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Dámaso Zuazua, ocd, Segretario

INCONTRO ANIMATORI DELLE MISSIONI

Casa di Spiritualità di Amorebieta-Larrea
(Prov. di Navarra, Spagna)

 

I MISSIONARI DI S. TERESA OGGI: SENSO, ATTUALITA’, RISORSE  

Luis  Arostegui, ocd, Preposito Generale)

 


Larrea: Casa di Spiritualità

 

1.            I missionari di S. Teresa

 

1.            La formulazione di un contemplativo e apostolo

 

Il V. P. Juan Vicente Zengotita di Gesù Maria (1862-1943) vedeva e sentiva così la vocazione del Carmelo Teresiano: “Noi, figli di S. Teresa, siamo propriamente il frutto delle grida e lacrime della nostra Madre, afflitta e sollecita per la salvezza di milioni di anime infedeli che in terre lontane si perdono per mancanza di predicazione e di missionari. Perciò ecco cosa siamo noi carmelitani fin dal seno della nostra madre. La Madre S. Teresa ci ha concepiti nella solitudine del giardino del suo primo monastero. Ciò significa che siamo essenzialmente eremiti, come i nostri antichi padri del Carmelo, eremiti al massimo; però ci concepì tra ansie e lacrime per la salvezza degli infedeli, e questo significa che siamo essenzialmente missionari. Nell’unione intima di queste due vite, eremitica e missionaria, elevate tutte e due alla massima perfezione, consiste il quid, la caratteristica, la natura specifica dei figli di quella Madre che, come nessun altro, giunse a unire in sé la sublime vita contemplativa di Maria con quella attiva e sollecita di Marta” (Discorso del 30 maggio 1918, nelle Opere del V. P. Juan Vicente, originale in  “La Obra Máxima, San Sebastián).

“I figli di S. Teresa hanno compreso e professato in ogni tempo che un carmelitano scalzo deve prima di tutto essere profondamente contemplativo, ma anche decisamente attivo. Ossia, deve tentare in tutti i modi di infiammarsi nella fornace della contemplazione in quell’amore di Dio che è forte come la morte, e da lì passare ad amare il prossimo per Dio, fino a farsi tutto a tutti, per guadagnarli tutti. Questo fa il vero missionario carmelitano. L’azione senza la contemplazione non sarebbe carmelitana; la contemplazione senza l’azione non sarebbe Teresiana” (“La Provincia de San Joaquín de Navarra y su exposición en Paris”, in El Monte Carmelo, n. 426, 1918,  p. 367).

Le chiare e forti affermazioni dell’autore suscitano anche oggi l’attenzione. Difficilmente si può esprimere più energicamente e persino bellamente, il pensiero contenuto nella prima frase citata: Noi figli di S. Teresa siamo propriamente frutto delle grida e lacrime della nostra Madre, afflitta e sollecita per la salvezza di milioni di anime. Siamo i figli di S. Teresa, frutto delle sue grida lacrime apostoliche.

Le frasi citate si prestano a uno studio in varie direzioni: per es. come arrivò il P. Juan Vicente a questa certezza piena, come concepì l’unità degli aspetti della vita contemplativa e attiva in modo che per lui è scomparsa la riserva, per non dire il conflitto, presenti in altri religiosi lungo tutta la tradizione del nostro Ordine. Come la visse lui personalmente, sì che la sua stessa vita diventasse l’esegesi della sua concezione dottrinale. Di sicuro esiste una storia, un progresso nella percezione del carisma, dal momento che non trovava questa formulazione nelle espressioni giuridiche dell’Ordine. Certamente è noto l’orientamento forte missionario dell’Ordine dopo la sua restaurazione in Spagna. Il giovane Juan Vicente fu testimone della partenza di numerosi padri, anche suoi professori, per l’India (cfr Domingo Fernandez de Mendiola, “Juan Vicente, exponente della restaurazione missionaria”, in 15 studi sul P. Juan Vicente, C.D., Estudios MC 17, in Monte Carmelo, Burgos 1994). In questo ambiente troviamo il testo seguente: “I Carmelitani Scalzi sono i missionari fondati da S. Teresa di Gesù, e perciò a nessun altro più che a loro spetta in pieno diritto e verità il titolo di missionari teresiani (P. Gabriel de Jesús, in “S. Juan de la Cruz”, 1890, 605-607). Però il dettato costituzionale e la concezione globale del carisma non offrivano la chiarezza e la determinazione contenute nelle parole del P. Juan Vicente. In ogni caso egli non trova la sua ispirazione e il suo fondamento in altre autorità, ma parte dalla propria comprensione di S. Teresa, direttamente. Qui trova il suo criterio e la sua evidenza. In ogni caso dall’alto della sua maturità troviamo questo risultato.

Forse noi oggi cambieremmo qualche termine. Per es. quello che definisce “eremiti” i carmelitani, con allusione alla storia primitiva, e anche alcune espressioni della stessa S. Teresa. Intendo dire che la vita attiva, così intensa come quella vissuta e pensata dal P. Juan Vicente, non si compone propriamente con la vita eremitica. È chiaro che in fondo egli si riferisce piuttosto alla vita di orazione, di contemplazione. A rigor di termini la vita eremitica è una forma di vita specifica, che si differenzia dalla forma di vita attiva. Juan Vicente avvertì anche la vocazione eremitica; tuttavia, in qualità di parroco di Chattiath o di direttore del collegio interno di S. Alberto in India, o percorrendo le città della Spagna con l’intento di comunicare sensibilità sul tema missionario e impegnato in essa attraverso “La Obra Máxima” e altre iniziative, non si può propriamente affermare che conducesse una forma di vita eremitica.

Nel contesto della teologia odierna, data la nostra coscienza di fede dentro la chiesa di oggi, saremmo portati a comprendere e a spiegare in modo differente la missione, come cercheremo di ricordare brevemente nella seconda parte.

Supposto questo, ciò che appare decisivo nelle affermazioni del P. Juan Vicente si riferisce alla vocazione missionaria essenziale del carmelitano. Per questo intendo addentrarmi prima nel contenuto della vocazione missionaria del carmelitano “de ventre matris meae”, cioè dal principio, dalla concezione, essenzialmente. Con quella totalità e forza spirituale delle “grida e lacrime”

Al riguardo, un autore, testimone dello spirito missionario della nostra S. Madre, scrive saggiamente: “Circa lo spirito missionario di S. Teresa e il suo amore per la salvezza delle anime e degli eretici, non dobbiamo procedere per congetture “a posteriori”, o dagli effetti necessari che dovrebbe produrre nel suo cuore un amore così grande per Dio. Ella stessa con la chiarezza che caratterizza i suoi scritti, ci farà vedere e leggere nel libro del suo cuore questo spirito apostolico-missionario” (Severino de S. Teresa, Santa Teresa de Jesús por las Misiones.  Vitoria 1959, p. 14).

 

2. Alcune espressioni di Santa Teresa

 

Abbiamo lì la visione, il sentire e le espressioni di S. Teresa circa lo spirito ecclesiale e apostolico del suo Carmelo e di conseguenza circa la vita attiva apostolica e missionaria dei Carmelitani secondo la misura dell’ardore apostolico spirituale generale del nuovo Carmelo. Sono cose molto conosciute, citate frequentemente e anche studiate.

“In questo tempo ebbi notizia dei danni della Francia e del disastro compiuto dai Luterani. Ne ebbi grande angoscia e, come se io potessi qualche cosa o fossi qualcuno, piangevo con il Signore e lo supplicavo di porre rimedio a tanto male” (Cammino di perfezione 1,2). “O mie sorelle in Cristo, aiutatemi a supplicare questo dal Signore: per questo egli vi radunò qui; questa è la vostra vocazione, questi devono essere i vostri interessi, i vostri desideri, l’oggetto delle vostre lacrime e delle vostre petizioni” (ib. 1,5). “Per queste due cose io vi chiedo di essere tali da meritare di ottenerle da Dio. La prima: che ci siano molti dei molti letterati e religiosi che ci sono che dedichino parte del loro ministero a questo scopo, come ho detto; e che coloro che non sono ben disposti li disponga il Signore: uno perfetto farà molto di più di molti che non lo sono. La seconda: che una volta posti in questo combattimento che, come dico, non è piccola cosa, li protegga il Signore con la sua mano perché possano essere liberati da tanti pericoli che ci sono nel mondo e chiudere gli orecchi in questo tempestoso mare al canto delle sirene” (ib. 3,5).

“Circa quattro anni dopo capitò che mi venisse a trovare un frate francescano, chiamato Fr. Alonso Maldonado, gran servo di Dio, che aveva gli stessi miei desideri del bene delle anime. Potendoli lui mettere in opera, ne provai molta invidia. Egli era venuto da poco tempo dalle Indie. Mi cominciò a raccontare dei molti milioni di anime che là si perdevano per mancanza di dottrina e ci tenne una predica e una conversazione esortandoci alla penitenza e partì. Rimasi tanto addolorata per la perdita di tante anime da non stare in me stessa. Mi rifugiai in un romitorio versando abbondanti lacrime; pregavo il Signore supplicandolo di darmi modo di poter guadagnare qualche anima al suo servizio, dato che tante ne portava via il demonio, e che la mia preghiera potesse valere qualcosa, dato che non potevo far altro. Provavo molta invidia per coloro che per amore di Dio nostro Signore potevano dedicarsi a questo, anche se dovessero affrontare mille morti. Così mi accade che quando nella vita dei santi leggiamo che convertirono anime, mi fa più devozione, tenerezza e invidia che tutte le pene che soffrono; e questo per la inclinazione che nostro Signore mi ha dato, sembrandomi che apprezzi di più un’anima che per nostra industria e preghiera guadagnamo per sua misericordia, che tutti i servizi che gli possiamo rendere” (Fondazioni 1, 7).

Nel racconto della visita alla casa di Duruelo: oltre alla vita di orazione, penitenza e povertà “andavano a predicare in molti luoghi che si trovavano nei dintorni, abbandonati senza nessuna dottrina o istruzione; per questo mi rallegrai si costruisse lì la casa; mi dissero che non si trovava nelle vicinanze un monastero né di dove ottenerla (la dottrina): il che costituiva un grande dolore” (F 14,8). Il finale è rivelatore: “E così rimasi con infinita consolazione, anche se non davo a Dio la lode che una tal grazia meritava. Voglia sua Maestà, per la sua bontà, che io sia degna di servirlo in qualcosa del molto che gli devo, amen; capivo bene che questa era una grazia maggiore di quella che mi concedeva col fondare case di monache” (F 14,12).

 

3. Testimoni di eccezione

 

Primi testimoni di eccezione della tradizione viva dello spirito missionario di Teresa sono il P. Gracián e il P. Giovanni di Gesù Maria, di Calahorra. Il primo, secondo i documenti pervenutici, più che altro di fatto, con la coscienza di identificarsi con lo spirito teresiano, cosa che afferma anche espressamente in rapporto alla missione; il secondo con una difesa esplicita della maternità carismatica di S. Teresa e perciò della appartenenza essenziale della missione al Carmelo Teresiano. Soprattutto questi due testimoni entrano obiettivamente nella nostra autentica tradizione missionaria. Di fatto accettato come maestro Giovanni di Gesù Maria, ignorato in gran parte dalla storia il P. Gracián. I due avevano collaborato alla preparazione della beatificazione di S. Teresa esaltando all’unisono il suo spirito missionario.

Si può rilevare una differente accentuazione. Gracián, rispondendo alla circolare della Consulta nel 1589 argomenta: “A questo si risponde che non si tratta della stessa ragione, perché la stessa Regola dei Carmelitani dice: ‘se non sono occupati in altre attività”; e la esperienza e la storia dei suoi santi e di tutto l’Ordine ha dimostrato che la sua vocazione è non uscire né occuparsi tanto in opere esteriori come altri ordini, ma neppure restare chiusi come i Certosini; e così non c’è da introdurre novità” (MHCT 3, doc. 404, p. 477-478). Nella polemica sembra che Gracián faccia in questo caso una concessione. Nella patente data ai primi missionari diretti in Congo aveva scritto, in qualità di provinciale, essendo ancora in vita S. Teresa: “In quanto agli obblighi dell’Ordine in fatto di vitto e vestito e altre cose prescritte dalle nostre Costituzioni si regolino secondo le circostanze di tempo e luogo dove si trovano, mirando principalmente alla conversione di quelle anime” (MHCT 3, doc. 260). Nella sua vita mostrò la stessa apertura e libertà quando si trattava di apostolato.

Giovanni di Gesù Maria, incaricato dal capitolo del 1605 di redigere le Istruzioni delle missioni, scrive: “I religiosi che si dedicano alla salvezza degli infedeli devono esercitare il loro ministero abitando in dimore fisse, senza andar vagando da una parte e dall’altra, e procurino, dove sia possibile, di fondare conventi con il permesso dei superiori, dove si raccolgano come in una fortezza a recuperare le loro forze per uscire con maggiori energie alla conquista delle anime” (cap.  9).

Oggi noi comprendiamo il senso di queste riserve, ma in ogni caso per i loro autori esse non devono intendersi in modo che ne esca sminuito il fervore missionario dell’Ordine. Giovanni di Gesù Maria termina il paragrafo spiegando “per uscire di nuovo con maggiori energie”.

In effetti, pare che la tradizione della “potior pars” e della “pars posterior” abbia pesato nel creare qualche riserva e, di fatto, sminuendo lo spirito missionario dell’Ordine. Per questo si può rilevare che il V. P. Juan Vicente, che si alimentò di questa tradizione, e personalmente amava la vita eremitica, alla quale anche si sentiva chiamato, sperimenta e formula lo spirito missionario dell’Ordine in modo totale tondo, senza alcuna sia pur minima riserva: “Un Carmelitano Scalzo deve, prima di tutto, essere profondamente contemplativo, ma anche decisamente attivo” (El Monte Carmelo, 426, 1918, p. 367). “Contemplativo fino al colmo, apostolico fino al punto di non poterlo essere di più”, il Carmelitano deve essere un contemplativo sommamente apostolico e un apostolo sommamente contemplativo” (“Modo di meditare che insegnava il nostro Ven. Padre S. Giovanni della Croce” in  “Mensajero de S. Teresa”, 1924-1925).

Questa doppia totalità è la chiarezza che apporta Juan Vicente. Il Carmelita doveva essere totalmente contemplativo, uomo di preghiera, e totalmente apostolico e attivo. Non fu soltanto un grande promotore delle missioni: anche la sua vita e le formulazioni circa lo spirito missionario dell’Ordine, di grande chiarezza, risultano originali nel contesto della tradizione.

Sull’accoglienza dello spirito missionario lungo la storia, cosa molto importante e degna di venire studiata sistematicamente, non mi soffermo qui. Voglio riferirmi ora alla accettazione ufficiale, approvata dalla chiesa, quella configurata nelle Costituzioni e Norme.

 

4. Lo spirito missionario nelle leggi rinnovate

 

Le nostre leggi, rinnovate dopo il Concilio Vaticano II, raccolgono e trasmettono così lo spirito missionario del Carmelo Teresiano: “L’evangelizzazione dei popoli, che promana dalla natura intima della chiesa e costituisce realmente uno splendido frutto della carità e della preghiera, fu sempre ritenuta giustamente un’opera privilegiata dall’Ordine. In effetti la S. Madre Teresa comunicò alla famiglia il fervore missionario che ardeva nel suo cuore e volle che i frati lavorassero anche nell’attività missionaria. Per questo si deve procurare con premura che il fervore missionario sia mantenuto e sia propagato nell’Ordine, che tutti (i religiosi) si interessino della evangelizzazione dei popoli e che siano promosse le vocazioni missionarie in tutte le parti. Le comunità e le Province diano sostegno ai nostri missionari con l’amore, l’orazione e gli aiuti economici, e contribuiscano tutti, nella misura delle loro forze, a vivificare e incrementare l’Ordine, anche nelle terre di missione” (C 94).

Questo nelle Costituzioni. Nelle Norme vengono prescritti alcuni mezzi basilari: “Perché la nostra famiglia possa realizzare nel modo dovuto il suo impegno missionario, in ogni provincia si devono prendere e accogliere favorevolmente le opportune iniziative dirette a far fiorire e a incrementare le vocazioni missionarie” (N 58).

Deve essere nominato uno zelatore delle missioni in ogni provincia e semi-provincia, il quale sotto la direzione del Provinciale, favorirà l’unione tra la Provincia e le missioni, promuoverà lo spirito missionario e raccoglierà risorse umane e di altro genere a favore delle nostre missioni” (N 64).

“Tutte le Province e le comunità pongano sommo impegno nell’offrire la generosa collaborazione, anche di natura economica, dei propri beni all’opera missionaria” (N 65). Si afferma che si tratta di un’opera prediletta dall’Ordine. Il fondamento carismatico si stabilisce in S. Teresa, e basta, che accese la fiamma dello zelo missionario nella sua famiglia, nella sua interezza, e si esplicita che “volle che i frati lavorassero anche nella attività missionaria”. L’avverbio “anche” non si deve interpretare come una specie di attenuazione. Nella famiglia del Carmelo, tutta apostolica e missionaria, i frati sono missionari attivi.

Come in generale, quando trattano gli aspetti fondamentali della vita e della missione dell’Ordine, le Costituzioni formulano bene nella loro sobrietà la parte relativa alle missioni. Possiamo chiederci se questa ricezione dello spirito missionario delle Costituzioni sia assunta effettivamente nella realtà sociologica e spirituale dell’Ordine oggi. Per pronunciare un giudizio completo si dovrebbero fare delle distinzioni. In alcune visite pastorali ho chiesto nelle interviste e dialogato con i religiosi circa la percezione che avevano di questo dato. Si può dire che in generale lo spirito missionario non è sufficientemente presente nell’Ordine. Ho l’impressione che molti intervistati in alcune province si troverebbero d’accordo con questo giudizio rispetto alle loro circoscrizioni, che essi meglio conoscono.

Prima di tutto e in generale, riferendomi anche alle carmelitane, le vocazioni al Carmelo si avvicinano per quelle ragioni ecclesiali e missionarie di una Teresa di Lisieux o di una Elisabetta della Trinità e, all’origine, per la dichiarazione carismatica del Cammino di Perfezione? Di conseguenza, le vocazioni maschili a quale immagine di famiglia rispondono? Già all’entrata percepiscono lo spirito missionario del Carmelo teresiano, assieme alla vita di orazione e alla vita fraterna?

Nella formazione, soprattutto nel noviziato, si insiste con ragione sulla orazione personale e comunitaria, sulla vita fraterna, su una certa attività a servizio della casa. Si sviluppa veramente sempre nel noviziato tutto il carisma dell’Ordine di S. Teresa, di quei gemiti e lacrime convertiti anche in atti e in dedizioni? Quanto si impara dalla storia delle missioni e dalla realtà attuale delle missioni? E soprattutto come si comunica il Carmelo, qual è il criterio carismatico, è S. Teresa o è la tradizione anteriore, è la Regola medioevale che cominciò con marchio eremitico e si trasformò in mendicante, conservando la sua struttura e la mentalità piuttosto eremitica?

Non è necessario certamente entrare in discussioni circa il più o il meno dell’apostolato, come non poche volte è accaduto nel passato. Però le vocazioni e la formazione dell’Ordine devono assimilare la ricezione  ecclesiale descritta nelle Costituzioni con equilibrio e forza ispiratrice.

La sensibilizzazione missionaria di cui parlano le nostre leggi non può riferirsi solamente ai fedeli. Deve dirigersi, non meno che nel caso della orazione e della abnegazione evangelica, a noi stessi.

È vero che oggi molte province hanno una relazione diretta con una missione, hanno una qualche presenza missionaria, a volte con un numero ridotto di religiosi. Lo dobbiamo considerare come un segno molto positivo in ogni caso per le province. Non solo perché la missione per se stessa è importante, ma anche perché la presenza della missione può trasformare la coscienza della Provincia. In primo luogo, aprirla alle dimensioni della missione, della realtà esterna. Tuttavia il semplice fatto di avere una missione, sebbene sempre positivo, non trasforma automaticamente la coscienza della Provincia. Così si trovano missionari che si sentono abbandonati a se stessi, con la impressione che la missione è solo una questione loro, di loro personale gusto e vocazione, senza che la Provincia, come tale, si senta implicata. Qualcosa cambia in questo senso quando nella Provincia funziona anche un ufficio di animazione vocazionale e di raccolta di aiuti. Questa situazione di una certa ambiguità si può riscontrare nelle Province.

 

II. Senso e attualità della missione

 

5. Il principio soteriologico

 

Le espressioni che abbiamo ascoltato, per esempio, da S. Teresa sulle molte anime che si perdevano, rivelano, com’è risaputo, la teologia e la pietà che stanno a fondamento della carità missionaria e apostolica dei nostri, come, in generale, dell’azione missionaria della chiesa. Questa teologia necessariamente generava una urgenza particolare nelle persone, come in S. Francesco Saverio, o nei nostri che in Congo in pochi anni battezzano 40.000 persone. Non solo: dentro questa teologia è sorprendente e anche incomprensibile che i religiosi coscienti non si sentissero spinti a diventare missionari, nel modo come lo sentivano Gracián e Giovanni di Gesù Maria.

Per il nostro scopo tenterò di indicare in sintesi la posizione della missione nella nostra coscienza ecclesiale oggi. Il Vaticano II afferma: “Coloro che senza colpa non conoscono il vangelo di Cristo e la sua chiesa e cercano con sincerità Dio, e si sforzano sotto l’influsso della grazia di compiere con le opere la sua volontà, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna” (LG 16; cfr. AG 7).

È un esempio della visione ottimistica che apporta il Vaticano II, che redime dalla oscurità disperata che dominò al riguardo per secoli, e apre nuove prospettive della rivelazione e della evangelizzazione.

Tra le nuove prospettive se ne possono ricordare particolarmente due: la relazione della evangelizzazione e della missione con la realtà storica e terrena dell’uomo, e la relazione della fede cristiana con le religioni.

Il principio che originò le missioni nella storia fu quello della salvezza delle anime, la salvezza trascendente ed eterna. I missionari tennero pure conto delle necessità delle persone e dei popoli e promossero opere di beneficenza soprattutto, e anche di promozione e di civilizzazione. Ma la salvezza che urgeva era quella dell’anima. Le opere di beneficenza appartengono sempre alla sensibilità umana.

Le encicliche missionarie si occupano sempre più dei temi della povertà, della giustizia, dello sviluppo… Anche se il decreto Ad Gentes non dedicò molta attenzione a questo tema, il concilio Vaticano II dedicò un intero documento alle realtà terrene, la Gaudium et Spes, e con esso diede impulso ufficiale alla valorizzazione della salvezza nella storia. Specialmente dalla Evangelii Nuntiandi in poi si accetta come naturale ed evidente che la evangelizzazione sia qualche cosa di totale che riguarda la persona e la società, e che l’azione missionaria debba comprendere la realtà degli umiliati nella loro dignità, sia pure con spiegazioni teologiche differenti circa questa convinzione generale.

Per noi la salvezza è storica e integrale. È il regno di Dio, come presentato nel vangelo. Come lo sperimenta Cristo stesso, prima nella sua relazione col Padre, la quale costituisce la relazione trascendente e la conseguente salvezza trascendente. Allo stesso tempo, e per ciò stesso, la relazione con l’uomo, come per esempio evidenziano le beatitudini, il buon samaritano o il capitolo 25 di Matteo e tutta l’azione guaritrice del Signore, che, unto di Spirito, passò facendo del bene. Il regno di Dio è questa duplice e unica relazione con il Padre e con l’uomo.

Acquistano pertanto un rilievo particolare la beneficenza, sempre necessaria, la promozione umana e sociale e la maturazione della coscienza delle persone e dei popoli. È la dignità storica ed eterna dei figli di Dio. Questo amore attuale ed eterno si espone e si realizza come rivelazione e urgenza e interpellazione in Gesù Cristo.

In proposito, nella realtà della globalizzazione crescente di oggi si evidenziano varie caratteristiche. Primo il fattore economico e finanziario, con la sua logica del profitto e della competitività. Come sviluppare la “carità politica” come servizio missionario nelle mediazioni economiche? Come fare perché il fattore economico dello sviluppo promuova la dignità delle persone e dei popoli? La globalizzazione, sebbene contenga ambiguità e pericoli, offre anche l’opportunità di conoscere e di trasferire il progresso al servizio dei popoli in regioni distanti.

Proprio la capacità di comunicazione apre nuove vie di incontro tra i popoli, che possono con il tempo sciogliere i pericoli di conflitti tra religioni e culture. La globalizzazione e il benessere stanno configurando un nuovo tipo di uomo, che, grazie alle facilitazioni tecniche, può sfruttare i beni della terra, con il pericolo reale di diminuire il sentimento religioso e la sensibilità solidale.

 

6. Il valore delle religioni

 

Un’altra realtà ha cambiato la teologia della missione: la percezione da parte della chiesa del valore delle religioni. Una percezione che a partire dal Vaticano II ha avanzato gradualmente: le religioni come ricchezza culturale e espressiva dei popoli e come aspirazione religiosa naturale. Le religioni come luoghi di salvezza. E finalmente le religioni come veicoli della grazia che salva. Qualunque sia la concezione concreta e la spiegazione della relazione tra religioni e la grazia e la salvezza, in ogni caso oggi si vede come necessario il dialogo con le religioni per annunciare il vangelo di Gesù Cristo.

“La chiesa cattolica nulla rifiuta di ciò che nelle religioni si trova di vero e di santo. Considera con sincero rispetto i modi di operare e di vivere, i precetti e le dottrine che, quantunque siano in contrasto con quello che ella professa e insegna, non raramente riflettono un raggio di quella Verità che illumina ogni uomo. Annuncia e ha l’obbligo di annunciare costantemente Cristo che è “la via, la verità e la vita” (Gv.14,16), nel quale gli uomini incontrano la pienezza della vita religiosa e nel quale Dio riconciliò a sé tutte le cose (2Cor.5, 18-19).

Di conseguenza esorta i suoi figli perché con prudenza e carità, mediante il dialogo e la collaborazione con gli adepti di altre religioni, dando testimonianza della verità e della vita cristiana, riconoscano, conservino e promuovano quei beni spirituali e morali, come anche i valori socio-culturali che in essi esistono” (NA 2).

L’impulso missionario dei secoli scorsi proveniva dalla preoccupazione della salvezza eterna, o, negativamente, dalla paura della perdizione eterna, come abbiamo ricordato. Per noi, con tutta la tradizione a partire dal vangelo, il senso e la attualità della missione rimane intatto. Tuttavia senza la “disperazione” della perdizione eterna alla quale tendeva far fronte la missione nel passato. Attualmente da una parte si tratta della salvezza integrale della persona, con una rilevanza nuova per la salvezza storica dei figli di Dio. Ciò non sminuisce l’urgenza e la importanza decisiva dell’annuncio di Gesù Cristo. La conoscenza e l’amore per Cristo e per il Padre nello Spirito Santo è una forma diversa per esprimere e concepire la salvezza. Questa doppia e unica realtà: la conoscenza amorosa del dono di Gesù Cristo e la realizzazione della dignità storica, attuale e terrena dei figli di Dio costituisce il senso della missione. Pertanto questa non ha perso nulla della sua attualità e urgenza. Se si sostiene che la conoscenza di Gesù Cristo non è tanto decisiva, vuol dire che Gesù Cristo non è decisivo e non è, dopo tutto, tanto importante. Conoscere Gesù Cristo è in se stesso salvezza. Disconoscerlo è una immensa perdita, indipendentemente dalla responsabilità personale e dalla salvezza eterna. Chi crede in Gesù Cristo (la Chiesa) non può non annunciarlo come la suprema buona notizia per la umanità.

 

III. Risorse

 

7. Nuova urgenza missionaria

Nella Novo Millennio Ineunte il Papa Giovanni Paolo II faceva questa constatazione e rivolgeva questo invito pressante: “Hanno superato già (gli uomini?), anche nei paesi di antica evangelizzazione, la situazione di “società cristiana”, la quale, nonostante molteplici debolezze umane, si basava esplicitamente sui valori evangelici. Oggi si deve affrontare con coraggio una situazione che ogni volta più si presenta varia e impegnata, nel contesto della globalizzazione e della nuova e cangiante situazione di popoli e culture” (n 40). Di conseguenza il Papa rilancia una nuova azione missionaria, nella quale evidenzia i quattro aspetti seguenti: a) bisogna ravvivare l’impulso delle origini, l’ardore di Pentecoste; b) non può ridursi a un impegno di pochi specialisti, ma diventare responsabilità di tutti i membri del popolo di Dio; c) l’esigenza della inculturazione deve caratterizzare un “volto multiforme” della chiesa; d) acquisisce una importanza prioritaria la pastorale giovanile, perché i giovani diventeranno i protagonisti del mondo del futuro.

Nella Redemptoris Missio, 1990, aveva richiamato l’attenzione su questo fatto: “Il numero di coloro che non conoscono ancora Cristo né formano parte della chiesa, aumenta continuamente; di più ancora: dalla fine del concilio si è quasi raddoppiato” (n 3). Già in quel documento aveva indicato altri motivi a sostegno della urgenza di un nuovo ardore missionario: la caduta delle ideologie, l’apertura delle frontiere e la configurazione di un mondo più unito; il consolidamento nei popoli dei valori evangelici (pace, giustizia, fraternità, attenzione ai più poveri), e anche un tipo di sviluppo economico e tecnico senz’anima (n. 3). Per questi motivi poteva affermare con ottimismo: “Dio apre alla chiesa orizzonti di una umanità più preparata alla semina evangelica” (Ib.).

 

8. Risorse umane

 

Trattandosi di risorse, bisogna dar rilievo alla affermazione che la azione missionaria non può ridursi all’impegno di pochi specialisti. E questo a motivo della essenza missionaria della chiesa, che fa sì che tutte le chiese locali e tutti i cristiani siano chiamati alla evangelizzazione; e per il compito immenso che, ora in se stessa e per la conoscenza e le possibilità offerte dai mezzi di comunicazione, si presenta con urgenza alla coscienza della chiesa.

Pertanto l’azione missionaria che ci sta davanti presenta due versanti: la formazione della coscienza di tutti i cristiani fin dall’inizio e l’azione diretta alle genti.

La prima risorsa è quella umana, e, secondo la concezione messa in risalto da Papa, l’aiuto umano deve essere costituito da tutta la chiesa. L’evangelizzazione, la catechesi, la formazione teologica devono essere permeati dal carattere missionario della chiesa. Si dà rilievo al valore della informazione mediante la stampa e i mezzi audiovisivi.

Nel numero 82 della Redemptoris Missio vengono segnalate nuove forme di cooperazione missionaria: il turismo stesso, a scala internazionale, è una opportunità di un vicendevole arricchimento culturale. L’opportunità della conoscenza diretta della vita missionaria. L’Enciclica loda le visite alle missioni, soprattutto da parte dei giovani, che vanno a prestare un servizio e possono ricavarne una esperienza forte di vita cristiana. Le migrazioni di lavoratori cristiani verso paesi non cristiani: circostanza opportuna per vivere e testimoniare la fede cristiana. Più numerosi sono i cittadini di paesi di missione appartenenti a paesi non cristiani che vanno a stabilirsi in altri paesi. L’accoglienza di questi fratelli nei paesi di antica tradizione cristiana costituisce una sfida per le comunità ecclesiali esortate alla accoglienza, al dialogo, al servizio, alla condivisione e all’annuncio. La cooperazione può interessare i responsabili della politica, della economia, della cultura, del giornalismo, oltre agli esperti dei diversi organismi internazionali, poiché si crea una crescente interdipendenza tra i popoli, ciò che diventa uno stimolo per la testimonianza cristiana e per l’evangelizzazione.

 

9. Risorse materiali

 

Le risorse materiali che possiamo inviare nell’ambito della chiesa, non potranno mai essere rilevanti, ma piuttosto scarse in rapporto alle necessità. Devono essere utilizzate soprattutto per scopi più direttamente ecclesiali o religiosi, come costruzione di chiese e cappelle, case religiose, formazione di comunità cristiane, formazione di vocazioni sacerdotali e religiose e di responsabili cristiani… D’altra parte oggi nei paesi occidentali disponiamo di opportunità economiche che, almeno dall’epoca coloniale, non abbiamo avuto. Diversi enti civili e istituzioni pubbliche si sono sensibilizzati ed erogano aiuti per progetti di beneficenza e promozione umana. Benché questi stessi aiuti siano una goccia nell’oceano della povertà mondiale, che coincide generalmente con i paesi di missione ad gentes, penso che noi non ne stiamo approfittando e siamo solo agli inizi di ciò che oggi dovrebbe essere un’azione intelligente. Credo che la collaborazione stessa con questi enti possa servire per svegliare sempre più la coscienza dei poteri pubblici circa il problema di fondo del così detto ordine mondiale.

Perciò l’azione parziale che, grazie a questi mezzi, possiamo realizzare non indebolisce la percezione della necessità di trasformazione di questo ordine mondiale secondo lo spirito del vangelo e le esigenze della giustizia, che, sola, permetterà la convivenza e la pace tra i popoli.

 
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Updated 26 mar 2007 by OCD General House
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