Dámaso Zuazua, ocd,
Segretario Generale delle Missioni
Questo incontro degli animatori o zelatori
missionari è stato pensato e preparato per
le Province europee. Per il prossimo
settembre è in programma un altro incontro
simile per l’Oriente e l’Estremo Oriente a
Mangalore, India. Il Segretariato delle
missioni offre volentieri la sua
collaborazione per la preparazione di altri
incontri zonali, regionali, nazionali o
provinciali, se le circoscrizioni lo
desiderano.
Ora l’idea iniziale si è estesa anche alle
tre Province dell’America Settentrionale. Il
P. Generale potrà spiegare e giustificare
questo ampiamento. L’obiettivo dell’Incontro
Occidentale –più che europeo- dei nostri
zelatori missionari si propone lo scopo di
riattivare la coscienza missionaria del
Carmelo. Supposta in molti casi, accettata
come componente dell’immagine carmelitana,
però senza arrivare a una verifica critica e
viva, la coscienza missionaria del Carmelo
in molti casi sembra vivere addormentata. In
qualche caso, diciamo pure in molte
occasioni e in molti contesti, si presenta
languida. La missione, la coscienza
missionaria del Carmelitano, l’impegno
missionario tra di noi è un fattore che dà
dinamismo alla nostra vocazione e alla
nostra azione pastorale?
Un latente subcosciente di sfondo
missionario affiora, sì, come un vago
riflesso di fondo: in occasione della
celebrazione del DOMUND, della Giornata
missionaria carmelitana, della nostra
partecipazione sporadica, senza eccessivo
impegno personale, nei confronti di qualche
ONG, di qualche progetto concreto,… Per lo
più regna una sonnolenta reazione di fronte
a ciò che dovrebbe essere uno dei fattori
più stimolanti del nostro essere
carmelitani. In molti casi tutto sembra
ridursi a una certa simpatia, a una
approvazione, senza ulteriore impegno
personale.
E’ questo il motivo che ha indotto a pensare
questo incontro. Servirà per ricordare
principi risaputi, che però non influenzano
il nostro agire. La riflessione e la
informazione reciproca possono risvegliare
un impulso di stima più effettiva
dell’impegno dei nostri missionari, di
maggiore solidarietà nei loro bisogni, di
una organizzazione più impegnata e più
partecipativa. L’incontro degli zelatori
si riunisce aperto alla speranza, come
riaffermazione della nostra personale
convinzione, come ossigenazione della
vocazione missionaria delle nostre
comunità.
1.
Nostra responsabilità missionaria
L’ufficio di procuratore delle missioni
esiste nell’Ordine a partire dal Capitolo
Generale del 1605. La elezione allora cadde
sul P. Pietro della Madre di Dio,
il bilbitano padre della Congregazione
d’Italia (1565-1612).
Le Costituzioni emanate in quel capitolo
sono anche le prime nell’Ordine a parlare
delle Missioni. Includono in primo luogo un
capitolo per parlare “de Conventu Missionum”
che sia a Roma e sia “come un seminario nel
quale, col permesso del Preposito, si
raccolgano i religiosi che partiranno per
seminare il Vangelo tra gli infedeli”.
I futuri missionari vi si devono preparare
con l’apprendimento delle lingue, con la
dottrina delle controversie per confutare
gli errori e correggere i costumi degli
infedeli. Fuori Roma, col permesso del
Definitorio, si potranno fondare altri
conventi “extra et prope Romam”
e, con il medesimo scopo, anche in altri
luoghi.
Costituisce la base giuridica per la
creazione dei nostri seminari delle
Missioni, come quelli che hanno esistito a
Lovanio, a Malta, a Goa, a Meulun (Francia),
a Berdychev: gli ultimi due ebbero durata
abbastanza effimera.
Altrove si stabilisce che il Procuratore
delle missioni sia eletto dopo il
Procuratore Generale e prima del Priore del
noviziato.
Il cap. 14 descrive gli uffici del
Procuratore Generale e del Procuratore delle
Missioni. A quest’ultimo spetta ottenere i
brevi e le lettere dei principi e assolvere
altri affari materiali, mantenere il
contatto con coloro che viaggiano per motivi
missionari.
Questa è la prima traccia missionaria nella
nostra legislazione.
In passato venivano redatte le
“Instructiones Missionum”. Ricordiamo
come esempio quelle del 1904.
Un po’ più ampie rispetto alle precedenti e
approvate pure dalla Congregazione di
Propaganda Fide, le emanò con carattere
“definitivo” il Generale, P. Ezechiele del
S. Cuore.
Dedicano il c. VI alla figura
dell’amministratore generale delle Missioni
e il c. VII agli zelatori provinciali.
Altre Istruzioni, quelle del primo
generalato del P. Guglielmo di S. Alberto,
furono incluse nel volume delle
Istruzioni generali dell’Ordine. Il c.
III tratta degli aspiranti alle missioni.
Vi si legge: “Meritano tutta la nostra
ammirazione e tutta la nostra lode i nostri
fratelli, i migliori, che consumarono e
tuttora consumano tutte le loro forze nelle
terre di missione… Non possiamo dimenticare
che le Missioni costituiscono la parte più
eletta dell’Ordine” (n. 182).
In realtà queste Istruzioni
riflettono e riproducono varie idee trattate
dal Generale nella sua Lettera Pastorale “De
missionibus adiuvandis” del 1 Marzo 1929.
Nelle proposte concrete, prescrive: 1) che
in tutti i nostri conventi, sia di frati che
di monache, si faccia una preghiera
quotidiana per le missioni; 2) che nei
nostri collegi e noviziati sia favorita la
lettura di riviste missionarie; 3) che tutte
le nostre Province, quantunque non abbiano
missioni proprie, inviino il loro aiuto
missionario al Segretariato delle missioni,….
Delle missioni si trattò nel Capitolo
Generale speciale del 1926 (1 Settembre - 7
Ottobre). Esaminando il n. 301 delle
Costituzioni, si stabilisce che in futuro il
procuratore delle Missioni si chiami
“segretario”.
Anche altri Generali scrissero lettere
pastorali con contenuto missionario: il P.
Silverio di S. Teresa, in occasione del 25
anniversario della proclamazione di S.
Teresa di Gesù Bambino a Patrona delle
Missioni,
il P. Anastasio del SS.mo Rosario per
commemorare il III centenario delle nostre
missioni in India,
il P. Filippo Sáinz de Baranda,
sottolineando il IV Centenario della prima
spedizione missionaria del Carmelo Teresiano
nel regno del Congo, vivente ancora la S.
Madre Teresa di Gesù.
Di particolare importanza nell’ambito dei
documenti missionari dell’Ordine sono gli
“Statuta” che pubblicò il Definitorio
Generale come risultato della riunione degli
zelatori delle missioni, convocata dal P.
Michelangelo Bátiz di S. Giuseppe e
celebrata a Roma dal 3 al 7 marzo 1970.
In essi si stabilisce che ogni Provincia
abbia il suo zelatore delle Missioni (n. 1).
Ugualmente si ricorda che nelle nostre
chiese pubbliche sia celebrata, almeno una
volta l’anno, la Giornata Missionaria
Carmelitana (n. 10). Si stabilisce anche
che, come minimo, in ogni sessennio si
faccia un incontro degli zelatori con il
segretario generale (n. 11). Il gruppo fu
ricevuto in udienza dal Papa Paolo VI, che,
tra le altre cose, disse: “Speriamo che lo
spirito ardentemente missionario di S.
Teresa d’Avila –benché religiosa di
clausura- e dell’altro santo mistico, S.
Giovanni della Croce, dei quali siete figli,
susciti in voi risposte generose e in
consonanza con le odierne esigenze
dell’adattamento al crescente respiro di
azione apostolica nel mondo”.
Cosa dice la nostra legislazione attuale a
proposito delle missioni? Descrivendo i
caratteri del carisma teresiano,
opportunamente osserva che col crescere
della sua esperienza ecclesiale, la S. Madre
Teresa di Gesù si preoccupò dei popoli non
ancora evangelizzati e dell’immenso campo
delle missioni. Qui si manifesta pienamente
il suo spirito apostolico.
L’evangelizzazione dei popoli è stata sempre
l’opera prediletta dell’Ordine. Fu la S.
Madre in persona che comunicò alla sua
famiglia religiosa il fervore missionario e
manifestò che i suoi religiosi si
impegnassero nell’azione missionaria.
Scendendo a un livello più concreto, si
stabilisce che si adottino opportune
iniziative perché abbia a fiorire e crescere
la vocazione missionaria.
In questo campo leggiamo la seguente
proposta: “Per favorire la fraterna
collaborazione e comunione con i missionari,
secondo le norme date dal Definitorio, siano
promosse riunioni interregionali o di una
zona determinata per le missioni”.
Province e comunità sono chiamate a porre
“sommo impegno nell’offrire la generosa
collaborazione, anche economica, dei propri
beni all’opera missionaria”.
La figura dello zelatore viene descritto con
questi termini: “In tutte le Province e
Semiprovince si nomini lo zelatore delle
Missioni… Il suo ruolo, sotto la direzione
del Provinciale, consiste nel favorire
l’unione tra le Province e le Missioni,
promuovere lo spirito missionario e trovare
collaboratori e mezzi per le Missioni”.
Traducendo in linguaggio attuale diremmo che
si tratta dell’animatore missionario della
Provincia.
Una occasione provvidenziale per ripensare
la nostra vocazione e la nostra tradizione
missionaria nel Carmelo sono stati i recenti
“Congressi Missionari Mondiali”. In
ciascuno di essi sono state formulate
proposte concrete per incrementare la nostra
coscienza missionaria e la nostra
partecipazione alla vita missionaria
dell’Ordine.
In quello di Nairobi (1994) furono
presentate le seguenti proposte: 1)
Coltivare una fedeltà matura alla dimensione
missionaria del nostro carisma
carmelitano-teresiano. 2) Prendere in
considerazione i nuovi orizzonti della
missione, a partire dal suo aspetto
profetico e di dialogo con le culture, alla
luce del magistero della Chiesa, per trovare
vie che portino a una autentica
inculturazione del Vangelo. 3) Non
dimenticare la relazione che esiste tra
evangelizzazione, promozione umana,
sviluppo, liberazione in vista di un impegno
per la giustizia. 4) Fare una opzione
preferenziale per i poveri alla luce del
Vangelo. 5) Intraprendere un lavoro
missionario a partire dalla identità
carmelitano-teresiana, con la testimonianza
di comunità fraterne e oranti anche nei
territori di Missione. 6) Fare in modo di
mantenere sempre nelle nostre Missioni
qualche opera che dica relazione più diretta
con la pastorale della spiritualità. 7)
Alimentare e diffondere una spiritualità
missionaria a partire da una esperienza
reale di Dio e di un impegno di fede,
speranza e carità.
Con una possibile anemia missionaria tra noi
non si arriva facilmente a che questi
pronunciamenti generino lo sperato effetto a
livello di massa generale. Però rimangono
sempre punti di riferimento per una
riflessione e per una volontà nella
coscienza carmelitana.
Quattro anni più tardi (1998) si tenne il
Congresso missionario mondiale OCD in
Ecuador, America Latina. Anche in esso fu
elaborata una serie di conclusioni
operative. I punti principali sono: 1) La
inculturazione. 2) L’evangelizzazione degli
evangelizzatori. 3) La formazione dei nostri
religiosi. 4) Come affrontare le sfide
missionarie. 5) La rimozione di certi
ostacoli. 6) Il cammino verso una
progressiva autonomia. Questo discorso si
chiudeva con la proposta che la Segreteria
Generale delle Missioni e le Conferenze
regionali delle Province facessero una
verifica e una valutazione della traduzione
in pratica di queste mozioni.
Altro momento di riflessione missionaria fu
il Colloquio Internazionale delle
Missioni Carmelitane nel gennaio
2002 in questa stessa casa di Spiritualità
di Amorebieta. Lo presiedette il Generale
dell’Ordine, P. Camillo Maccise. Fu
sviluppato il tema “Eredità storica e
dinamismo evangelizzatore”. Gli Atti
sono pubblicati.
Le nostre riviste missionarie “La Obra
Máxima” (San Sebastián) in lingua
spagnola e “Il Carmelo e le sue Missioni”
(Morena) in italiano hanno contribuito alla
informazione costante e al mantenimento
della nostra fiamma missionaria. Lo stesso
possiamo dire di altri bollettini
provinciali o regionali, quali “Avanzadilla”
(Madrid), “ISAMIS” (Sucumbíos), “Tumaco”
(Colombia), “Amicizia missionaria” (Arenzano),
“Hilfe für Indien” (Graz), “teranga”
(Montpellier). Benché i loro contenuti siano
limitati a una Missione particolare,
mantengono e diffondono una salutare
motivazione missionaria.
Nell’Ordine non sono mancate direttive,
motivazioni, suggerimenti. La carenza o
mancanza sta, forse, nella diffusione e
soprattutto nella recettività della base.
Però dovremmo essere noi in prima persona
interessati a conoscere tutte queste istanze
per istillare meglio nei confratelli delle
nostre Province la coscienza missionaria del
Carmelo.
II.
Animazione missionaria
Questo è il compito che ci riguarda. Nel
passato si parlava di propaganda
missionaria. Oggi abbiamo un’altra
sensibilità. L’apologetica ci fa arrossire.
Preferiamo parlare di animazione
missionaria. Che cosa significa in concreto
questo termine? L’espressione non appare nei
testi conciliari. Nel Decreto Ad Gentes
si ricorda soltanto che lo Spirito Santo è
l’anima della chiesa, che lo stesso Spirito
infonde il medesimo “spirito” (animum) che
infuse su Cristo.
L’espressione “animazione missionaria”
si manifesta nella dottrina successiva al
Concilio e nella prassi che ne derivò. La
Congregazione per la evangelizzazione dei
Popoli creò il 31 maggio 1974 un Centro
Internazionale di Animazione Missionaria
a Roma. Oggi in molte parti del mondo si
danno corsi di formazione per animatori
missionari.
Animazione missionaria è un ministero
ecclesiale. Deriva da quanto si legge nel
decreto Ad Gentes: “Perché tutti i
fedeli conoscano chiaramente la condizione
attuale della Chiesa nel mondo, si
presentino le informazioni di carattere
missionario, servendosi dei mezzi moderni di
comunicazione sociale, in modo tale che,
sentendo come propria l’attività
missionaria, aprano il cuore alle necessità
estreme e profonde degli uomini e possano
venire in loro aiuto”.
Si tratta di un ministero opportuno, anzi
necessario. C’è da risvegliare la comunità,
c’è da motivarla con molta informazione, con
rinnovati stimoli, e, se possibile, con
creatività, con originalità. Una comunità
cristiana o religiosa che non si sforzi di
aprirsi patisce della “sindrome di
Gerusalemme”. Come ai tempi degli Atti
degli Apostoli, resta installata,
anchilosata, senza capacità di accogliere
nuovi fratelli, di riconoscere nuove
frontiere. Si sente sorpresa o sorpassata
per il compito di evangelizzare i dintorni,
in modo tale che le impedisce di vedere
l’orizzonte universale della Chiesa e della
Missione. Già la “Evangelii nuntiandi”
ricorda il doppio fronte, per nulla
escludente, del primo annuncio e
dell’annuncio alla “moltitudine delle
persone” praticamente scristianizzate dei
nostri giorni, dei non credenti e dei non
praticanti.
Anni più tardi Giovanni Paolo II si
esprimeva in questi termini: “I confini tra
cura pastorale dei fedeli, nuova
evangelizzazione e attività missionaria
specifica non sono nettamente definibili, e
non è pensabile creare tra di esse barriere
o compartimenti-stagno… E’ da notare altresì
una reale e crescente interdipendenza tra le
varie attività salvifiche della Chiesa:
ciascuna influisce sull’altra, la stimola e
la aiuta”.
La Missione “ad extra” e quella
“ad intra” sono complementari e non si
escludono, come se si trattasse di un
dilemma.
Lo stesso Giovanni Paolo II ricorda che
l’animazione missionaria “deve essere
inclusa come elemento principale della
pastorale ordinaria di parrocchie,
associazioni e gruppi specialmente
giovanili,… perché il tema missionario può
riuscire di grande aiuto: esprime il
contenuto principale della animazione
missionaria”.
Dobbiamo confessare che c’è molto lavoro di
sensibilizzazione da fare perché questo
principio venga accettato e tradotto in
pratica come frutto di una convinzione nel
nostro apostolato e nella nostra pastorale.
Nella stessa enciclica il Papa configura gli
obiettivi principali della animazione:
-
“informare e formare il popolo di Dio per la
missione universale della chiesa,
-
suscitare vocazioni “ad gentes” e
cooperazione alla evangelizzazione, evitando
di presentare una immagine riduttiva della
attività missionaria, …”
Non è facile definire l’animazione
missionaria. Include una molteplicità di
idee, di sentimenti, di principi, di
convinzioni. Il campo della animazione
missionaria abbraccia quanto abbraccia la
fede. E’ come l’anima nel corpo, il primo
movente della azione pastorale che ne
provoca e sostiene lo sviluppo. Animazione
vuol dire comunicare vita e spirito.
Pertanto animazione missionaria è una azione
pastorale per creare coscienza missionaria
nelle persone, nelle istituzioni, nelle
nostre comunità. Il Concilio ci ricorda che
la vitalità e la maturità cristiana si
manifesta nello spirito e nella
responsabilità missionaria universale di
ogni chiesa che presenta “il suo
contributo a beneficio di tutta la Chiesa”.
Nella prima circolare con cui annunciavo
questo Incontro scrivevo che
l’animatore missionario non è un
elemosiniere. Agisce, reagisce, si comporta
con criteri teologici, ecclesiali,
missionari, carmelitani. L’animatore
missionario provoca, accentua, stimola,
sottolinea, favorisce o facilita la
conversione missionaria, aiutando le
comunità a considerare la Missione ad
gentes come orizzonte costante e
privilegiato. Suscita l’impegno.
Tra le finalità concrete della animazione
missionaria, personalmente segnalerei:
-
infondere, propagare, creare, provocare
mentalità missionaria con la formazione, con
motivazioni nuove,
-
suscitare la cooperazione spirituale e
materiale,
-
promuovere e stimolare le vocazioni
missionarie, senza trascurare quelle laicali
per la Missione,
-
coordinare, facilitare la relazione del
nostro ambiente con la Missione.
L’animazione missionaria presente oggi una
necessità in più. Paolo VI ci avvertì della
importanza di adattare la nostra cultura, la
nostra sensibilità, il nostro vocabolario.
Deve rispondere alla terminologia che oggi
presentano i nuovi concetti teologici, la
nuova formulazione del linguaggio,
le componenti dirette o indirette della
Missione, quali l’inculturazione, il dialogo
interreligioso, il fenomeno della
globalizzazione. Lo stesso Papa Montini
diceva nel citato discorso ai nostri
zelatori missionari: “Occorre che il
linguaggio sia adattato ai tempi, che la
gente ne colga il senso. È quello che state
facendo”.
In qualità di animatori, è nostro dovere
essere al corrente, ben formati in questi
ambiti, con un nuovo linguaggio, arricchiti
con i nuovi concetti, con una nuova tecnica
e terminologia perché la comunicazione
avvenga in termini di attualità, secondo la
sensibilità culturale e religiosa dei nostri
giorni. Perciò, con espressione felice
Giovanni Paolo II ci proponeva di essere
“sentinelle del mattino”.
È necessario essere consapevoli di aver
bisogno di una conoscenza rinnovata per la
nuova ed efficace animazione missionaria.
Conclusione
Il tema centrale del nostro Incontro è
“La missione carmelitana nell’era della
globalizzazione e della nuova
evangelizzazione”. Il nostro servizio al
Vangelo vive nel contesto di queste due
componenti principali: la nuova
evangelizzazione e la globalizzazione. Le
due realtà non sono sorte per generazione
spontanea. Per questo nell’incontro si
offrirà una luce storica delle nostre radici
missionarie che affondano nel carisma che
abbiamo promesso di vivere nella chiesa.
Nello stesso tempo si rende necessaria uno
schiarimento delle nuove connotazioni
sociologico-religiose nelle quali si
sviluppa oggi l’attività missionaria. Allo
stesso modo verrà offerta una visione
generale dello stato attuale della
Missiologia, con gli accenti caratteristici
del momento, nella teologia e nella
pastorale. Così ci aggiorneremo sul
vocabolario e, forse, sui concetti
innovatori e comunicativi del presente.
Come Incontro degli animatori provinciali
delle missioni, il dialogo formale e
spontaneo occuperà in questi giorni uno
spazio privilegiato: informazione reciproca,
scambio di esperienze, possibili iniziative
comuni,… Ecco il campo di gioco per
acquisire, noi per primi, una maggior
convinzione della necessità urgente del
nostro ruolo. Poi potremo trasmetterla nel
nostro ambiente perché il Carmelo rimanga
missionario e si converta ad essere più
missionario.
Una parola per concludere: voglio ricordare
l’osservazione del P. Generale nella sua
Relazione al Definitorio Straordinario
del Cile nel settembre 2005: “Il fervore
missionario nell’Ordine è la misura del suo
fervore interiore… Lo spirito della nostra
S. Madre Teresa non permette il ripiegamento
e l’isolamento. Perciò penso che nella
formazione, cioè nella comunicazione della
nostra vocazione, lo spirito missionario
debba occupare un posto più centrale e
fervente”.