in cui forma parte del suo itinerario. In questo senso è obbligatorio domandarsi: che cosa fu ciò che, alla fine, portò Edith Stein a compiere il passo verso il cattolicesimo e quali ne furono le conseguenze? 

Prima di affrontare questa questione sembra opportuno citare la testimonianza di una persona molto amata da Edith Stein, tanto che fu la sua madrina di battesimo. Mi riferisco a Hedwig Conrad-Martius, che in una delle sue Lettere riferisce quanto segue: "Edith Stein era un essere buono e prudente, di un'abnegazione instancabile, ma rimaneva segreta e silenziosa. Molto equilibrata quanto al suo carattere, dava l'impressione di essere sempre concentrata e come assorta in una meditazione ininterrotta () Noi eravamo intimamente unite, però non so granché che possa dire della sua evoluzione interiore"(7)

A giudicare da queste parole, si potrebbe avere l'impressione che presentare l'itinerario interiore di Edith Stein sia impossibile. Questa prima impressione sparisce non appena prendiamo in mano i suoi scritti e ci familiarizziamo progressivamente con essi. Grazie ad essi, soprattutto a quelli che hanno una marcata impronta autobiografica, ci è dato d'addentrarci nel suo mondo interiore, seguendo da vicino le tappe della sua vita. 

SOTTO L'INFLUSSO DI ADOLF REINACH E MAX SCHELER 

Nell'anno 1913 Edith Stein si trasferisce a Gottinga nella cui università era professore E. Husserl. La lettura delle Ricerche logiche aprì il suo spirito a un nuovo campo fino allora sconosciuto per lei: la fenomenologia. Però, chi va a esercitare un influsso maggiore su di lei, tanto durante la sua permanenza a Gottinga come dopo, è A. Reinach. La sua giovane età non era, assolutamente, un ostacolo perché tutti provassero un grande rispetto verso di lui. Dotato di un grande savoir-faire, non era semplicemente capace di insegnare e apprendere. C'era qualcosa di più: "una ricerca comune". 

Ricordando quegli anni, commenta Edith Stein: "Le ore passate nella deliziosa stanza da lavoro di Reinach furono le più felici di tutta la mia permanenza a Gottinga"(8). Al suo arrivo a Gottinga egli fu il primo a riceverla e fu anche colui che le infuse nuovo animo per continuare quando, a causa del lavoro, attraversava momenti molto difficili; tanto difficili che la vita le sembrò insopportabile. Come riferisce l'interessata, quella fu la prima volta che si trovò davanti a qualcosa che era incapace di dominare. Però lì c'era Reinach che le porse la mano. L'effetto fu tanto positivo che, come racconta, si sentì "come rinata". La crisi fu superata e Edith Stein, che non dimenticava facilmente i favori che le facevano, presto avrà occasione di corrispondere all'aiuto che le aveva prestato A. Reinach. 

Come tutti sanno A. Reinach cadde sul fronte l'anno 1917. La notizia della sua morte causò un profondo sconforto nel circolo dei suoi amici, senza che Edith Stein facesse eccezione. È perfino possibile che lo sentisse più di altri poiché, di fatto, non è stata capace di dissimulare la sofferenza, e si vede obbligata a chiedere scusa a Roman Ingarden perché, influenzata dagli avvenimenti, non ha avuto alcun momento di allegria(9). In quei tempi Edith Stein lavorava ancora come assistente di Husserl, e in sua rappresentanza assiste alla sepoltura di A. Reinach a Gottinga il 31 dicembre del 1917. Mesi più tardi, liberata dal suo impegno di assistente, assume un nuovo lavoro: ordinare i fascicoli del defunto Reinach. Pare che la vedova le chiese questo favore. Lei accetta volentieri. Prima di trasferirsi a Gottinga, dove il 29 marzo del 1918 avrà occasione di partecipare al battesimo di Pauline, sorella di Reinach, fa in modo che le inviino le Note che questo scrisse sulla filosofia della religione negli ultimi anni, guadagnandogli un giudizio molto positivo. 

Le Note menzionate sono semplici bozze e notizie, più o meno sparse, delle quali già le aveva parlato l'autore nel Natale del 1916. Fu allora che le aveva assicurato che, a dire la verità, mai era stato veramente interessato alla filosofia e che quello che lo preoccupava in quel momento erano questioni di ordine religioso, delle quali desiderava occuparsi a fondo una volta terminata la guerra(10). Le Note alle quali ci stiamo riferendo, incluse nell'introduzione che Hedwig Conrad-Martius fece all'edizione delle Opere di A. Reinach, affrontano il tema dell'esperienza interiore di Dio. Lì, tra le altre cose si legge: "Mi piacerebbe esporre il significato totale di questa esperienza, mostrare fino a che punto può reclamare l'oggettività, dimostrare perché è una conoscenza autentica, benché di un genere speciale; e, infine, trarre le conclusioni"(11). In queste parole è ben chiaro qual era il desiderio di Reinach, stroncato solo dalla morte. Se è importante combattere la guerra, molto più importante è sostenere quelli che vacillano e spingere avanti quelli che la scienza ha allontanato da Dio. Questo è quello ch'egli si proponeva di fare. 

Naturalmente, Edith Stein non fu indifferente all'esperienza religiosa vissuta da A. Reinach nel campo di battaglia. Di fatto Erika Gothe, sua compagna a Gottinga, afferma: "Avevamo le nostre discussioni filosofiche, che spesso sfioravano il terreno religioso, mosse particolarmente verso quello perché il nostro professore Adolf Reinach si era convertito al cristianesimo durante la guerra, scrivendo da allora in tutte le sue lettere che il suo lavoro filosofico si sarebbe ridotto da lì in avanti a mostrare agli uomini il cammino della fede"(12)

Sarà sempre un compito arduo precisare con esattezza il grado di influenza di A. Reinach su Edith Stein. Si dovette a lui (alla sua morte) che cominciasse a leggere il Nuovo Testamento, come suggerisce Sancho Fermín?(13) In questo caso, una cosa è chiara: nel tentativo di cercare una spiegazione al ruolo che noi umani giochiamo nella storia del mondo, il 19 febbraio del 1918 cita il seguente testo evangelico: "Il Figlio dell'Uomo se ne va, come è stabilito. Però, guai a quell'uomo che lo consegnerà!" (Lc 22,22). Afferma che noi siamo i responsabili di quanto succede, senza che dobbiamo dare la colpa a nessuno. Questa, evidentemente, non è un ragione sufficiente per credere che la storia si spieghi per se stessa. "A mio modo di vedere ­ dice a Ingarden ­, religione e storia si avvicinano sempre più"(14). A volte, per non provocare le ire del suo amico, aggiunge che quello che sta esponendogli sono "idee" non fondate scientificamente. Però il lettore ha il sospetto che qui si nasconda qualcosa di molto importante. Un anno prima, ­ esattamente il 20 febbraio 1917 ­ casualmente mostrava la sua allegria nel venire a sapere che Ingarden si era imbattuto in problemi religiosi. Lei, che tempo prima aveva vissuto senza contare su Dio, ora riconosce che "è impossibile disegnare una teoria della persona senza affrontare la questione di Dio, come è impossiile sapere che cosa è storia"(15). In quel tempo era totalmente immersa nell'elaborazione delle Idee di Husserl, senza che le rimanesse tempo libero per nulla. Se non fosse stata in quella situazione, si sarebbe occupata delle questioni religiose, delle quali dice di essere interessata. Nel frattempo propone a Ingarden di leggere insieme sant'Agostino. Non indica forse tutto questo la presenza, per tenue che sia, di un mondo che, sfuggendo al controllo della scienza, lotta per farsi spazio nella coscienza? 

Quando Edith Stein giunse a Gottinga, funzionava la "società filosofica", costituita dai "veri discepoli di Husserl", che si riuniva una volta alla settimana per dibattere determinate questioni. Edith Stein, membro attivo di quella società, annota che il tema di dialogo scelto per quel semestre del 1913 fu un libro che, a detta sua, ha influito molto nella vita dei giovani fenomenologi: Formalismo nell'etica e etica materiale dei valori di Max Scheler. Husserl e Scheler rappresentavano due stili completamente diversi. Scheler possedeva delle qualità straordinarie per la comunicazione che facevano di lui ­ almeno in un primo momento ­ una persona affascinante. Edith Stein non solo non fu estranea a questa specie di incantesimo che Scheler esercitava sui suoi uditori, ma fu grazie a lui che entrò in contatto con un mondo che superava i limiti della filosofia. Fu un contatto fugace al quale per il momento non prestò maggiore attenzione, dato che era occupata con altri argomenti. Esteriormente tutto continuò come prima. Anni più tardi, senza dubbio, riconoscerà che, benché fosse ancora lontana dall'abbracciare la fede, davanti ai suoi occhi fece la sua apparizione un mondo fino allora sconosciuto, al quale da lì in avanti non potrà voltare le spalle. Passerà un po' di tempo prima che si occupi direttamente del tema religioso, che ora rimane in disparte, però questo non viene negato. Edith Stein ha l'impressione che sia impossibile opporsi a qualcosa i cui effetti sta sentendo in se stessa. "Mi accontentai ­ confessa ­ di raccogliere senza resistenza gli stimoli attorno a me e, quasi senza notarlo, fui trasformata a poco a poco"(16)

Edith Stein era andata a Gottinga unicamente ed esclusivamente per studiare filosofia. Senza dubbio, relativamente presto sente la chiamata della fede. Persone e avvenimenti che si incrociano nel suo cammino la stimolano a porsi di nuovo una questione che per qualche tempo ella considerò risolta. Aveva quattordici anni quando decise di porre fine alla fede ricevuta dai suoi antenati. È da notare che quella decisione coincise con un'altra ugualmente importante: quella di liberarsi dalla tutela di sua madre e dei suoi fratelli. Edith Stein voleva essere una persona libera e indipendente. Però né la scuola, né la vita in famiglia, e neppure la religione rispondono ai suoi aneliti di libertà. Per questo rompe, provvisoriamente, con queste tre istituzioni, cambiando ambiente. Ad Amburgo, prossima tappa della sua vita, scoprì che sua sorella Elsa e suo cognato Max vivevano completamente ai margini della religione, rendendosi conto, inoltre, che il suo mondo interiore si restringeva sempre più. Questo sì però: continuava a essere convinta di essere chiamata a qualcosa di grande(17)

INTERESSE CRESCENTE PER LA RELIGIONE 

Dopo i mesi passati ad Amburgo, ha inizio un nuovo capitolo nella vita di Edith Stein. Piena di energia, torna un'altra volta alle lezioni che condivide con alunni giudei, anche se la pietà che osserva in essi non è proprio una pietà profonda. C'è anche lì una compagna cattolica che Edith Stein apprezza, con la quale però non parlò mai di temi religiosi. La religione aveva smesso di essere per lei una questione vitale, e dovranno passare alcuni anni prima che torni a esserlo di nuovo(18)

Più sopra abbiamo alluso all'influsso che su ella esercitò l'incontro con Max Scheler e Adolf Reinach. Chi però influì maggiormente nella sua decisione a favore della religione è la vedova di quest'ultimo. La sua attitudine serena e piena di speranza di fronte alla morte di suo marito impressionò talmente Edith Stein che fece sì che il suo mondo interiore ne fosse scosso. Non poté più resistere alla grazia che misteriosamente la stava lavorando. Lei, tanto discreta, non disse nulla di quella singolare esperienza, in maniera tale che tutto, apparentemente, continuò uguale a prima. Anni più tardi, il P. Hirschmann si rivolse per lettera al Carmelo di Colonia per manifestare che, come le raccontò l'interessata, l'evento che scatenò la sua conversione al cristianesimo fu vedere come la signora Reinach, sostenuta dalla forza splendente della croce, sostenne la morte di suo marito. Allora le si manifestò la verità del cristianesimo(19)

Passerà ancora qualche tempo prima che riceva il battesimo. Un importante processo di trasformazione è però in atto, percepibile, soprattutto, attraverso le sue lettere. Così, per esempio, al pessimismo che ha fatto presa su sua sorella Erna e su altre persone oppone una visione ottimista e speranzosa, dicendo che più in là della confusione regnante creata dalla guerra, un nuovo spirito finirà per imporsi(20). Già prima, il 9 aprile 1917, di fronte al pessimismo di R. Ingarden, ella ha scommesso sulla speranza, mettendo in chiaro, però, che non era un'ingenua ottimista. Spiega: "Prima ero molto propensa a vedere solo il lato oscuro delle cose; ora, invece, cerco di scoprire anche il positivo che c'è dietro"(21). Siamo in piena guerra mondiale. Alcuni compagni di studio sono morti, e contemplando nello scaffale i suoi lavori, Edith Stein non solo ha la sensazione di appartenere a un'altra generazione, ma si chiede anche, stranita, come è ancora possibile che continui a vivere. La risposta ce la dà ella stessa assicurandoci che due cose la aiutano a mantenersi in piedi: "Il desiderio di vedere cosa ne sarà dell'Europa e la speranza di fare qualcosa per la filosofia"(22). Al momento una densa nebbia l'avvolge completamente, senza che sia possibile intravedere alcuna via di soluzione alla complicata situazione politica. Cosciente della gravità dei problemi non può, ciononostante, scacciare "l'idea che la storia del mondo ha un senso; senso che si instaura anche quando non c'è alcun uomo capace di indicarle il cammino"(23); rinunciando a fare alcun pronostico, cerca di vivere senza essere più preoccupata del risultato di determinati avvenimenti, però molto cosciente della sua impotenza: qualcosa a cui non riesce ad abituarsi del tutto. Così, quella che in altri tempi provava un indicibile piacere a intraprendere ciò che era apparentemente impossibile, ora riconosce che "uno deve considerare molto seriamente la propria impotenza, al fine di curarsi dall'illimitata fiducia nel suo volere e potere, della quale in altro tempo anch'io fui vittima"(24)

Il febbraio del 1918 segna una data importante nella vita di Edith Stein. Dopo aver lavorato un anno e mezzo al fianco di Husserl come assistente, ritiene che sia impossibile continuare oltre in quelle condizioni. Non si rifiuta di dargli una mano, sempre che sia necessario, però ciò che non accetta nel modo più assoluto è di mettersi sotto i suoi ordini. "Posso pormi ­ dice ­ al servizio di una causa e posso fare qualsiasi cosa per amore a una persona, però stare al servizio di una persona, detto in breve: obbedire, questo non posso farlo"(25). Libera da impegni che la obblighino, si dedicherà ai suoi propri interessi, preparando alcuni lavori(26) e collaborando all'edizione delle Opere di A. Reinach. S'ingannerebbe, ciononostante, chi crede che qui si radichi la sua "rottura" con Husserl, poiché ­ stando a quello che scrive il 28 febbraio del 1918 ­"il piacere di pubblicare cose si può veramente perdere"(27). Quello che invece non perde è il punto di appoggio che ha incontrato e che, come confessa, "mi rende estranea fino a un certo punto dai condizionamenti esterni"(28)

Non la spaventa il fatto di restare completamente sola a Friburgo, in cambio la disturba che le lettere di Ingarden siano carenti di contenuto. Tante erano le speranze riposte in lui! Con nessuno si era espressa nei termini con i quali si era espressa con lui, prova evidente della grande amicizia che li univa. Ora, delusa, gli dice che, posto che nessuno dei due pensi di dover interrompere lo scambio epistolare, "forse la cosa migliore sarebbe che mi limiti a dare informazioni sullo stato della fenomenologia"(29). In effetti, utilizzerà le sue lettere per porlo al corrente dei suoi importanti progetti: l'omaggio a Husserl in occasione dei suoi sessant'anni, e la pubblicazione degli scritti di Reinach. Gli dice anche che ha dato alcuni suggerimenti a Husserl, a proposito delle Idee, senza che si siano messi d'accordo; e, in mancanza di persone con le quali poter dialogare, annota: "Credo che voi siate l'unica persona con la quale potrei intendermi facilmente e rapidamente"(30). La simpatia giunge a tal punto che inizia a studiare polacco e a leggere letteratura polacca, e ha nostalgia dell'occasione di discutere con lui alcuni punti della filosofia di Bergson. 

Quando giunge questa occasione, lo informa dell'apparizione di un articolo nella rivista cattolica Stimmen der Zeit nella quale il gesuita Josef Kreitmaier mette in relazione la spiritualità moderna con Bergson(31). Proprio su Bergson, Ingarden aveva fatto il suo lavoro di dottorato; da parte sua, Edith Stein passa delle ore a leggere Bergson. Nonostante la buona impressione che le ha lasciato la lettura, per lettera fa sapere a Ingarden che in quel momento ­ ottobre 1918 ­ la scienza non è la cosa più importante per lei. Ci sono altre cose che la preoccupano di più e sulle quali non è facile scrivere. Aggiunge: "Mi piacerebbe parlare con lei di tutto, per vedere come sono viste le cose da fuori, però specialmente per giungere a un accordo su molte cose che mi tormentano"(32)

Quali sono le cose che tormentano Edith Stein in quei momenti? Senz'altro, la grave situazione politica attraverso la quale passava allora la Germania, era per lei causa di tormento. Un buon riflesso di questo suo stato d'animo è ciò che scrive il 6 ottobre del 1918: "Il miglior mezzo per adattarsi a questo mondo miserabile sarebbe congedarsi da esso. Però sono convinta che non si debba fare tanto alla leggera"(33). La vera fonte di sofferenza (e di allegria), però, era il suo mondo interiore, scenario di una lotta singolare. Forse ­ dice a Ingarden ­ voi avete già sospettato che abbia optato per il cristianesimo. È stata una decisione molto pensata e di grande trascendenza, tanto che al momento di dare il nome a quello che era successo non esita a impiegare la parola "rinascita". Felice, benché in maniera ben diversa da come Ingarden concepisce la felicità, spiega: "Per me la nuova vita è talmente legata agli avvenimenti dell'ultimo anno, che non rinnegherò mai nessuna delle loro forme; per me saranno sempre una presenza molto viva. In essi non posso vedere nessuna sfortuna, al contrario, formano parte del mio patrimonio più valido"(34). Conoscendo la freddezza di Ingarden e indovinando il suo più che probabile rifiuto, lo prega che non ci scherzi sopra. Non c'è nulla di più importante per lei. "In questo momento, uno è interiormente assorbito dalla grande decisione che dovrà prendere prossimamente"(35)

Benché concentrata interiormente, continua ad essere interessata a quanto succede intorno a lei. Di fatto, mossa dalla piega che prendono gli avvenimenti politici anticipa il suo viaggio da Friburgo a Breslau, mettendosi immediatamente in politica(36). Incapace di vivere completamente distaccata, cercherà di combinare la politica con il lavoro filosofico, ciò che alla lunga si rivelerà impossibile. Mancando delle doti adeguate (coscienza robusta e pelle spessa) si ritira dalla politica e comincia a pensare di presentarsi per una cattedra, ciò che consegue a Gottinga con il noto risultato: contro le regole, il suo lavoro è respinto perché "l'ammissione di una donna al concorso per una cattedra incontra ancora difficoltà"(37). Edith Stein non si lascia abbattere da questo contrattempo e considera la possibilità di tornare a presentarsi in altre università. Alla fine, tuttavia, scarta l'idea e si mette a dare lezioni per conto suo a Breslau. 

Nel 1920, in un viaggio che fa a Gottinga, conosce personalmente Hedwig Conrad-Martius con il quale si intende meravigliosamente e che la invita a passare le prossime vacanze a Bergzabern. Giunse a Bergzabern, proveniente da Gottinga, il 28 maggio 1921. Rimase lì poco più di due mesi (esattamente, fino ai primi di agosto); permanenza che dovette interrompere a causa del vicino parto di sua sorella Erna. Va, quindi, a Breslau, col fermo proposito, però, di tornare a Bergzabern al più presto e "senza limite di tempo". A cosa obbedisce questa sorprendente decisione? Sappiamo che nel tempo in cui rimase a Bergzabern, dove la coppia formata da Theodor e Hedwig Conrad-Martius aveva una piantagione e una buona biblioteca, Edith Stein giunse con questa a un rapporto di intimità a livelli profondi, cosa che lei stimò enormemente. Però, soprattutto, fu a Bergzabern che ­ come riferisce lei stessa ­ "presi la più grande decisione della mia vita"(38). Questa decisione, come si sa, fu quella di farsi cattolica, decisione che cagionerà importanti conseguenze per la sua vita. Di fatto, la sorprendiamo subito al lavoro su un saggio religioso-filosofico; inoltre, afferma che d'ora in poi pensa di lavorare solamente in questa campo(39)

 LA FEDE, LUCE CHE ILLUMINA LA VITA 

Il 15 ottobre 1921 comunica a Ingarden che è sul punto di entrare nella Chiesa cattolica, senza spiegargli i motivi che l'hanno spinta a farlo, per la semplice ragione che non è possibile farlo per lettera. Però, perché possa farsi un'idea approssimativa di quello che è successo, gli dice quanto segue: che negli ultimi anni la filosofia ha perso per lei l'attrattiva a favore della vita, della quale i suoi lavori sono solo un pallido riflesso. Quando si trova a Spira, il 13 settembre 1925, a Kaufmann, sorpreso per la sua conversione, spiega che si tratta di qualcosa che viene da molto prima. Per anni è rimasta vagando qua e là, "fino a che ho incontrato il luogo dove si trova pace e tranquillità per tutti i cuori inquieti"(40). La conversione, che ha provocato una violenta reazione da parte di sua madre, opera in Edith Stein un cambiamento mentale di grandi proporzioni, nel quale inizia a formarsi una nuova concezione del mondo. Prendendo le difese dell'ultimo libro di Hedwig Conrad-Martius, Conversazioni metafisiche, dà a capire a Roman Ingarden, contrario a qualsiasi interpretazione metafisica, che "ogni filosofo ha la sua", e gli dice che la metafisica "è in relazione molto stretta ­ e in maniera legittima ­ con la fede"(41). E per terminare, aggiunge: "È possibile dedicarsi insieme alla fenomenologia () e avere, riguardo alla metafisica, una posizione diametralmente opposta. Questo è chiaro in Husserl e in noi"(42)

Edith Stein, che nel frattempo l'1 gennaio 1922 ha ricevuto il sacramento del battesimo, afferma, sette mesi dopo, che si è messa a scrivere ancora una volta, benché non sia giunta quasi a nessun risultato. "Però ­ assicura ­ non mi importa, so quello che devo fare e ci tornerò sopra quando giungerà il momento"(43). Verso la metà del 1923 il suo lavoro sullo Stato è già stampato(44). È questo quello che stava scrivendo? È possibile. Questo sì, sappiamo che ha cominciato a entrare in relazione con persone che avevano studiato la scolastica e che sua madre, mettendo da parte il suo primo atteggiamento, "desidera con tutta l'anima tenermi nuovamente e per molto tempo insieme a lei"(45). Nonostante ciò Edith Stein, che ha ottenuto che sua madre comprendesse che non c'è nulla di male nel fatto di essere membro della Chiesa cattolica, non tarderà ad abbandonare il focolare materno. La destinazione questa volta sarà Spira, dove le domenicane hanno un collegio e dove lei comincia a dare lezioni a partire dalla Pasqua del 1923. Quando stava per terminare il suo primo anno di permanenza, scrive a Ingarden: "Le alunne, in gran maggioranza, sono in convitto e lì vivo anch'io. La mia abitazione è molto piccola, però non mi sono sentita tanto a mio agio in nessun altro posto"(46)

Pienamente immersa nel suo nuovo lavoro, le rimane appena il tempo per qualche altra cosa; certo non per la ricerca scientifica. Ha però potuto tradurre, nei momenti liberi, il cardinal Newman, al quale si sente molto vicina. "La sua vita ­ dice ­ è stata interamente una ricerca della verità religiosa che lo ha condotto inevitabilmente alla Chiesa cattolica"(47). Per l'amore alla Chiesa che lei professa si slancia contro le accuse lanciate da R. Ingarden, al quale fa notare la sua mancanza di obiettività e di formazione ecclesiastica. Tacciare i grandi santi e dottori della Chiesa di ingannatori e di commedianti è uno sproposito gigantesco che non ammette giustificazione. Per questo gli consiglia di reimpostare queste questioni con serenità e senza passionalità. Di passaggio, gli dice che è felice come non mai e che ama la vita, dacché sa perché vive. 

Da una lettera scritta il 14 dicembre del 1924 veniamo a conoscenza che le circostanze negli ultimi due anni le hanno impedito di occuparsi della fenomenologia, mentre il suo interesse per le opere classiche della scolastica è andato aumentando. La risposta alla domanda sull'origine di questo interesse non presenta difficoltà. Nel primo trimestre del 1924 il gesuita Erich Przywara ­ col quale era già entrata in contatto in precedenza per lettera a causa della traduzione di Newman ­ fece una visita a Edith Stein, insistendo perché riprendesse il lavoro scientifico e riducesse per quanto possibile le ore di lezione. Seguendo questo consiglio, Edith Stein non tardò a intraprendere lo studio delle Quaestiones disputatae di san Tommaso, senza sapere ciò che da quel lavoro sarebbe saltato fuori: se una traduzione con note o un saggio sulla teoria tomista. Quello che invece ha chiaro è che le porterà via molto tempo. Ora è anche cosciente di avere utilizzato troppo ingenuamente il metodo fenomenologico(48)

Come siamo bene a conoscenza, a nessuno Edith Stein scrisse tante lettere quanto a Roman Ingarden. All'origine di questa corrispondenza, che abbraccia più di centosessanta lettere, c'è una grande amicizia che con l'andare del temo si andrà raffreddando. Il 13 gennaio del 1927 Edith Stein riafferma ciò che ha già insinuato altre volte: che sono incapaci di intendersi. Non si capiscono perché seguono cammini diversi. Certo, non solo perché il primo si è sposato e lei è rimasta nubile. La diversità di percorsi riguarda la diversa maniera di impostare la vita che, nel caso di Edith Stein, è variato sensibilmente a motivo del suo ingresso nel cattolicesimo, che non è "religione del sentimento", bensì qualcosa che ha a che vedere con la vita e il cuore. Per questo si mostra grata di "essere stata condotta su questo cammino che percorro con l'abbandono più gioviale"(49). Questo cammino, che non ha nulla di astratto o teorico, è Cristo diventato centro della sua vita, ed è la Chiesa di Cristo, considerata come la sua nuova patria. Dirà che è terribile dover reprimere quello che trabocca dal cuore. "Questa la pressione più dura che preme su di me"(50). Si sa: con i suoi deve mantenere il silenzio su queste cose. Con sua madre si intende molto bene, però le questioni religiose non si devono toccare. La ragione ce la dà la madre stessa : del cristianesimo non so nulla e non voglio saperlo(51). Con chi invece può parlare apertamente è con Husserl. Alla fine di settembre, all'occasione della vestizione di suor Placida Laubhard, gli ha fatto una visita. Tutto il tempo passa stupendamente, fino a che Edith Stein fa vedere al maestro dove il proprio cammino si separa dal suo. Egli allora rimane molto impressionato, poiché "in nessun modo può immaginarsi che nel mio caso mi sarei imbattuta in un mondo che sta totalmente fuori dal suo"(52). In altri tempi seguace entusiasta della fenomenologia, Edith Stein è rimasta aperta ad altre interpretazioni della realtà, capaci di coprire il deficit fenomenologico. In concreto, la sua traduzione delle Quaestiones disputatae de veritate di san Tommaso sarà la porta che la introdurrà nello studio della scolastica. Il risultato immediato sarà un saggio stimolante di confronto tra la fenomenologia di Husserl e la filosofia di san Tommaso, prova evidente del cammino percorso dall'autrice negli ultimi anni(53)

In questo senso, quando viene a conoscenza della morte del padre di Ingarden, gli porge rapidamente le sue condoglianze, però senza riuscire ad abbozzare delle parole di consolazione. Come consolare, si chiede, chi non crede? Non è facile; come non è facile costruire un mondo armonioso senza la metafisica. Di fronte a quelli che prendono le distanze dalla sua soluzione (e Ingarden è uno di quelli), Edith Stein sostiene che è possibile costruire un mondo ben fondato solo sulla base di una filosofia che riconosca i propri limiti, cosa che, in ultima analisi, significa appoggiandosi alla rivelazione. Questo il punto di vista della fede, che non si riduce a semplici atti di conoscenza, al contrario, come insegnerà san Tommaso, è principio di vita eterna, "la cui forza creatrice e trasformatrice ­ aggiunge lei ­ esperimento in me e negli altri"(54)

Edith Stein ha informato Ingarden del corso che la sua vita ha seguito negli ultimi dieci anni (dal 1917 al 1926). Nonostante ciò, frequentemente le sue lettere sono state mal interpretate. Forse un incontro personale potrebbe sanare la situazione. Questo, almeno, è quello che pensa Edith Stein. Senza sapere quello che al riguardo pensava Ingarden, l'anelato incontro ebbe luogo alla fine di ottobre del 1927 a Bergzabern. Ciascuno poté esporre liberamente il suo punto di vista. Nonostante tutto, giorni dopo Edith Stein gli fece sapere che quello che le disse le pareva "molto frammentario e scolorito al confronto della realtà che c'è dietro"(55). Per quali ragioni non sappiamo, allora non affrontò, o per lo meno non nella misura desiderata, la questione di fondo. Di quale questione si tratta? Non d'altro che della sua vita cristiana, che lei chiama "il mio cammino" e del quale desidera che Ingarden si faccia un'idea più esatta. A tale scopo gli cita gli autori che influirono in lei prima della conversione: Möhler e Scheeben. Rendendosi conto però che sarebbe troppo chiedergli che li legga, gli raccomanda la lettura di Newman, confermando qualcosa che dovrebbe essere rimasto sufficientemente chiaro allora: "che non tentai di presentarle il mio cammino come il cammino. Sono convinta che ci sono tanti cammini che portano a Roma quante sono le teste e i cuori umani. Forse nell'esposizione del mio cammino ho lasciato che l'aspetto intellettuale ne uscisse tanto malconcio. Ma nel lungo tempo di preparazione ha contribuito in maniera decisiva. Nonostante ciò, decisivo in modo cosciente fu il fatto reale, non il 'sentimento', d'imbattermi con l'immagine concreta del cristianesimo autentico in testimoni eloquenti (Agostino, Francesco, Teresa)"(56)

Ancora una volta Edith Stein si scontra con la difficoltà di tradurre in parola quello che è un "fatto reale". "È ­ attesta ­ un mondo infinito, che si apre come qualcosa di assolutamente nuovo, se uno comincia a vivere, invece che all'esterno, all'interno. Tutte le realtà con le quali uno doveva avere a che fare prima si fanno trasparenti, e propriamente si giunge a sentire le forze che sostengono e muovono tutto"(57).Edith Stein è cosciente di essere entrata in un terreno che sfugge alla ragione, che è il campo in cui si muove meglio Ingarden. Questi, ciononostante, non ha paura di esprimere il suo punto di vista sul particolare, obbligando Edith a difendere la possibilità dell'"esperienza religiosa" che non si confonde con la "contemplazione diretta di Dio". Questo è un fenomeno straordinario; la norma è che l'esperienza religiosa rifletta sugli effetti che uno nota in sé o in altri e che, data la loro natura, rimandano chiaramente a Dio. Con tutto ciò, né l'esperienza religiosa né Dio sono oggetto di una dimostrazione scientifica. Per questo le pare inadeguato attendere di dimostrare Dio per credere in Lui. Un Dio dimostrato non sarebbe mai credibile, e neppure sarebbe Dio. Davanti a Dio quello che bisogna fare è prendere una decisione. Questa è la sfida della fede, che neppure è una fede cieca, poiché si appoggia sulla testimonianza di uomini religiosi, tra i quali emergono i mistici spagnoli Teresa di Gesù e Giovanni della Croce(58)

Non sembra che Edith Stein riuscì a chiarire molto le cose, a giudicare dalla lunga lettera che subito le manda Ingarden, alla quale lei risponde da Bergzabern l'1 gennaio 1928. Dopo aver riletto lentamente la lettera, ritiene che non abbia senso entrare in discussioni che non porterebbero da nessuna parte. Non è questione di discutere, bensì di cercare la verità che contiene la religione, motivo per cui torna a consigliargli la lettura dei mistici spagnoli(59). Davanti all'insistenza di Ingarden per mantenere aperta la discussione, Edith Stein risponde dicendo che non pretende di eludere la discussione su problemi religiosi, semplicemente "sono convinta ­ non solo dal punto di vista religioso ma anche da quello filosofico ­ che ci sono cose che stanno più in là dei limiti delle possibilità naturali di conoscenza"(60). Di conseguenza, ciò che è filosoficamente corretto è, secondo lei, rispettare questi limiti e una contraddizione il cercare di oltrepassarli(61)

Non che non apprezzi la filosofia. A Spira continua, per quanto possibile, a rimanere al passo delle ultime pubblicazioni e, quando nel 1932 trova impiego come professoressa nell'Istituto di pedagogia scientifica di Münster, metterà il massimo impegno nell'aggiornare le sue conoscenze. Comunque, da qualche tempo, queste cose non sono per lei la cosa più importante né hanno la forza sufficiente per riempire la sua vita(62). Piuttosto si orienta in un'altra direzione che poco a poco la ha portata ad allontanarsi dal mondo e che, più in là della filosofia, tende a una verità ultima nella quale tutte le altre verità si fondano. Non occorre dirlo: questa verità, per la quale tanto ha sospirato, è Dio. Dio però non è una verità astratta. La verità di Dio è amore, e l'amore è il distintivo della vita cristiana; un amore che, per il fatto che ha la sua origine in Dio, non conosce limiti di spazio e di tempo. In questo modo, Dio si converte in ragione ultima della sua vita; così, Edith manifesta che il suo desiderio più ardente è "fare tutto per amore"(63)

Portando a termine un antico progetto, Edith Stein entra nel Carmelo di Colonia il 14 ottobre 1933. Mesi prima, esattamente il 5 aprile dello stesso anno, scrive a Hedwig Conrad-Martius quanto segue: "Ora che posso guardare indietro e che credo di vedere anche il cammino per l'immediato futuro, sono persuasa che era necessario camminare passo dopo passo e che posso tranquillamente continuare abbandonandomi alla Provvidenza"(64). Grata per il dono della vocazione, quando già ha passato quattro anni in clausura, comunica a Ingarden: "Il nostro compito è amare e servire"(65)

CONCLUSIONE 

Dopo quanto abbiamo detto qualcuno potrebbe domandare: che cosa ha a che vedere questo con noi? Vale a dire: dov'è l'attualità e l'esemplarità dell'itinerario di Edith Stein? A mio modo di vedere la risposta è già stata data, in qualche modo, nell'esposizione. Ciononostante cercherò di rispondere alla domanda facendo tre brevi osservazioni finali. 

1. Seneca, al suo tempo, diceva che ogni autentico viaggio è un itinerario incerto alla ricerca del fondo di se stessi. In un'epoca tanto frenetica come la nostra, queste parole non solo non hanno perduto attualità ma costituiscono anche una chiamata a intraprendere il viaggio verso la propria interiorità. Potrebbe infatti succederci che con tanto andare da una parte all'altra, ci manchi il tempo e la voglia per incontrarci con noi stessi. Il vertiginoso ritmo di vita imposto dalla società moderna, minaccia di spingerci alla periferia di noi stessi privandoci del bene più prezioso: la nostra interiorità. L'atroce esperienza di vuoto che affligge sempre più persone è, a parere di non pochi autori, l'infermità caratteristica del nostro tempo. 

Profondità di vita e profondità di pensiero vanno a braccetto in Edith Stein. Le sue decisioni scaturivano dal più profondo del suo essere. In questa profondità, fatta di ricerca e di riflessione, di silenzio e di preghiera, le si renderà evidente la verità di Dio e dell'uomo. In questo senso, la coltivazione dell'interiorità non è puro esercizio intellettuale o ascetico, anzi, al contrario è condizione indispensabile per lo sviluppo della vita umana. 

2. Senza un punto di partenza e un punto di arrivo è impossibile tracciare alcun itinerario. La negazione del passato e del futuro danno luogo a una visione chiusa della storia nella quale non rimane ormai altro da fare che aggrapparsi al momento presente. La postmodernità, nella misura in cui fa tabula rasa di tutto quello che viene prima e obbliga l'uomo a vivere senza orizzonti, è, ai giorni nostri, una rappresentante di questa attitudine. Orbene, fissandosi solamente sull'adesso ­ come hanno sostenuto i "presentismi" di ogni tempo ­, non solo si perde di vista il senso della storia, ma anche l'uomo, alla fin fine, si vede immerso in una storia senza senso nella quale, presto o tardi, la noia e l'astio faranno breccia in lui. 

In contrasto con questo modo di vedere e impostare le cose Edith Stein, donna di ampi orizzonti, torna a ricordarci che l'uomo è un essere inquieto, sempre alla ricerca di nuove mete. Credo che l'atteggiamento di apertura che presiede ai differenti movimenti della sua vita è estremamente istruttivo. Contro l'intransigenza degli uni e la chiusura di altri, lei fa mostra di una grande intelligenza e di una fine sensibilità. In più, pellegrina della storia, ci anima a fondare la nostra esistenza nella speranza che non delude. I suoi furono tempi molto difficili ai quali, tuttavia, seppe far fronte confidando nel Dio che guida misteriosamente i destini dei popoli. Uccidere la speranza è attentare alla vita. Gli uomini di oggi, come quelli di tutti i tempi, hanno bisogno di testimoni di speranza per vivere con impegno. Edith Stein è una di quelli. 

3. Nella società globale di cui siamo membri, stiamo assistendo all'indebolimento delle forme istituzionali che prima configuravano una identità vocazionale. Sono cadute le frontiere che prima separavano i popoli e la società dell'omologazione è in avanzamento. Questo lento ed efficace processo di trasformazione, nel quale i tratti individuali restano sfumati, non è estraneo alla Chiesa né alla vita religiosa. In un tempo nel quale tanto si insiste su ciò che è comune, come riguadagnare l'identità vocazionale? La domanda troverà una risposta soddisfacente nella misura in cui il soggetto deciderà di essere se stesso, cioè nella misura in cui prenderà decisioni che abbiano senso per lui. L'identità consiste nello scegliere non ciò che si vuole, bensì quello che è più conveniente. 

Nelle pagine precedenti abbiamo potuto vedere che Edith Stein forgiò il suo itinerario a forza di decisioni che prese lungo la sua vita. Benché, evidentemente, non tutte avessero lo stesso valore, tutte insieme formano un tutto e spingono in una direzione: quella dell'identità. La sua grande felicità, prima tra le domenicane, poi tra le carmelitane, è la prova che ha scelto correttamente, rispondendo a Colui che la chiamava. In una società come la nostra, nella quale molte sono le persone che soffrono crisi di identità, pensiamo che Edith Stein sia attuale, perché ha vissuto la sua vocazione con passione e allegria. Qui risiede la sua esemplarità, nel farci vedere che l'essere umano scopre la sua identità quando risponde alla chiamata che Dio gli lancia. 

Permettetemi di porre fine a questa conferenza dando la parola a chi è stato oggetto della nostra riflessione. Quelle che sto per leggere, sono alcune frasi che lei scrisse pensando a una persona concreta e che però, a mio modo di vedere valgono per tutti: "Dio conduce ciascuno per la sua strada () quello che noi possiamo fare è molto poco. Non smettiamo però di farlo. Prima di tutto: chiedere insistentemente di andare per il cammino diritto e di seguire senza alcuna resistenza lo stimolo della grazia, quando lo avvertiamo"(66)

Jesús García Rojo OCD
Segovia (España) 

1. 1 Cf. STEIN, E., Estrellas amarillas. Autobiografia: infancia y juventud, Madrid, EDE, 19922, 59-63. 
2. 2 Nell'assumere la storia del suo popolo, Edith Stein stabilisce ciononostante una linea divisoria tra razza e religione (cf. GARCÍA ROJO, E., Edith Stein. Exitencia y pensamiento, Madrid, EDE, 1998, 17-54). 
3. 3 STEIN, E., Ser finito y ser eterno. Ensayo de una ascensión al sentido del ser, México, Fondo de Cultura Económica, 1996, 13. 
4. 4 FELDMANN, C., Edith Stein: judía, filósofa y carmelita, Barcelona, Herder, 1988, 24-25. 
5. 5 STEIN, E., Estrellas amarillas, 67. 
6. 6 Secondo Sancho Fermín le numerose biografie su Edith Stein lasciano ancora abbastanza a desiderare, e segnala come una delle loro carenze "la poca attenzione prestata al suo processo evolutivo spirituale, tanto prima quanto dopo la sua conversione" (SANCHO FERMÍN, F. J., Edith Stein. Modelo y maestra de espiritualidad, Burgos, Monte Carmelo, 1997, 19). 
7. 7 Citato in MIRIBEL, E. de, Comme l'or purifie par le feu. Edith Stein, 1891-1942, Paris, Plon, 19842, 64. Sullo stesso tono, in una breve biografia pubblicata come appendice alle lettere che le scrisse Edith Stein, afferma: "Edith Stein, colei che più tardi divenne suor Teresa Benedetta della Croce, era una natura straordinariamente concentrata, chiusa in se stessa. Secretum meum mihi (il mio segreto per me); questa parola che mi disse in una certa occasione occupa con diritto il suo posto in tutte le sue biografie" (STEIN, E., Cartas a Hedwig Conrad-Martius, Estella, Verbo Divino, 1963, 61). 
8. 8 STEIN, E., Estrellas amarillas, 254. 
9. 9 Cf. STEIN, E., Cartas a Roman Ingarden (1917-1938), Madrid, EDE, 1998, 69 (Lettera 25). 
10. 10 Cf. STEIN, E., Autorretrato epistolar (1916-1942), Madrid, EDE, 1996, 29-30 (Lettera 3). 
11. 11 REINACH, A., Gesammelte Werke, Halle, Max Niemeyer, 1921, XXXVII. 
12. 12 POSSELT, T. R., Edith stein: Una gran mujer de nuestro siglo, Burgos, Monte Carmelo, 1998, 86. 
13. 13 Cf. SANCHO FERMÍN, F. J., O.c., 139. 
14. 14 STEIN, E., Cartas a Roman Ingarden, 74 (Lettera 28). 
15. 15 Ibid, 44 (Lettera 9). 
16. 16 STEIN, E., Estrellas amarillas, 241. 
17. 17 Cf. Ibid., 126-137. Fino a che punto Edith Stein riuscì a liberarsi dall'influsso di sua madre? Il testo seguente, estratto da una conferenza pronunciata nel 1931, è un allegato a favore del ruolo tanto decisivo che svolge la nadre nella vita del figlio: "Quello che appare davanti agli occhi del bambino, quello che risuona nel suo orecchio, quello che sperimenta nel contatto corporeo, perfino prima della nascita, può lasciare nell'anima impressioni le cui conseguenze nella vita posteriore sono imprevedibili" (STEIN, E., La mujer, Madrid, Ed. Palabra, 1998, 301-302). Edith Stein stava ricordando qui le proprie relazioni materno-filiali dell'infanzia? In un'altra occasione, parlando della problematica attuale della donna, dichiara: "Per alcune, la libertà dalla famiglia, ottenuta con l'istruzione o con l'esercizio della professione, ha portato anche alla rottura con le tradizioni religiose della propria casa, in molti casi alla perdita della propria fede dell'infanzia, senza desiderare o essere capace di sostituirla con qualunque altra cosa" (Ibid., 178). 
18. 18 Nella scuola non dovette mai studiare religione, e in Università il massimo che fece fu di tradurre la Bibbia (cf. STEIN, E., Estrellas amarillas, 146 e 173). 
19. 19 Cf. POSSELT, T. R., O. c., 89-90, dove si possono leggere alcuni paragrafi della lettera che il P. Johannes Hirschmann inviò a M. Teresa Renata il 13 maggio 1950. 
20. 20 Cf. STEIN, E., Autorretrato epistolar, 34-35 (Lettera 7). 
21. 21 STEIN, E., Cartas a Roman Ingarden, 52 (Lettera 14). 
22. 22 Ibid., 62 (Lettera 20). 
23. 23 Ibid., 62 (Lettera 20). 
24. 24 Ibid., 73 (Lettera 27). 
25. 25 Ibid., 75 (Lettera 28). 
26. 26 Risalgono ad allora: Causalità psichica e Individuo e società che, con il titolo Beiträge zur philosophischen Begründung der Psychologie und der Geisteswissenschaften, apparirono nell'anno 1922 nello Jahrbuch für Philosophie und phänomenologische Forschung
27. 27 STEIN, E., Cartas a Roman Ingarden, 76 (Lettera 29). 
28. 28 Ibid., 83 (Lettera 32). 
29. 29 Ibid., 82 (Lettera 32). 
30. 30 Ibid., 91 (Lettera 37). 
31. 31 Cf. ibid., 97-98 (Lettera 41). 
32. 32 Ibid., 109 (Lettera 50). 
33. 33 Ibid., 111 (Lettera 51). 
34. 34 Ibid., 114 (Lettera 53). 
35. 35 Ibid., 115 (Lettera 53). 
36. 36 Edith Stein realizzò questo viaggio il 12 novembre del 1918. Solo un giorno prima si era firmato l'armistizio tra le truppe alleate e il governo tedesco, che diede inizio a una nuova situazione politica. 
37. 37 Citazione presa dalla lettera che il signor Hermann, della Facoltà di filosofia di Gottinga inviò a Edith Stein il 29 ottobre 1919 e che lei, a sua volta, allegò a quella che diresse al Ministro di Scienza, Arte ed Educazione (cf. STEIN, E., Autorretrato epistolar, 384 [Lettera 16a]). 
38. 38 STEIN, E., Estrellas amarillas, 221. 
39. 39 Cf. STEIN, E., Cartas a Roman Ingarden, 153 (Lettera 76). Per quanto riguarda i suoi lavori anteriori, nati nel 1918 e 1919, ritiene che la cosa migliore è lasciarli perdere. Oggettivamente parlando non c'è nulla da cancellare, "però sono per me come può essere per un serpente la vecchia pelle che ha abbandonato" (ibid., 155 [Lettera 77]). 
40. 40 STEIN, E., Autorretrato epistolar, 56 (Lettera 24). 
41. 41 STEIN, E., Cartas a Roman Ingarden, 161 (Lettera 80). 
42. 42 Ibid., 161 (Lettera 80). 
43. 43 Ibid., 163 (Lettera 82). 
44. 44 Cf. ibid., 169 (Lettera 85). Eine Untersuchung über den Staat apparve nel 1925 in Jahrbuch für Philosophie und phänomenologische Forschung
45. 45 Ibid., 164 (Lettera 82). 
46. 46 Ibid., 167 (Lettera 84). 
47. 47 Ibid., 169 (Lettera 85). 
48. 48 Cf. ibid., 174 (Lettera 89). 
49. 49 Ibid., 183 (Lettera 94). 
50. 50 Ibid., 185-186 (Lettera 96). 
51. 51 Cf. ibid., 199 (Lettera 106). 
52. 52 Ibid., 190 (Lettera 100). 
53. 53 Il titolo esatto, in tedesco, è Husserls Phänomenologie und die Philosophie des heiligen Thomas von Aquino. Versuch einer Gegenüberstellung, pubblicato in occasione del settantesimo compleanno di Husserl nel 1929. 
54. 54 STEIN, E., Cartas a Roman Ingarden, 195 (Lettera 102). 
55. 55 Ibid., 208 (Lettera 115). 
56. 56 Ibid., 209 (Lettera 115). 
57. 57 Ibid., 209 (Lettera 115). 
58. 58 Cf. ibid., 211-212 (Lettera 117). 
59. 59 Cf. ibid., 214-215 (Lettera 120). 
60. 60 Ibid., 216 (Lettera 121). 
61. 61 Davanti all'inefficacia degli argomenti, già prima aveva consigliato a Friz Kaufmann che confidasse in Dio: questo è il cammino che conduce alla meta (cf. STEIN, E., Autorretrato epistolar, 60 [Lettera 29]). 
62. 62 Dopo appena un mese e mezzo dall'entrata nel Carmelo di Colonia scrive a Ingarden: "Penso che l'interesse per le questioni filosofiche non rimarrà schivato del tutto. Già da molti anni hanno smesso di essere la cosa più importante per me" (STEIN, E., Cartas a Roman Ingarden, 261 [Lettera 159]). 
63. 63 STEIN, E., Cartas a Roman Ingarden, 227 (Lettera 131). "I servizi fondamentali dell'amore ­ scrive a una religiosa ­ si devono effettuare attraverso un cammino silenzioso" (STEIN, E., Autorretrato epistolar, 182 [Lettera 154]). 
64. 64 STEIN, E., Autorretrato epistolar, 170 (Lettera 141). 
65. 65 STEIN, E., Cartas a Roman Ingarden, 264 (Lettera 161). 
66. 66 STEIN, E., Autorretrao epistolar, 114 (Lettera 90). 

 

     
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