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SIMPOSIO INTERNAZIONALE 
Edith Stein 
Testimone per oggi,
Profeta per domani
 
Teresianum - Roma
ottobre 1998

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P. Felix M. Schandl,
O.Carm. 

«Ho visto crescere la Chiesa dal mio popolo» 
Proposte ecclesiologiche d'Edith Stein   

dedicato alle vittime della violenza nella ex-Jugoslavia  in memoria di loro una monitoria agli esecutori e torturatori  Per il 70° compleanno di Johann Baptist Metz 

Chiavi ermeneutiche Avvicinamento alla "Chiesa" 
La Chiesa come luogo di unione spirituale  Attività profetica nella Chiesa
Edith Stein e il terzo millennario della Chiesa 
 
1. Introduzione
  

Già molti autori(1) hanno messo in luce il significato di Edith Stein per la chiesa di oggi. L'hanno fatto ampiamente nel periodo antistante e in occasione della sua beatificazione a Colonia nel 1987, e con riservatezza nel centenario della sua nascita e nel cinquantesimo della sua morte 1991, e ora in vista della sua canonizzazione. L'hanno fatto un po' confusamente per l'incertezza della data. In ciò il parere può e ssere diviso fino a che punto, e con quale responsabilità, sia stato nutrito e pregnato - spiritualmente e biograficamente - in base all'autentica figura di Edith Stein, il "significato" che si voleva esporre (una norrna usata anche nelle seguenti esposizioni!). 

Globalmente sento chiaramente che l'orientamento verso un serio lavoro su Edith Stein esiste (ma ciò non vuol dire "seriamente scientifico"!). Ciò riguarda il contenuto filosofico e la posizione della sua opera, e allo stesso modo il suo tema 'donna', la sua biografia, come anche la scoperta della sua spiritualità. In ogni caso, va tenuta presente la stretta connessione fra vita e opera, tanto caratteristica in Edith Stein, per non cadere in interpretazioni superficiali o addirittura sbagliate. Lo metto in evidenza fin dall'inizio, perché in alcune elaborazioni fatte nell'ambito "Spiritualità di Edith Stein", e in modo speciale in quello della sua "ecclesialità", vedo risorgere in parte tali tendenze che si pensavano superate. Dalla punizione di una simile unilateralità ideologica ci liberi, e può liberarci ciò che la stessa Edith Stein indica come importante nella Chiesa, rispettivamente ciò che in lei è diventato importante. 

Naturalmente, dalla sua visione non ci separano soltanto decenni e diversità mentali. È soprattutto la cesura più persistente per la teologia cristiana e per la vita e l'autocomprensione della Chiesa: vale a dire "Auschwitz"! Come compaesano del grande e scomodo teologo Giovanni Battista Metz sono grato della domanda con la quale il Priore Generale P. Camilo Maccise apre questo Simposio: «Come parlare di Dio dopo Auschwitz?» Non solo. Vorrei puntualizzare la domanda: Come parlare della Chiesa - "dopo Auschwitz"? Con questa domanda mi avvicino a Edith Stein come a una delle milioni di vittime della "Shoa" e alla sua autentica visione della Chiesa - coniata "prima di Auschwitz" - quella della sua Chiesa! Va ricordato che essa intende quasi esclusivamente la Chiesa cattolica e che perciò non ci sarà motivo di impedimenti ecumenici! 

Aggiungo un'altra indicazione per la formulazione delle mie domande, motivata dalla mia concreta attività attuale a Vienna: Sono la pastorale comunitaria di orientamento carmelitano e l'attività nella Caritas con il centro di assistenza per persone invalidi di guerra ed espulse dall'exJugoslavia in questo periodo di sensibili cambiamenti (sovvertimenti?) - e spero così di aver esposto con sufficiente chiarezza la mia posizione di partenza. 

2. Chiavi ermeneutiche: Comprendere Edith Stein...  

Voler comprendere Edith Stein in tutta la sua profondità e in tutte le sue intenzioni significa, come già sottolineato, tener presente l'inseparabile unità della sua vita e opera e apprezzare questo rapporto vicendevole(2). Così lo faceva lei stessa nella sua "Scientia crucis" per interpretare S. Giovanni della Croce (cf. I, 1; 295), e così lo sentiva anche per se stessa: «I miei lavori riflettono sempre e soltanto ciò che mi ha occupato nella vita; sono appunto fatta così che debbo riflettere» (XIV, 142). In caso contrario minacciano tutti possibili sbagli di intenzioni, anche se vengono fatti con buoni scopi, e minacciano limitatezze o addirittura «l'invenzione e la creazione di caricature» (V, 30) - e non c'è nulla che Edith Stein abbia ritenuto più inadatto, più disprezzante per l'uomo e più peccaminoso (cf. VII, 2; IX 10)! Anche il fatto che fra tre giorni essa verrà canonizzata dalla Chiesa, non renderà le sue parole, ad es. quelle sulla Chiesa, di colpo distinte asserzioni "dogmatiche". Le sue asserzioni, specie quelle sulla Chiesa, vengono fatte nell'insieme della sua comprensione, di carattere fenomenologico, del fenomeno "Chiesa (cattolica)", come essa la incontra soprattutto nella sua prima fase agnostica(3) (cf. VII, 121). Peraltro, non ha l'intenzione di fare asserzioni dogmatiche o analisi teologiche, ma comprende la Chiesa come corporazione organica del Cristo che continua a vivere, e perciò la Chiesa è lo spazio spirituale e il punto di partenza per ogni prassi di fede e il punto focale dell'esperienza mistica di Dio e del rapporto con Gesù Cristo. Non le viene risparmiata la comprensibile difficoltà del linguaggio per esprimere vere esperienze mistiche, rispettivamente di dover completamente restare senza parola (cf. II, 58; XV, 74ss., 100ss.). Nelle lettere si lamenta, quanto «incolori» (VIII, 160) e «insufficienti» (VIII, 161) siano le sue parole! Ripetutamente nelle sue opere «non riesce nemmeno ad arrivare ... a ciò che vorrei dire e afferrare» (VIII, 173) e, parlandone, teme di «banalizzare le cose piu sante» (VIII, 161; cf. 89). Questa riservatezza risponde anche alla sua persona discreta ("secretum meum mihi")(4)

Notevole per la sua interpretazione è un altro punto di partenza per comprendere il modo del lavoro intellettuale di Edith Stein, come pure il suo incontro personale con gli uomini: Nel senso della conoscenza fenomenologica che ha acquistata, vuole addirittura «spegnere se stessa e vedere le cose così, come sono state, e in piena e disinteressata donazione ... comprendere le cose stesse» (XIII, 22s.). In ciò si esprime la sua capacità di traduttrice come pure di autrice di «memoriali»(5) (VII; XI, 1-25. 165-171; WK). Con la disinvoltura della neocattolica adotta ampiamente il linguaggio devozionale cattolico, come era al suo tempo in uso, per descrivere e per interpretare le proprie esperienze di fede. Spesso si mantiene strettamente appoggiata a modelli, come, per esempio, l' "Enchiridion" dogmatico Denzinger-Bannwart del 1928, per usarlo nel compilare la sua «Antropologia teologica» 1932/33 (= XVII). Alcuni passaggi che non ha potuto lasciar maturare e rielaborare intensamente, danno un'impressione di impacciato lavoro materiale. Un esempio tipico e addirittura la parte sui sacramenti e sulla Chiesa (XVII, 116ss.)! È caratteristico che per qualche tempo essa scambia le idee con il dogmatico E. Krebs di Friburgo, nel quale le relazioni tra "D ogma e vita" (titolo della sua opera principale) le offrono un impegno affine (cf. VIII, 62; XVII, 146.151). 

"La vendetta di chi non capisce nulla, e il sapere"(6). Con questo "bonmot" della personalità più importante di lingua tedesca in questo secolo, cioè Karl Rahner, faccio ora il mio invito: non a una conoscenza più completa su Edith Stein, ma alla comprensione delle sue proposte ecclesiologiche, le quali, entro tre giorni, certamente non saranno infallibili, ma almeno non più esposte a sospetti di eresia. Lascio a suo parere giudicare che cosa significhi il fatto che la canonizzazione di Edith Stein avviene nello stesso giorno in cui, trentasei anni fa (11-10-1962), Papa Giovanni XXIII ha solennemente aperto il Concilio Vaticano II in San Pietro - un "caso" di coincidenza di date come in qualche altro caso nella vita di Edith Stein! 

3. Avvicinamento fenomenologico alla "Chiesa"  

3. 1. Dio agisce al di là delle frontiere della Chiesa visibile  

Il cammino di Edith Stein, dai primi contatti con la Chiesa fino alla consapevole partecipazione alla Chiesa, ha un lato esterno e un lato interiore. Intendo come lato interiore il suo sviluppo personale e spirituale con le consapevoli conseguenze da lei tratte dalle sue esperienze di Dio: spesso quando si trova in fase di crisi (cf. VII, 207, 246s.) è estremamente discreta nel parlarne. II lato esterno significa poi i suoi contatti - fenomenologicamente ripensati - con la "Chiesa", soprattutto nella pratica di fede vissuta e sentita. Questi contatti si addensano progressivamente e con salti qualitativi: da una pure costatazione «informativa» a incontri «performativi», cioè attuanti, fino a passi consapevoli, cui seguono «iniziative proprie»(7). In questa fase, la formazione giudaica della sua giovinezza non ha alcun ruolo importante, soprattutto perche lei, come quindicenne, si era «consapevolmente e liberamente disabituata» (VII, 121) e allontanata dalla pratica religiosa della preghiera personale, come dirà con lo sguardo retrospettivo. Naturalmente le sue delusioni in campo politico, professionale e personale contribuiscono a intensificare la sua ricerca di carattere religioso. La «convinta ebrea di nazionalità prussiana» (PE, 133; cf. VII, 161, 309; VIII, 43; IX, 188) all'inizio della prima guerra mondiale si dedica nel 1915 «al grande evento» (VII, 265) non in «vita privata», ma con tutta forza e in forma di servizio nel lazaretto di Mahrisch-WeiBkirchen (VII, 285-329). Con dolore deve costatare che anche il desiderato nuovo periodo della "Repubblica di Weimar" non assolve la sua attesa di avere la possibilità di giungere all'abilitazione alla libera docenza e nemmeno ad altre attese (cf. VIII, 18, 35; XIV, 110ss. e anche B). Anche altri due rapporti personali non si lasciano realizzare così come li avrebbe ritenuti possibili e desiderati. 

A dire il vero, l'intensificazione della questione religiosa in rapporto alla vita non avviene come movimento di fuga, ma avverà mediante vaste discussioni e scambi personali con poche amiche e amici stretti. Infatti, alcuni anni più tardi, Edith Stein ricorda con precisione la sua prima costatazione informativa della pratica di fede cristiana e specialmente di quella cattolica: «Per alcuni minuti siamo entrati in duomo. Mentre ci siamo fermati in rispettoso silenzio, entrò una donna con la sue cesta della spesa e s'inginocchiò in un banco per dire una breve preghiera. Per me era una cosa nuova. Nelle sinagoghe e nelle chiese protestanti che avevo visitato, ci si andava soltanto per il servizio divino. Ma qui qualcuno, uscendo dal mezzo degli affari quotidiani, era venuto nella chiesa vuota, come per andare a un colloquio confidente. Non ho mai potuto dimenticarlo» (VII, 362). Qui a Francoforte, nella chiesa di S. Bartolomeo(8) - nel medioevo luogo delle incoronazioni imperiali e perciò chiamato "duomo" - Edith sperimenta praticamente il contrario della sua "disabitudine", come più tardi lo troverà condensato e con gravi conseguenze descritto in Teresa d'Avila (WK, 20). 

Nel suo ambiente fenomenologico di Göttingen (1913-1917), due compagni esercitano involontariamente un influsso performativo su Edith Stein e sul suo accesso alla fede cristiana. Max Scheler nel suo periodo «canolico» affascina anche lei, come più tardi ricorda vivacemente: «In quel periodo egli aveva molte idee cattoliche e sapeva divulgarle facendo uso della sua brillante intelligenza e abilità linguistica. Fu così che venni per la prima volta in contatto con un mondo che fino ad allora mi era stato completamente sconosciuto. Ciò non mi condusse ancora alla fede, tuttavia mi dischiuse un campo di fenomeni dinanzi ai quali non potevo più essere cieca ... I limiti dei pregiudizi razionalistici, nei quali ero cresciuta senza saperlo, caddero, e il mondo della fede comparve improvvisamente dinanzi a me. Persone con le quali avevo rapporti quotidiani e alle quali guardavo con ammirazione, vivevano in questo mondo. Doveva perciò valere la pena di riflettere seriamente su di loro. Per il momento non mi occupai ancora sistematicamente di questioni religiose; ero troppo occupata di molte altre cose . Mi accontentai di accogliere in me senza opporre resistenza gli stimoli che mi venivano dall'ambiente che frequentavo, e - quasi senza accorgermene - ne fui lentamente trasformata» (VII, 229s.). 

La personalità e i modi di frequentare la compagnia di Adolf Reinach creavano in lei contatti più profondi e addirittura dimensioni mistagogiche. Dopo aver raccontato i dettagli e l'atmosfera del primo incontro, costata: «Dopo quel primo incontro mi sentivo molto contenta e piena di gratitudine. Mi sembrava di non aver mai conoscinto una persona che mi fosse venuta incontro con tanta bontà cordiale e pura. Che amici e parenti più prossimi mostrino affetto, ciò mi appariva del tutto ovvio. Ma qui si celava qualcosa di molto diverso. Era come gettare il primo sguardo in un mondo completamente nuovo» (VII, 218). Più tardi, Edith Stein chiamerà questo mondo completamente diverso, nel quale esiste un «affetto per lo sconosciuto» (XII, 201) e che è, così sorprendente e incomune, la caratteristica del cristianesimo. Altri effetti le vengono dalle notizie filosofico-religiose di Reinach, nelle quali s'addentra durante il suo servizio militare e più intensamente ancora dopo la morte di lui, avvenuta nel 1917 (cf. VIII, 145, 33ss.; XIV, 67; B. 74s.). Però, pur trovandosi a distanza, più ancora e impressionata e si occupa ampiamente del lutto pieno di consolazione della vedova di Reinach, che era caduto in guerra. Dinanzi alla situazione estrema di una tragica morte improvvisa, per la prima volta sperimenta la fede cristiana come qualcosa di solido, per lei soggettivamente (e certamente unilateralmente) sconosciuto nella propria biografia ebraica(9), appunto come qualcosa che la tocca con consequenze nella propria crisi (cf. VII, 55ss., 154; XI, 175; XIV, 175). 

Da queste prime esperienze risulta un'importante conoscenza di Edith Stein sulla natura della Chiesa in rapporto all'azione di Dio. Sottolinea: «Il pensiero che la misericordia di Dio si limiti alla Chiesa visibile, mi è sempre rimasto molto lontano. Dio è la verità. Chi cerca la verità, cerca Dio, che lo sappia o no» (IX, 102; cf. I, 145, 147s.; Vl, 159, 185; XV, 84ss. CF, 205). È significativo per la figura spirituale di Edith Stein e per la sua esperienza personale, che principalmente è possibile per ogni uomo, come per lei stessa, di sperimentare l'azione di Dio nella propria persona anche prima di ricevere un battesimo e senza appartenere formalmente a una Chiesa, al modo stesso con cui, in caso contrario, ciò non può portare o creare automaticamente tali esperienze. Indipendentemente da ciò, la fede può essere donata a una persona - come lei -, ma non è mai possibile ottenerla con la propria forza - nemmeno eroicamente -, per se stessa o per gli altri (cf. PE, 131s.; B. 42ss.; I, 159, 164; XI, 145s.; XVII, 113, note 2). Persone senza fede o non ancora arrivate alla fede, possono essere -inconsapevolmente - "strumenti" (I, 160; VIII, 55.60, 77, 87, 129; IX 42; XI, 144, 148) dell'opera di Dio. Possono addirittura «implorare il Dio sconosciuto e messo in dubbio» (IX, 186) di concedere il dono della fede. Su tale cammino occorre che si afferri "liberamente" la grazia divina per riservarle un «luogo» nella propria vita, nella propria "anima" (cf. VI, 151), ma anche di «aver fiducia nell'imperscrutabile misericordia di Dio» (VIII, 60; cf. I, 165; VI, 158; IX, 146). Nell' Introduzione alla sua opera principale, Edith, con semplicità ma profondamente, esprime che cosa occorre fare in seguito. Nella vita spirituale «avevo trovato il cammino a Cristo e alla sua Chiesa. Era ovvio occuparmi di trarne le conseguenze pratiche» (II, p. VIII). In un altro luogo scrive: «In fondo, è sempre una piccola e semplice verità che devo dire: come si fa per iniziare a vivere (appoggiati) alla mano del Signore» (VIII, 87, cf. XCI, 130 s.; XII, 206), oppure più chiaramente: «in unione personale più stretta con Cristo» (V, 35). Con queste affermazioni precede sotto vari punti di vista la Chiesa e la teologia del suo tempo ed è in grado di preservarla anche oggi da false strettezze come da falso attivismo. 

3. 2. La Chiesa come mutevole e pellegrinante "Regno di Dio" in questo mondo  

Alla mentalità pedagogica di Edith Stein risponde un'altra affermazione circa la natura della Chiesa che in lei è, si, «il Regno di Dio in questo mondo; ma proprio per questo deve tener conto dei mutamenti di tutte le cose terrene». La Chiesa può soltanto imprimersi nell'ambiente storico e sociale «accettando ogni epoca così com'è, e trattarla conforme alla sua particolarità» (V, 116). Edith Stein costata già un necessario "aggiornamento". L'imperturbabilità della Chiesa s'appoggia al fatto di unire con l'assoluta tutela dell'eterno un'incomparabile elasticita nell'adattamento alle relative circostanze ed esigenze del tempo» (V, 107). Anzitutto deve distinguersi «con santo timore dinanzi alle anime umane» (V, 78), sapendo che le «anime umane sono il Regno di Dio» (VI, 39ss.). Perciò in Edith Stein il "pellegrinaggio" è presto visto come tratto essenziale, anzi come caratteristica antropologica dell'essere cristiano, individualmente e Chiesa insieme, simile al Concilio Vaticano II che caratterizza la Chiesa come popolo di Dio "pellegrinante" (LG 48). In Edith Stein l'accento è posto sempre di più sulla quotidiana "sequela della croce", condizionata dalle situazioni (v. più avanti) dei «seguaci di Cristo» (XI, 121; cf. XVII, 86). 

4. La Chiesa come luogo di unione spirituale con Cristo e come corporazione del Cristo vivente  

4. 1. L 'Eucaristia e la celebrazione dei sacramenti e dell 'anno liturgico  

«Non ci si può appoggiare a Cristo senza seguirlo al tempo stesso» (VI, 197).«Chi appartiene a Cristo, deve passare attraverso tutta la vita di Cristo» (XII, 203).«Vivere eucaristicamente significa uscire spontaneamente dalle strettezze della propria vita e crescere dentro la larghezza della vita di Cristo» (XII, 206) - inclusivamente con le responsabilità del mondo (cf. VIII, 54 S., 1 l9s.; V, 88-91; X1, 18). Dietro queste «sentenze mnemoniche» di Edith Stein si trovano le esperienze e gli atteggiamenti fondamentali della parte «ecclesiale» della sua vita. La fede non può mai essere «soltanto teoria» (I, 3), ma necessariamente - per dirlo con un lemma attuale - si congiunge con «l'ortoprassi» concreta. In seguito mi limito alle linee fondamentali delle sue relative esposizioni, come ormai sono ampiamente pubblicate e disponibili. Edith Stein sottolinea, praticamente come teoricamente, senza stancarsi, la partecipazione (possibilmente quotidiana) all'Eucaristia come massima forma di unione spirituale con Cristo, in senso pratico, individuale ed ecclesiale-comunitario, al di sopra di un semplice «assistere» (cf. V, 14, 89; XII, 123ss., 206, 228s.; CF, 201). «La cosa più importante sarà che entri al centro della vita la santa Eucaristia» (CF, 204). La partecipazione al «sacrificio della messa» - così formulato nel linguaggio teologico a lei contemporaneo - e il «lasciar diventare praticamente efficaci le verità eucaristiche» (XII, 123), non intende altro se non 1'unione mistagogica e mistica dell'uomo con Gesù Cristo, perchè si avveri nella propria vita, nel pensare, sentire ed agire. Una sola formazione esterna non raggiunge l'uomo nella sua profondità e con efficacia; ci vuole «la formazione dell'uomo fatta per mezzo di Cristo stesso» (XII, 230), mediante un rapporto vitale. 

Sulla stessa linea si trova la ripetuta insistenza di seguire l'anno liturgico, di partecipare ai sacramenti e alla preghiera individuale e comune(10). In questa intenzione nacquero alcune conversazioni e scritti occasionali: Nel 1931 in modo più pregnante il suo scritto «Il mistero di Natale» (XII, 196-207), che espone in luce la sua spiritualità, accanto a molti altri passi (cf. I, 16s., 65; V, 88-91; VI, 185; XI, 10-25; XII, 105-108, 123-125, 228s.; XVII, 151ss.). 

4. 2 La Chiesa come«organismo», avendo in Cristo il suo Capo  

In Edith Stein la Chiesa «non è soltanto la comunità dei fedeli, ... ma è appunto il corpo mistico di Cristo, cioè un organismo» (V, 189; cf. XII, 220). In ciò essa parte, infatti, come già detto, dall'esistenza di una «Chiesa invisibile» (XI, 145) e ripetutamente estende il corpo mistico «in senso universale» a tutta «l'umanità», anzi a «tutta la creazione», vista nell'unità sotto il «Capo» Gesù Cristo (II, 474, 481s.; V, 216; VI, 163s., IX, 44; XII, 200, 204; XVII, 102). Ciò è in lei la condizione di una possibile solidarietà e «sostituzione» umana, verso «l'interno» e verso «l'esterno»(11). La Chiesa come buona associazione borghese di «buoni cattolici» non può mai bastare a se stessa verso l'interno (XII, 206; IX, 58), ma esiste come struttura viva, nella quale «l'uno si fa garante per l'altro (XII, 204) ... e ciò per il fatto che al singolo, trovandosi dinanzi a Dio, è dato la forza di trovarsi per tutti mediante la libertà divina e umana dell'uno verso e contro l'altro. La Chiesa è questo uno per tutti e tutti per uno» (VI, 163). InEdith(VI, 163s) una tale «sostituzione» (VI, 163s.)(12) e addirittura la «vocazione di una carmelitana» (IX, 9, 19; cf. 121). Verso l'esterno significa sofferenza solidale, anzi «gioiosa», ma in nessun modo sofferenza masochistica con Cristo come compassione con gente perseguitata e sofferente (VIII, 125; XI, 123; XII, 203s.). 

4. 3. I ruoli nella struttura ecclesiale: «sponsa Christi» e rappresentanza sacerdotale di Cristo 

Soprattutto per se personalmente Edith Stein scopre nella «sponsa Christi» (V, 12, 43, 151ss., 179, l91s.; IX, 48; XI, 129; CF, 199, 202) la vocazione ecclesiale più alta della donna. Questa, in lei, si trova in un'altra categoria di quella del servizio sacerdotale maschile cristologicamente e storicamente determinato, quello della rappresentanza ufficiale e sacramentale di Cristo nella Chiesa cattolica. Parte dal ruolo storico-salvifico di Maria ed intende considerare sul serio e rispondere alla caratteristica e al «valore proprio» della donna. Nell'orizzonte della vocazione religiosa e della «verginità» (che in lei veramente ha soltanto l'impronta femminile), nel senso di un'interiore indipendenza senza paure di relazioni e con forte e «invincibile carità verso i peccatori» (V, 40, 59, 150ss.; XI, 136ss., 140s., 149; CF, 202s.), Edith sviluppa questo tema fino all' «essere sposata con il Signore nel segno della croce», come viene detto in vista dell' incipiente persecuzione degli ebrei (XI, 124), - per se stessa, e purtroppo non pieno di comprensione per tutta la Chiesa e per l'Ordine (XIV, 238, 240). 

Le esposizioni oggettive e differenziate di Edith Stein circa la questione del diaconato e del sacerdozio femminile (V, 42s., 105ss.) affermano il suo apprezzamento del ruolo della donna nell'organismo della Chiesa. Però non servono per confermare, in questa importante questione sull'attendibilità in e presso la Chiesa cattolica romana, la proibizione magistrale e addirittura dogmaticamente fondata di discutere. Infatti, lei stessa consolida la specifica vocazione della donna ad essere «sponsa Christi» non con argomenti presi dalla tradizione o dal diritto ecclesiale, bensì «per il mio sentimento ... misterioso fatto» (V, 43) che in questo organismo i «ruoli distribuiti» riguardano gli apostoli come gli «ufficiali rappresentanti» maschili di Cristo «sulla terra» (V, 43) e le donne «tra i suoi discepoli e confidenti vicini» (V, 452), compresa «sua Madre, la Regina degli Apostoli» (V, 42). Questo «fatto misterioso» va considerato come nuovo nell'ambito delle idee cambiate e ampliate circa le condizioni antropologiche e le strutture ufficiali della Chiesa primitiva, e certamente non può essere trattato in breve e nel senso di un' «apertura» emancipatoria di donne ad una «vocazione maschile». Occorre invece sondarlo in vista dell'organismo ecclesiale che, probabilmente, per l'azione dello Spirito Santo ha cambiato, allargato, anzi nuovamente combinato e modellato le immagini vocazionali e dei ruoli. Già Edith Stein ha compreso con chiarezza: 

1. Lo sviluppo del diritto ecclesiale circa l'attuale posizione della donna significa «un peggioramento nei confronti dei primi tempi della Chiesa, in cui le donne avevano funzioni ufficiali come diaconesse consecrate» (V, 106). 

2. Un tale sviluppo negativo «offre la possibilità di uno sviluppo in senso opposto» (V, 106), per il quale esistono i segni. Ma personalmente essa non crede, per i suaccennati motivi, che si giunga «a uno sviluppo tale a rendere possibile il sacerdozio femminile» (V, 106; cf. CF, 203). Essa parte infatti dall'esclusivo e diretto conferimento non condizionato dal tempo del sacerdozio agli apostoli, fatto da Gesù Cristo in modo immediato (cf. V, 108). Inoltre, sullo sfondo si trova la sua idea di una «divisione dei ruoli» nella vita religiosa: femminile come «sponsa Christi», e maschile come «alter Christus» (sacerdote oppure fratello laico; cf. CF 198s., 202s.). In un altro luogo parla invece dell'«alter Christus, nel quale, cadute le barriere, sono uniti i valori positivi della natura maschile e femminile» (V, 83). 

3. Edith Stein costata: Anche entro la Chiesa gli statuti giuridici sono «normalmente le fissazioni giuridiche che seguono forme di vita che si sonogià praticamente introdotte» (V, 106). L'invariabilità non è ciò che prevale, bensì è «lo sviluppo ... spesso in forma di lotta ... in combattimenti spirituali, che è durato decenni e secoli» (V, 116). Infine - e qui vedo uno degli impulsi ecclesiologici piu importanti di Edith Stein - essa si colloca esplicitamente dietro tentativi e pensieri che «cercano di portare la nature femminile in particolare rapporto con lo Spirito Santo» (CF, 200). Le sue relative esposizioni incontrano - inconsapevolmente? - le connotazioni femminili del termine ebraico di "ruach", così come le ricordano le interpretazioni recenti dell'immagine tardo-medioevale della Trinità di Urschalling nella Germania meridionale, un'immagine che negli ultimi tempi è circondata con maggiore attenzione dalla teologia e dalla pedagogia religiosa(13)

4. 4. L 'umanita giadaica di Gesu e le radici ebraiche della Chiesa  

La propria origine ebraica rende sensibile la cristiana Edith Stein sul suo cammino di fede per incontrare l'ebreo Gesù Cristo e l'origine della Chiesa, nata dal popolo ebreo. Ricorda queste origini nei suoi memoriali scritti contro il crescente nazionalsocialismo con le sue campagne sobillatrici e misure antisemitiche sempre in aumento, ma anche contro qualche antisemitismo irriflessivo e esplicito nel proprio ambito ecclesiale. II mistero natalizio della nascita e dell'incarnazione di Gesù lo vede immediatamente unito con la «Chiesa degli ebrei e dei pagani» (XI, 146). In «La preghiera della Chiesa», l'ultimo suo "Memorandum", pubblicato nel 1937 (!) mentre era viva (= XI, 10-25), ricorda senza ambiguità - e rischiosamente - quanto quell'«immagine del Cristo in preghiera che continua a vivere» [fra noi] abbia il suo «prototipo ... nella preghiera di Cristo durante la sua vita terrena». «Dalle relazioni evangeliche sappiamo che ... (egli) pregava con la fede di un ebreo fedele alla legge» (XI, 10). Inoltre essa parla pubblicamente, come pure all'interno del monastero, dei rapporti tradizionali con il profeta Elia, considerandolo «Guida e Padre dei carmelitani» (XI, 1; I, 13; in quell'epoca - 1935 (!) - questi titoli, riservati al Capo di Stato ('Führer') vanno letti non senza scottante attualità e intenzione evidente! E indica anche altre figure bibliche "non ariane" come Abramo (IX 162s.), Mosé (XI, 144) ed Ester (XI, 165-171), sulla bocca della quale pone, nel 1941, nella classica "scena dei Dialoghi", la propria profonda costatazione: «Ho visto crescere la Chiesa dal mio popolo» (XI, 170). Già prima, in un'altra parte di questa rivista, ho esposto per esteso(14) che Edith Stein, nella sua teologia cristiana del giudaismo, segue anche alcuni apporti dubbi del "prima di Auschwitz" e cerca di verificare unilateralmente ma lottando contro alcuni deficit del giudaismo in base a uno sguardo autobiografico e retrospettivo. 

5. Attività profetica nella Chiesa e come Chiesa nel mondo  

5. 1. La "scientia crucis" come "Mistica degli occhi aperti", non senza conseguenze pratiche: costatazione della difficile situazione degli altri e "sequela della croce "  

Seguendo estesamente le "testimonianze" (Vita e opera) di S. Giovanni della Croce, Edith Stein abbozza sobriamente ma in modo impressionante una "teologia della croce" (I, 3) assolutamente pratica, e la unisce con "tentativi di interpretazione" (I, 1) nutriti dalle proprie lunghe fatiche. A causa della sua deportazione il saggio rimane incompleto e resta, assieme con il suo lavoro sulla teologia simbolica dell'Areopagita (= XV, 65ss.), il suo testamento spirituale più importante. In ciò si tratta non più e non meno della percezione di uomini sofferenti che nel contesto della Stein sono specialmente gli ebrei attualmente perseguitati, espulsi e assassinati. Questa percezione è tutt'altro che insipida e passiva. È veramente profetica e mistica, nel senso della spesso falsificata e seppellita caratteristica fondamentale della tradizione giudaico-cristiana, in questo senso recentemente rielaborata da J. B. Metz(15). La percezione si muove sulla cresta stretta, ma unicamente percorribile, di pura resistenza, da una parte, e di rassegnazione incerta di una "mistica di passione" dall'altra parte. In questo senso Edith Stein spesso ripete la parola del «gioioso» darsi da fare nel portare la croce (XI, 123). Dopo la cosiddetta "Presa di potere" del 1933 - la quale porta anche a lei la proibizione di continuare la professione - si rende presto conto di essere unite con l'ebraico "popolo di Dio" attraverso un'inseparabile comunione di destino (cf. WK, 12). Come "passo esterno", rispondendo alla sue "nature" (WK, 12), chiede 1'intervento papale per arrivare alla posizione della Chiesa contro la persecuzione degli ebrei - però senza successo effettivo(16). Trova invece nella preghiera la «vera», del tutto personale conseguenza, come dice, e in due tappe: come prima la cognizione fondamentale dell'identità delle esplose sofferenze della persecuzione degli ebrei con la sofferenza e con la croce di Cristo, facendo però questa riserva: «La massima parte degli ebrei non l'avrebbe capita; ma coloro che lo capiscono, dovrebbero essere disponibili ad accettarla. Volevo farlo io ... Ma non sapevo ancora in che cosa sarebbe consistito il portare la croce» (WK 14; cf. IX 124). Ciò diventa in lei certezza dopo la proibizione di continuare il lavoro professionale. «Ora finalmente è venuto il momento ... per entrare al Carmelo» (WK 20). Bisogna mettere in rilievo questa così attualizzata motivazione di abbracciare la vita religiosa come carmelitana, e considerarla come importante lascito di Edith Stein alla Chiesa "dopo Auschwitz". La sofferenza di uomini acutamente perseguitati risponde immediatamente alla sofferenza di Cristo ed esige una reazione profetico-mistica attuata personalmente. Il suo metodo filosofico di conoscenza, cioè di essere «occhio del tutto aperto» (XIII, 22; cf. WK, 18), si compie nella mistica "Scientia crucis" di essere «occhio nell'occhio con Dio» (VIII, 100) e nella pratica della "sequela della croce" (cf. 1, 6. 243ss.; XI, 121ss.). 

5. 2. "Rappresentanza" e "espiazione"  

Le provocazioni legate alla sua situazione specifica conducono l'ecclesiologia organica di Edith Stein verso la figura biblica di Ester, vista come figura di identificazione della sua esistenza personale e della sua vita di carmelitana dinanzi a Dio (cf. IX 121), ma anche come figura monitoria per la sua priora e con ciò dell'Ordine carmelitano (XI, 165ss.). Come messaggio ben chiaro per le sue consorelle, nell'onomastico della priora (13-06-1941) mette in scena la stessa missione di Maria, "Regina del Carmelo" (XI, 171). La principale intenzione della preghiera dev'essere il popolo d'Israele sofferente ed espulso, e dev'esserlo anche nella consapevolezza e nelle attività delle consorelle dell'Ordine e in quelle della Chiesa (cf. il suo cosiddetto "testamento" X, 148s.). In Edith Stein cresce il desiderio che Israele trovi "il Signore". Per «l'incredulità del popolo di Dio», che le sembra esistere, vuole offrirsi lei stessa in «espiazione» (X 148; cf. IX 13). Di una tale visione che s'avvicina anche molto al suo interpretare la propria biografia giudaica, essa parla come un'ebrea colpita. Tuttavia non la fa cadere in impegni missionari o in teorie di rifiuto. E' un atteggiamento di «profonda tristezza»(17): un sentire doppio dolore per l'attuale persecuzione e, soggettivamente, per il fatto del molteplice «essere senza patria» del suo popolo. Dopo Edith Stein, "dopo Auschwitz" e soprattutto da parte di quelle persone che non ne partecipano, un tale modo di parlare dovrebbe essere trattato nella Chiesa e dalla Chiesa con la massima prudenza e meglio evitato! Tuttavia il contenuto, la reazione attuale, mistico-profetica, con le conseguenze personali, una tale reazione all'esperienza della sofferenza fatta da uomini, rimane sempre una provocazione alla Chiesa (alle Chiese) di Cristo e ai suoi membri. Con la sue acuta provocazione, Edith Stein si concentra però e si limita ad un ambito vitale ristretto, senza voler «fare affari ... con Dio» (VI, 167), e senza perdere lo sguardo per le «grandi connessioni» (II, 404). Ma proprio con il contenuto di «rappresentanza» riesce a preservare la Chiesa e anche la teologia delle comunità parrocchiali di oggi e la prassi da "complessi di Dio" (Gotteskomplexe) (H. E. Richter), da tendenze verso attività provocanti e cecità aziendali qualsiasi e così pure la lentezza di una Chiesa popolare o dal carattere demoniaco del grande numero di gente che accorre per partecipare a manifestazioni ecclesiali. 

5. 3. Elia: "Guida e padre " dei carmelitani, profeta venerato per ebrei, musulmani e cristiani, patrono della Bosnia-Erzegovina  

A questo punto inserisco la domanda: che cosa significa attualmente per la Chiesa e per l'Ordine carmelitano che Edith Stein presenti Elia come colui che «viene a raccogliere i suoi» (XI, 170), e che essa (già o ancora nel 1935) in mezzo alla Germania del nazionalsocialismo poteva presentare pubblicamente il significato "ecumenico" di Elia e precisamente in questo ordine: «nella venerazione del grande profeta gareggiano ebrei, musulmani e cristiani di tutte le confessioni (XI, 4)? E infine, cosa vuol dire che Elia viene considerato attualmente - probabilmente per questo significato - come patrono della Bosnia e dell'Erzegovina?(18) Quali sono le conseguenze che ne possiamo trarre per la gente in Israele e in Palestina? Quali conseguenze nei riguardi della gente che appartiene alle "amate popolazioni della Bosnia ed Erzegovina", come più di una volta papa Giovanni Paolo II le chiamò, e anche nei riguardi della gente del Kosovo e di altre "regioni in crisi"? 

5. 4. Lavoro formativo in totalità  

Assolutamente rimane valido l'impulso che Edith Stein ha dato per la formazione religiosa di bambini, giovani e adulti, cioè di aver gettato lo sguardo sull'uomo totale, sia "da parte del formatore" come "da parte del formante". Prima di ogni metodo e di ogni attacco metodologico, e in luogo dell'illusione di dover produrre la fede e altre mete educative, ci vuole il modello personale e soprattutto occorre riservare lo spazio libero per l'attività di Dio attorno e nella personalità individuale. Ciò risparmia impulsi fondamentalistici e consente alla religione di prendere in senso totale il posto che ad essa spetta come «radice e fondamento di tutta la vita» (VIII, 54; cf. V, 83; XII, 98ss.), senza cadere nell'attuale "religiosa ma simpatizzante indifferenza nei confronti di Dio" (J. B. Metz). 

5. 5. Che cosa può significare il "martirio"  

Le discussioni sul significato e sull'affermazione fondata, con cui si parla dello sterminio di Edith Stein come di un "martirio", hanno probabilmente avuto chiarificazioni nell'ambito della sua beatificazione del 1987(19). Non come cattolica, ma come appartenente al popolo ebraico, Edith Stein ha partecipato al destino di milioni di vittime della pazzia razzista del nazionalsocialismo. Secondo tutto quello che ci consentono di conoscere le ultime testimonianze - per la maggior parte derivanti da persone ebree - era la sua fede a renderle possibile - non esclusivamente - di "affermare praticamente Dio"come quella Realtà chein vista di minacce individuali o altrui non rende «distrutto nella morte» chi ne è colpito, un'affermazione che "sempre parte dall'affermazione della salvezza di ciò che appartiene al passato, al distrutto, cioè dalla morte della morte" (H. Peukert). Senza trasfigurarlo pateticamente: Edith Stein poteva praticamente - sebbene non esclusivamente - affermare la sua fede in Dio come creatore dell'unica stirpe umana contro ogni pazzia razzista e ogni guerra, contro "purificazioni etniche" di ogni genere, una fede nata da quella in Gesù Cristo e dalla forza della sua croce, una fede vissuta in ultima solidarietà fino allo sterminio. Già in occasione della beatificazione del 1987, papa Giovanni Paolo II ricordava con parole sentite e penetranti la "testimonianza della vita e morte di Edith Stein, eminente figlia d'Israele e figlia del Carmelo, ... una testimonianza che nella sua ricca vita unisce una sintesi drammatica del nostro secolo. La sintesi di una storia segnata da profonde ferite che ancora sono dolorose. Ma uomini e donne responsabili s'impegnano sempre di nuovo, fino ai nostri giorni, per guarirle. Ed è anche la sintesi della piena verità sull'uomo di un cuore tanto tempo rimasto inquieto e insoddisfatto, 'finché non trovè pace in Dio'(20)

6. Edith Stein e il terzo millennario della Chiesa  

Al termine di questo secolo e millennio le Chiese soffrono alcune crisi, specie in Europa. Per concludere prego di consentirmi di aggiungere alcune scarse ma utili proposte di Edith Stein: 

Distinguiamo anche noi nelle "proprie file" la questione esistenziale e la crisi di Dio, come si trova in molte persone, dalle crisi della Chiesa, nate per colpa nostra nelle nostre case! In quanto possibile cerchiamo di non ostacolare Dio nel suo agire negli uomini e nella Chiesa con il lamentarci dell'irrevocabile passato; cerchiamo di sperimentarlo (nuovamente) nella propria vita e lotta quotidiana! Non strappazziamo troppo l'amore insuperabile di molta gente per la Chiesa, quando si esprime attualmente nella "sofferenza per la Chiesa", nel "desiderare" e nella critica preoccupante! Non dimentichiamo che la "ripugnanza per le istituzioni della Chiesa e i dubbi della fede" possono emergere anche nel quadro di un processo mistico, e cerchiamo di fondare tali questioni sulla profondità della fede a noi donata. La crisi finanziaria dell'Europa occidentale e della Chiesa contribuisce certamente a riportare qualche "vita sovrabbondante e di borghese comodità" della Chiesa allo "spirito della santa povertà" e al "Crocifisso povero" (XI, 130; cf. 1,95), e ciò anche nel pensiero o nelle esigenze spirituali e pratiche. Un processo doloroso, ma in ultimo anche coraggioso e sano ed ecclesialmente dinamico, al terrnine di una religiosità occidentale prevalentemente borghese. Per queste e altre evoluzioni che il "Signore" evidentemente intende sempre attuare nella "sua" Chiesa, siamo più preparati, quanto meno in primo piano siamo soltanto «appoggiati ai dogmi ... in fiducia posta sull'autorità umana», e quanto più siamo «ancorati nella fede viva, che non può restare senza conseguenze» (VI, 194s.). 

Vi ringrazio della vostra pazienza e spero assai e con grande gioia, di aver potuto darvi una chiave autentica per conoscere Edith Stein e le sue intenzioni. E spero di aver stimolato il vostro desiderio di sapere di lei qualcosa di più di quanto in questo saggio di quarantacinque minuti si è potuto dire. 

P. Felix M. Schandl, O.Carm. 

1. Cf. nell'ambito della lingua tedesca anzitutto le instancabili pubblicazioni di W. Herbstrith (Teresia a Matre Dei OCD) e le documentazioni storicamente precise di M. A. Neyer OCD. Per quanto io sappia, l'unico a occuparsi sistematicamente e teen fondato del tema "La Chiesa in Edith Stein" e Atanagora D'A. OCD, La chiesa in un membro vivo d'israele, Edith Stein, in: EphCarm 17 (1966), 551-476. Meritano attenzione gli important) Simposii chenon sono esclusivamente filosoficamente orientati: E. Ancilli (ed.), Edith Stein. Beata Teresa Benedetta della Croce. Vita, dottrina, testi inediti (Collana della Rivista di vita spirituale, 19). Roma 1987; L. Elders (Hg.), Edith 
Stein: Leben, Philosophie, Vollendung. Abhandlungen des internationalen Edith-Stein-Symposiums Rolduc, 2. - 4.November 1990. Wurzburg 1991; L. Borsig-Hover (Hg.), Ein Leben fur die Wahrheit. Zur geistigen Gestalt Edith Steins. Fridingen a.D. 1991, und die Monographien: A. E. BEJAS, Vom Seienden als solchem zum Sinn des Seins. Die Transzendentalienlehre bei Edith Stein und Thomas von Aquin (EHS XX, 422). Frankfi'rt/M - Berlin - Bern - New York - Paris - Wien 1994; S. DUREN, Die Frau im Spannungsfeld von Emanzipation und Glaube. Regensburg 1998; H.B. GERL, Unerbittliches Licht. Edith Stein - Philosophie, Mystik, Leben. Mainz 1991; H. 
HECKER, Phanomenologie des Christlichen bei Edith Stein (StSSThl2). Wurzburg 1995; B.W. IMHOF, Edith Steins philosophische Entwicklung. Leben und Werk (= Bd. I). (BasBPhG 10). Basel - Boston 1987; A. KAVUNGWALAPPIL, Theology of Sufferingand Cross in the Life and Works of Blessed Edith Stein (EHS XXIII, 642). Frankfurt/M - Berlin - Bern - New York - Paris - Wien 1998; A. U. MULLER, Grundzuge der Religi onsphilosophie Edith Steins (Symposion 97). Freiburg - Munchen 1993; E. OTTO, Welt - Person - Gott. Eine Untersuchung zur theologischen Grundlage der Mystik bei Edith Stein. Vallendar - Schonstatt 1990; P. VOLEK, Erkenotnistheorie bei Edith Stein (EHS XX, 564). Frankfi~/M - Berlin - Bern - New York - Paris - Wien 1998. Si cite Edith Stein nel testo con le seguenti abbreviazioni e numeri di pagina: I-XVII = L Gelber/R Leuven (bis 1987)/M. Linssen (seit 1987) (Hgg.) Edith-Stein-Werke Bd. I - VII Louvain Freiburg 1950-1965, Bd. VII (Vollst. Ausg.) - XI Druten - Freiburg 1976 - 1987, Bd. XIIff. Freiburg Basel - Wien 1990ff. (demnachst erscheint ein weiterer Briefband XVIII); B = E. STEIN, Beitrage zur philosophischen Begrdndung der Psychologie und der Geisteswissenschaften. Eine Untersuchung uber den Staat. Thbingen 21970. (Contiene: Psychische Kausalit~t, in: JPP 5(1922), 2-116; Individuum und Gemeinschaft, in: JPP 5(1922), 116-283; Eine Untersuchung uber den Staat, in: 
JPP 7 (1925), 1-123 = B. 285-407); CF = E. STEIN, Christliches Frauenleben, in: Madchenbildung auf christlicher Grundlage 28 (1932), 161-174. 192-205 (in ESW V, 45-72 unvollstandig ohne S. 196-205 abgedruckt!); D = Diskussion zum Vortrag von Dr. Edith Stein "Grundlagen der Frauenbildung" am 9. November 1930 bei der Tagung der Bildungskommission des Katholischen Deutschen Frauenbundes. Mskr. im Archiv des Kath. Dt. Frauenbundes, Koln. 11 S. 
PE = E. STEIN, Zum Problem der Einfahlung. Halle 1917. 2Munchen 1980; WK = E. STEIN, Wie ich in den Kolner Karmel kam (Come giunsi al Carmelo di Colonia). Con spiegazioni e supplemento di M. A. Neyer. W0rzbura 1994, 8-50. Nell'anteriore Pubblicazione Edith Stein (Herder-bücherei 3, Freiburg 1957, 97-109), la data del testo è 18-12-1938. 
2. Oltre a me la stessa raccomandazione urgente in: Atanagora D'A. OCD, op. cit (note 1), 447, 450; IMHOF, op.cit. (note 1), 22; il vescovo K. Hemmerle (), Die geistige Grobe Edith Steins, in: L. Elders (ed.), op. cit. (note 1),275-289, qui 275s. 
3. II termine 'ateistico' in senso streno e inesatto - anche se viene usato da Edith Stein, eventualmente per indicare se stessa: F. M. SCHANDL, Die Begegnung mit Christus. Auf dem Weg zum Karmel, in: L. Elders (ed.), op. cit. (note 1), 55-93, qui 64 s. con note 12; M. A. NEYER, Edith Stein. Aus meinem Leben. Mit einer Weiterfuhrunguber die zweite LebenshalBe, Freiburg - Basel - Wien 1989, 383. 
4. Cf. H. CONRAD-MARTIUS, Meine Freundin Edith Stein, in: Hochland 51 (Muncher 1958/59), 38-46; qui 38.42; ore in: W. Herbstrith (ed.), Edith Stein. Ein neues Lebensbild in Zeugnissen und Selbstzeugnissen (Herderbücherei 1935), Freiburg - Basel - Wien 1938, 82-94, qui 82, 89); cf. VI, 67. 
5. SCHANDL, op. cit.(nota 3), 74-78; 84-95. 
6. Finora, purtroppo non ho potuto verificarlo. 
7. Elaborate sistematicamente per mezzo delle prime opere e testimonianze autentiche in SCHANDL, op. cit. (nota 3), tra altro 66-92. 
8. H. WOLTER, Frankfurt/Main (1), Kirchengeschichte, in: LTHK2 IV (1960), 257s. 
9. Cf. SCHANDL. oo. cit. (note 3). 71: Idem. "Ich sah aus meinem Volk die Kirche wachsen". Edith Steins christliches Verhältnis zum Judentum und ihre praktischen Konsequenzen, in: Teresianum 43 (1922), 53-107, qui 58-60, 79-83. 
10. Sul tema «preghiera» cf. il contributo di J. CASTELLANO in questo volume. 
11. Cf. estesamente: SCHANDL, op. cit. (note 9), 68ss.; Idem: "implorare asilo per coloro che sono senza patria!, Spurensuche nach Edith Stein und ihrer solidarischen Spiritualitat angesichts gegenwartiger Szenarien, in GUL 65 (1922), 329-350, qui 340 ss. 
12. Cf. accanto alle interpretazioni profonde di H. B. GERL, op.cit. (note 1), 25ss., 159ss. circa l'attuale discussione sul senso di "sostituzione": K. H. MENKE, Stellvertretung (Raccolta Horizonte N.F. 29), Einsiedeln-Freiburg 1991; H. Hoping, Stellvertretung, in: ZKTh 118 81996), 345-360; B. GRUMME, Von der Destruktivitat der Begriffe, in: ThGgw 40 (1997), 134-143; B. JANOWSKI, Stellvertretung. Alttestamentliche Studien zu einem theologischen Grundbegriff (SBS 165)m Stuttgart 1997. 
13. Cf. J SUDBRACK, Der gottliche Abgrund. Bilder vom dreifaltigen Leben Gottes, Wurzburg 1991, 21-24; W. BRUGGER/L. BAHNMULLER; Urschalling, Freilassing 1996. (Mi fa piacere visitare questa chiesa a motivo di tale rappresentazione, tanto piu che si trove vicina al luogo della mia nascita). In modo inspiegabile proprio quest) brand citati (CF 196-205), pubblicatigiànel 1932 (!), nelltedizione di WERKE (v, 72; XII) sono insufficien)i o omessi. Rimasto inedito e anche il protocollo di discussione per la conferenza "Fondamenti per la formazione delle donne" (= V, 73ss.) del 9-11-1930, nel quale viene citato Edith Stein con le seguenti relazioni di discussione, assai pregnant):«Il fondamente è l'essere uomo, il secondario è l'essere donna»; e: «Più si sale in alto per somigliare a Cristo, piu si somigliano uomo e donna» (D,11). Che cosa, dunque, succede, se la richiesta del sacerdozio femminile tende verve un'unione piu profonda della Chiesa con Cristo e la pratica? Almeno io ringrazio esplicitamente e cordialmente l'archivio del KDFB a Colonia per la copia di tale manoscritto! 
14. SCHANDL, op. cit. (note 9), specie 57ss.,68ss.,84ss.,95ss. - Sul valve straordinario di una tematizzazione delle radici ebraiche nella liturgia cattolica di allora cf. K. RICHTER, Judische Wurzeln christlicher Liturgie im Spiegel der neueren katholischen Liturgiewissenschaft, in: M. Marcus e altri (edd.), Israel und Kirche heute (FS E. L. Ehrlich, Freiburg - Basel - Wien 1991, 135-147; qui 136s. Alcune frasi di Edith Stein di questo tenore vengono tramandate:«Non pno credere che cosa significhi per me essere figlia del popolo eletto e di appertenere, non solo spiritualmente, ma anche con il sangue, a Cristo» (cit. in SCANDL, op. cit., 96ss.) e addirittura una volta: «La lotta nel nazionalsocialismo contro l'ebraismo altro non è che la lotta contro l'umanità di Cristo» (cit. in op. cit., 74, note 75). A1 momento dell'arresto, secondo quel che si dice, si rivolse all~sorella Rosa:«Vieni. Andiamo per il nostro popolo» (cit. in X, 166; in altra versione X, 140; cf. SCHANDL, op. cit., 104, note 151s.). 
15. Cf. J. B. METZ/T. R. PETERS, Gottespassion, Freiburg - Basel - Wien 1991, qui p. 37. 
16. Pio XI diede ordine di abbozzare un'enciclica sulfa questione degli ebrei, ma in essa si tento di trasportare il contenuto di alcune affermazioni antisemitiche dubbiose. La morte di Pio XI nel 1939 impedi la pubblicazione (che avrebbe assai aggravato i rapport) con l'ebraismo). Nel 1938, Edith Stein non valorizzo ne l'enciclica "Mit brennender Sorge" (1937) ne il Concordato del Reich (1934), scoprendovi reazioni conform) alle sue intenzioni: cf. WK, 14; J. H. NOTA, Edith Stein und der Entwurf einer Enzyklika gegen Rassismus und Antisemitismus, in: IKZ 5 (1976), 154-166, 479, ore in: W. Herbstrith (ed.), Edith Stein; eine große Glaubenszeugin, Anoweiler, s.a. (1986); G. PASSELECQ/B. SUCHECKY, Die unterschlagene Enzyklika. Der Vatikan und die Judenverfolgung, München - Wien 1997, 27. 
17. Atanagora d'A., op. cit. (nota 1), 475. 
18. Nella rivista: Vision 2000, Wien, nr. 5/1994, 15. Finora non ho potuto verrificarlo in altro luogo. 
19. Cf. SCHANDL, op. ch. (note 9), 105ss. Solo ora mi sono accorto dell'interpretazione di Edith Stein del martirio dei "bambini innocenti" (XI, 148s.), che getta una luce significativa sulla sua morte. 
20. Cf. L'Osservatore Romano, Edizione settimanale in lingua tedesca 17, Nr. 19 (08-05-1987), 11s., qui 12. (Prego di verificarlo con A.A.S.). 

 

     
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Updated 30 ott 2005  by OCD General House
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