1.
I missionari di S. Teresa
1.
La formulazione di un contemplativo e
apostolo
Il V. P. Juan Vicente Zengotita di Gesù
Maria (1862-1943) vedeva e sentiva così la
vocazione del Carmelo Teresiano: “Noi, figli
di S. Teresa, siamo propriamente il frutto
delle grida e lacrime della nostra Madre,
afflitta e sollecita per la salvezza di
milioni di anime infedeli che in terre
lontane si perdono per mancanza di
predicazione e di missionari. Perciò ecco
cosa siamo noi carmelitani fin dal seno
della nostra madre. La Madre S. Teresa ci ha
concepiti nella solitudine del giardino del
suo primo monastero. Ciò significa che siamo
essenzialmente eremiti, come i nostri
antichi padri del Carmelo, eremiti al
massimo; però ci concepì tra ansie e lacrime
per la salvezza degli infedeli, e questo
significa che siamo essenzialmente
missionari. Nell’unione intima di queste due
vite, eremitica e missionaria, elevate tutte
e due alla massima perfezione, consiste il
quid, la caratteristica, la natura specifica
dei figli di quella Madre che, come nessun
altro, giunse a unire in sé la sublime vita
contemplativa di Maria con quella attiva e
sollecita di Marta” (Discorso del 30 maggio
1918, nelle Opere del V. P. Juan
Vicente, originale in “La Obra
Máxima, San Sebastián).
“I figli di S. Teresa hanno compreso e
professato in ogni tempo che un carmelitano
scalzo deve prima di tutto essere
profondamente contemplativo, ma anche
decisamente attivo. Ossia, deve tentare in
tutti i modi di infiammarsi nella fornace
della contemplazione in quell’amore di Dio
che è forte come la morte, e da lì passare
ad amare il prossimo per Dio, fino a farsi
tutto a tutti, per guadagnarli tutti. Questo
fa il vero missionario carmelitano. L’azione
senza la contemplazione non sarebbe
carmelitana; la contemplazione senza
l’azione non sarebbe Teresiana” (“La
Provincia de San Joaquín de Navarra y su
exposición en Paris”, in El Monte
Carmelo, n. 426, 1918, p. 367).
Le chiare e forti affermazioni dell’autore
suscitano anche oggi l’attenzione.
Difficilmente si può esprimere più
energicamente e persino bellamente, il
pensiero contenuto nella prima frase citata:
Noi figli di S. Teresa siamo propriamente
frutto delle grida e lacrime della nostra
Madre, afflitta e sollecita per la salvezza
di milioni di anime. Siamo i figli di S.
Teresa, frutto delle sue grida lacrime
apostoliche.
Le frasi citate si prestano a uno studio in
varie direzioni: per es. come arrivò il P.
Juan Vicente a questa certezza piena, come
concepì l’unità degli aspetti della vita
contemplativa e attiva in modo che per lui è
scomparsa la riserva, per non dire il
conflitto, presenti in altri religiosi lungo
tutta la tradizione del nostro Ordine. Come
la visse lui personalmente, sì che la sua
stessa vita diventasse l’esegesi della sua
concezione dottrinale. Di sicuro esiste una
storia, un progresso nella percezione del
carisma, dal momento che non trovava questa
formulazione nelle espressioni giuridiche
dell’Ordine. Certamente è noto
l’orientamento forte missionario dell’Ordine
dopo la sua restaurazione in Spagna. Il
giovane Juan Vicente fu testimone della
partenza di numerosi padri, anche suoi
professori, per l’India (cfr Domingo
Fernandez de Mendiola, “Juan Vicente,
exponente della restaurazione
missionaria”, in 15 studi sul P. Juan
Vicente, C.D., Estudios MC 17, in
Monte Carmelo, Burgos 1994). In questo
ambiente troviamo il testo seguente: “I
Carmelitani Scalzi sono i missionari fondati
da S. Teresa di Gesù, e perciò a nessun
altro più che a loro spetta in pieno diritto
e verità il titolo di missionari teresiani
(P. Gabriel de Jesús, in “S. Juan de la
Cruz”, 1890, 605-607). Però il dettato
costituzionale e la concezione globale del
carisma non offrivano la chiarezza e la
determinazione contenute nelle parole del P.
Juan Vicente. In ogni caso egli non trova la
sua ispirazione e il suo fondamento in altre
autorità, ma parte dalla propria
comprensione di S. Teresa, direttamente. Qui
trova il suo criterio e la sua evidenza. In
ogni caso dall’alto della sua maturità
troviamo questo risultato.
Forse noi oggi cambieremmo qualche termine.
Per es. quello che definisce “eremiti” i
carmelitani, con allusione alla storia
primitiva, e anche alcune espressioni della
stessa S. Teresa. Intendo dire che la vita
attiva, così intensa come quella vissuta e
pensata dal P. Juan Vicente, non si compone
propriamente con la vita eremitica. È chiaro
che in fondo egli si riferisce piuttosto
alla vita di orazione, di contemplazione. A
rigor di termini la vita eremitica è una
forma di vita specifica, che si differenzia
dalla forma di vita attiva. Juan Vicente
avvertì anche la vocazione eremitica;
tuttavia, in qualità di parroco di Chattiath
o di direttore del collegio interno di S.
Alberto in India, o percorrendo le città
della Spagna con l’intento di comunicare
sensibilità sul tema missionario e impegnato
in essa attraverso “La Obra
Máxima” e altre iniziative, non si può
propriamente affermare che conducesse una
forma di vita eremitica.
Nel contesto della teologia odierna, data la
nostra coscienza di fede dentro la chiesa di
oggi, saremmo portati a comprendere e a
spiegare in modo differente la missione,
come cercheremo di ricordare brevemente
nella seconda parte.
Supposto questo, ciò che appare decisivo
nelle affermazioni del P. Juan Vicente si
riferisce alla vocazione missionaria
essenziale del carmelitano. Per questo
intendo addentrarmi prima nel contenuto
della vocazione missionaria del carmelitano
“de ventre matris meae”, cioè dal principio,
dalla concezione, essenzialmente. Con quella
totalità e forza spirituale delle “grida e
lacrime”
Al riguardo, un autore, testimone dello
spirito missionario della nostra S. Madre,
scrive saggiamente: “Circa lo spirito
missionario di S. Teresa e il suo amore per
la salvezza delle anime e degli eretici, non
dobbiamo procedere per congetture “a
posteriori”, o dagli effetti necessari che
dovrebbe produrre nel suo cuore un amore
così grande per Dio. Ella stessa con la
chiarezza che caratterizza i suoi scritti,
ci farà vedere e leggere nel libro del suo
cuore questo spirito apostolico-missionario”
(Severino de S. Teresa, Santa Teresa de
Jesús por las Misiones. Vitoria 1959,
p. 14).
2. Alcune espressioni di Santa Teresa
Abbiamo lì la visione, il sentire e le
espressioni di S. Teresa circa lo spirito
ecclesiale e apostolico del suo Carmelo e di
conseguenza circa la vita attiva apostolica
e missionaria dei Carmelitani secondo la
misura dell’ardore apostolico spirituale
generale del nuovo Carmelo. Sono cose molto
conosciute, citate frequentemente e anche
studiate.
“In questo tempo ebbi notizia dei danni
della Francia e del disastro compiuto dai
Luterani. Ne ebbi grande angoscia e, come se
io potessi qualche cosa o fossi qualcuno,
piangevo con il Signore e lo supplicavo di
porre rimedio a tanto male” (Cammino di
perfezione 1,2). “O mie sorelle in
Cristo, aiutatemi a supplicare questo dal
Signore: per questo egli vi radunò qui;
questa è la vostra vocazione, questi devono
essere i vostri interessi, i vostri
desideri, l’oggetto delle vostre lacrime e
delle vostre petizioni” (ib. 1,5). “Per
queste due cose io vi chiedo di essere tali
da meritare di ottenerle da Dio. La prima:
che ci siano molti dei molti letterati e
religiosi che ci sono che dedichino parte
del loro ministero a questo scopo, come ho
detto; e che coloro che non sono ben
disposti li disponga il Signore: uno
perfetto farà molto di più di molti che non
lo sono. La seconda: che una volta posti in
questo combattimento che, come dico, non è
piccola cosa, li protegga il Signore con la
sua mano perché possano essere liberati da
tanti pericoli che ci sono nel mondo e
chiudere gli orecchi in questo tempestoso
mare al canto delle sirene” (ib. 3,5).
“Circa quattro anni dopo capitò che mi
venisse a trovare un frate francescano,
chiamato Fr. Alonso Maldonado, gran servo di
Dio, che aveva gli stessi miei desideri del
bene delle anime. Potendoli lui mettere in
opera, ne provai molta invidia. Egli era
venuto da poco tempo dalle Indie. Mi
cominciò a raccontare dei molti milioni di
anime che là si perdevano per mancanza di
dottrina e ci tenne una predica e una
conversazione esortandoci alla penitenza e
partì. Rimasi tanto addolorata per la
perdita di tante anime da non stare in me
stessa. Mi rifugiai in un romitorio versando
abbondanti lacrime; pregavo il Signore
supplicandolo di darmi modo di poter
guadagnare qualche anima al suo servizio,
dato che tante ne portava via il demonio, e
che la mia preghiera potesse valere
qualcosa, dato che non potevo far altro.
Provavo molta invidia per coloro che per
amore di Dio nostro Signore potevano
dedicarsi a questo, anche se dovessero
affrontare mille morti. Così mi accade che
quando nella vita dei santi leggiamo che
convertirono anime, mi fa più devozione,
tenerezza e invidia che tutte le pene che
soffrono; e questo per la inclinazione che
nostro Signore mi ha dato, sembrandomi che
apprezzi di più un’anima che per nostra
industria e preghiera guadagnamo per sua
misericordia, che tutti i servizi che gli
possiamo rendere” (Fondazioni 1, 7).
Nel racconto della visita alla casa di
Duruelo: oltre alla vita di orazione,
penitenza e povertà “andavano a predicare in
molti luoghi che si trovavano nei dintorni,
abbandonati senza nessuna dottrina o
istruzione; per questo mi rallegrai si
costruisse lì la casa; mi dissero che non si
trovava nelle vicinanze un monastero né di
dove ottenerla (la dottrina): il che
costituiva un grande dolore” (F 14,8). Il
finale è rivelatore: “E così rimasi con
infinita consolazione, anche se non davo a
Dio la lode che una tal grazia meritava.
Voglia sua Maestà, per la sua bontà, che io
sia degna di servirlo in qualcosa del molto
che gli devo, amen; capivo bene che questa
era una grazia maggiore di quella che mi
concedeva col fondare case di monache” (F
14,12).
3. Testimoni di eccezione
Primi testimoni di eccezione della
tradizione viva dello spirito missionario di
Teresa sono il P. Gracián e il P. Giovanni
di Gesù Maria, di Calahorra. Il primo,
secondo i documenti pervenutici, più che
altro di fatto, con la coscienza di
identificarsi con lo spirito teresiano, cosa
che afferma anche espressamente in rapporto
alla missione; il secondo con una difesa
esplicita della maternità carismatica di S.
Teresa e perciò della appartenenza
essenziale della missione al Carmelo
Teresiano. Soprattutto questi due testimoni
entrano obiettivamente nella nostra
autentica tradizione missionaria. Di fatto
accettato come maestro Giovanni di Gesù
Maria, ignorato in gran parte dalla storia
il P. Gracián. I due avevano collaborato
alla preparazione della beatificazione di S.
Teresa esaltando all’unisono il suo spirito
missionario.
Si può rilevare una differente
accentuazione. Gracián, rispondendo alla
circolare della Consulta nel 1589 argomenta:
“A questo si risponde che non si tratta
della stessa ragione, perché la stessa
Regola dei Carmelitani dice: ‘se non sono
occupati in altre attività”; e la esperienza
e la storia dei suoi santi e di tutto
l’Ordine ha dimostrato che la sua vocazione
è non uscire né occuparsi tanto in opere
esteriori come altri ordini, ma neppure
restare chiusi come i Certosini; e così non
c’è da introdurre novità” (MHCT 3, doc. 404,
p. 477-478). Nella polemica sembra che
Gracián faccia in questo caso una
concessione. Nella patente data ai primi
missionari diretti in Congo aveva scritto,
in qualità di provinciale, essendo ancora in
vita S. Teresa: “In quanto agli obblighi
dell’Ordine in fatto di vitto e vestito e
altre cose prescritte dalle nostre
Costituzioni si regolino secondo le
circostanze di tempo e luogo dove si
trovano, mirando principalmente alla
conversione di quelle anime” (MHCT 3,
doc. 260). Nella sua vita mostrò la stessa
apertura e libertà quando si trattava di
apostolato.
Giovanni di Gesù Maria, incaricato dal
capitolo del 1605 di redigere le
Istruzioni delle missioni, scrive: “I
religiosi che si dedicano alla salvezza
degli infedeli devono esercitare il loro
ministero abitando in dimore fisse, senza
andar vagando da una parte e dall’altra, e
procurino, dove sia possibile, di fondare
conventi con il permesso dei superiori, dove
si raccolgano come in una fortezza a
recuperare le loro forze per uscire con
maggiori energie alla conquista delle anime”
(cap. 9).
Oggi noi comprendiamo il senso di queste
riserve, ma in ogni caso per i loro autori
esse non devono intendersi in modo che ne
esca sminuito il fervore missionario
dell’Ordine. Giovanni di Gesù Maria termina
il paragrafo spiegando “per uscire di nuovo
con maggiori energie”.
In effetti, pare che la tradizione della
“potior pars” e della “pars posterior” abbia
pesato nel creare qualche riserva e, di
fatto, sminuendo lo spirito missionario
dell’Ordine. Per questo si può rilevare che
il V. P. Juan Vicente, che si alimentò di
questa tradizione, e personalmente amava la
vita eremitica, alla quale anche si sentiva
chiamato, sperimenta e formula lo spirito
missionario dell’Ordine in modo totale
tondo, senza alcuna sia pur minima riserva:
“Un Carmelitano Scalzo deve, prima di tutto,
essere profondamente contemplativo, ma anche
decisamente attivo” (El Monte
Carmelo, 426, 1918, p. 367).
“Contemplativo fino al colmo, apostolico
fino al punto di non poterlo essere di più”,
il Carmelitano deve essere un contemplativo
sommamente apostolico e un apostolo
sommamente contemplativo” (“Modo
di meditare che insegnava il nostro Ven.
Padre S. Giovanni della Croce” in
“Mensajero de S. Teresa”, 1924-1925).
Questa doppia totalità è la chiarezza che
apporta Juan Vicente. Il Carmelita doveva
essere totalmente contemplativo, uomo di
preghiera, e totalmente apostolico e attivo.
Non fu soltanto un grande promotore delle
missioni: anche la sua vita e le
formulazioni circa lo spirito missionario
dell’Ordine, di grande chiarezza, risultano
originali nel contesto della tradizione.
Sull’accoglienza dello spirito missionario
lungo la storia, cosa molto importante e
degna di venire studiata sistematicamente,
non mi soffermo qui. Voglio riferirmi ora
alla accettazione ufficiale, approvata dalla
chiesa, quella configurata nelle
Costituzioni e Norme.
4. Lo spirito missionario nelle leggi
rinnovate
Le nostre leggi, rinnovate dopo il Concilio
Vaticano II, raccolgono e trasmettono così
lo spirito missionario del Carmelo
Teresiano: “L’evangelizzazione dei popoli,
che promana dalla natura intima della chiesa
e costituisce realmente uno splendido frutto
della carità e della preghiera, fu sempre
ritenuta giustamente un’opera privilegiata
dall’Ordine. In effetti la S. Madre Teresa
comunicò alla famiglia il fervore
missionario che ardeva nel suo cuore e volle
che i frati lavorassero anche nell’attività
missionaria. Per questo si deve procurare
con premura che il fervore missionario sia
mantenuto e sia propagato nell’Ordine, che
tutti (i religiosi) si interessino della
evangelizzazione dei popoli e che siano
promosse le vocazioni missionarie in tutte
le parti. Le comunità e le Province diano
sostegno ai nostri missionari con l’amore,
l’orazione e gli aiuti economici, e
contribuiscano tutti, nella misura delle
loro forze, a vivificare e incrementare
l’Ordine, anche nelle terre di missione” (C
94).
Questo nelle Costituzioni. Nelle
Norme vengono prescritti alcuni mezzi
basilari: “Perché la nostra famiglia possa
realizzare nel modo dovuto il suo impegno
missionario, in ogni provincia si devono
prendere e accogliere favorevolmente le
opportune iniziative dirette a far fiorire e
a incrementare le vocazioni missionarie” (N
58).
Deve essere nominato uno zelatore delle
missioni in ogni provincia e semi-provincia,
il quale sotto la direzione del Provinciale,
favorirà l’unione tra la Provincia e le
missioni, promuoverà lo spirito missionario
e raccoglierà risorse umane e di altro
genere a favore delle nostre missioni” (N
64).
“Tutte le Province e le comunità pongano
sommo impegno nell’offrire la generosa
collaborazione, anche di natura economica,
dei propri beni all’opera missionaria” (N
65). Si afferma che si tratta di un’opera
prediletta dall’Ordine. Il fondamento
carismatico si stabilisce in S. Teresa, e
basta, che accese la fiamma dello zelo
missionario nella sua famiglia, nella sua
interezza, e si esplicita che “volle che i
frati lavorassero anche nella attività
missionaria”. L’avverbio “anche” non si deve
interpretare come una specie di
attenuazione. Nella famiglia del Carmelo,
tutta apostolica e missionaria, i frati sono
missionari attivi.
Come in generale, quando trattano gli
aspetti fondamentali della vita e della
missione dell’Ordine, le Costituzioni
formulano bene nella loro sobrietà la parte
relativa alle missioni. Possiamo chiederci
se questa ricezione dello spirito
missionario delle Costituzioni sia assunta
effettivamente nella realtà sociologica e
spirituale dell’Ordine oggi. Per pronunciare
un giudizio completo si dovrebbero fare
delle distinzioni. In alcune visite
pastorali ho chiesto nelle interviste e
dialogato con i religiosi circa la
percezione che avevano di questo dato. Si
può dire che in generale lo spirito
missionario non è sufficientemente presente
nell’Ordine. Ho l’impressione che molti
intervistati in alcune province si
troverebbero d’accordo con questo giudizio
rispetto alle loro circoscrizioni, che essi
meglio conoscono.
Prima di tutto e in generale, riferendomi
anche alle carmelitane, le vocazioni al
Carmelo si avvicinano per quelle ragioni
ecclesiali e missionarie di una Teresa di
Lisieux o di una Elisabetta della Trinità e,
all’origine, per la dichiarazione
carismatica del Cammino di Perfezione?
Di conseguenza, le vocazioni maschili a
quale immagine di famiglia rispondono? Già
all’entrata percepiscono lo spirito
missionario del Carmelo teresiano, assieme
alla vita di orazione e alla vita fraterna?
Nella formazione, soprattutto nel noviziato,
si insiste con ragione sulla orazione
personale e comunitaria, sulla vita
fraterna, su una certa attività a servizio
della casa. Si sviluppa veramente sempre nel
noviziato tutto il carisma dell’Ordine di S.
Teresa, di quei gemiti e lacrime convertiti
anche in atti e in dedizioni? Quanto si
impara dalla storia delle missioni e dalla
realtà attuale delle missioni? E soprattutto
come si comunica il Carmelo, qual è il
criterio carismatico, è S. Teresa o è la
tradizione anteriore, è la Regola medioevale
che cominciò con marchio eremitico e si
trasformò in mendicante, conservando la sua
struttura e la mentalità piuttosto
eremitica?
Non è necessario certamente entrare in
discussioni circa il più o il meno
dell’apostolato, come non poche volte è
accaduto nel passato. Però le vocazioni e la
formazione dell’Ordine devono assimilare la
ricezione ecclesiale descritta nelle
Costituzioni con equilibrio e forza
ispiratrice.
La sensibilizzazione missionaria di cui
parlano le nostre leggi non può riferirsi
solamente ai fedeli. Deve dirigersi, non
meno che nel caso della orazione e della
abnegazione evangelica, a noi stessi.
È vero che oggi molte province hanno una
relazione diretta con una missione, hanno
una qualche presenza missionaria, a volte
con un numero ridotto di religiosi. Lo
dobbiamo considerare come un segno molto
positivo in ogni caso per le province. Non
solo perché la missione per se stessa è
importante, ma anche perché la presenza
della missione può trasformare la coscienza
della Provincia. In primo luogo, aprirla
alle dimensioni della missione, della realtà
esterna. Tuttavia il semplice fatto di avere
una missione, sebbene sempre positivo, non
trasforma automaticamente la coscienza della
Provincia. Così si trovano missionari che si
sentono abbandonati a se stessi, con la
impressione che la missione è solo una
questione loro, di loro personale gusto e
vocazione, senza che la Provincia, come
tale, si senta implicata. Qualcosa cambia in
questo senso quando nella Provincia funziona
anche un ufficio di animazione vocazionale e
di raccolta di aiuti. Questa situazione di
una certa ambiguità si può riscontrare nelle
Province.
II. Senso e attualità della missione
5. Il principio soteriologico
Le espressioni che abbiamo ascoltato, per
esempio, da S. Teresa sulle molte anime che
si perdevano, rivelano, com’è risaputo, la
teologia e la pietà che stanno a fondamento
della carità missionaria e apostolica dei
nostri, come, in generale, dell’azione
missionaria della chiesa. Questa teologia
necessariamente generava una urgenza
particolare nelle persone, come in S.
Francesco Saverio, o nei nostri che in Congo
in pochi anni battezzano 40.000 persone. Non
solo: dentro questa teologia è sorprendente
e anche incomprensibile che i religiosi
coscienti non si sentissero spinti a
diventare missionari, nel modo come lo
sentivano Gracián e Giovanni di Gesù Maria.
Per il nostro scopo tenterò di indicare in
sintesi la posizione della missione nella
nostra coscienza ecclesiale oggi. Il
Vaticano II afferma: “Coloro che senza colpa
non conoscono il vangelo di Cristo e la sua
chiesa e cercano con sincerità Dio, e si
sforzano sotto l’influsso della grazia di
compiere con le opere la sua volontà,
conosciuta attraverso il dettame della
coscienza, possono conseguire la salvezza
eterna” (LG 16; cfr. AG 7).
È un esempio della visione ottimistica che
apporta il Vaticano II, che redime dalla
oscurità disperata che dominò al riguardo
per secoli, e apre nuove prospettive della
rivelazione e della evangelizzazione.
Tra le nuove prospettive se ne possono
ricordare particolarmente due: la relazione
della evangelizzazione e della missione con
la realtà storica e terrena dell’uomo, e la
relazione della fede cristiana con le
religioni.
Il principio che originò le missioni nella storia fu quello
della salvezza delle anime, la salvezza
trascendente ed eterna. I missionari tennero
pure conto delle necessità delle persone e
dei popoli e promossero opere di beneficenza
soprattutto, e anche di promozione e di
civilizzazione. Ma la salvezza che urgeva
era quella dell’anima. Le opere di
beneficenza appartengono sempre alla
sensibilità umana.
Le encicliche missionarie si occupano sempre
più dei temi della povertà, della giustizia,
dello sviluppo… Anche se il decreto Ad
Gentes non dedicò molta attenzione a questo
tema, il concilio Vaticano II dedicò un
intero documento alle realtà terrene, la
Gaudium et Spes, e con esso diede
impulso ufficiale alla valorizzazione della
salvezza nella storia. Specialmente dalla
Evangelii Nuntiandi in poi si accetta
come naturale ed evidente che la
evangelizzazione sia qualche cosa di totale
che riguarda la persona e la società, e che
l’azione missionaria debba comprendere la
realtà degli umiliati nella loro dignità,
sia pure con spiegazioni teologiche
differenti circa questa convinzione
generale.
Per noi la salvezza è storica e integrale. È
il regno di Dio, come presentato nel
vangelo. Come lo sperimenta Cristo stesso,
prima nella sua relazione col Padre, la
quale costituisce la relazione trascendente
e la conseguente salvezza trascendente. Allo
stesso tempo, e per ciò stesso, la relazione
con l’uomo, come per esempio evidenziano le
beatitudini, il buon samaritano o il
capitolo 25 di Matteo e tutta l’azione
guaritrice del Signore, che, unto di
Spirito, passò facendo del bene. Il regno di
Dio è questa duplice e unica relazione con
il Padre e con l’uomo.
Acquistano pertanto un rilievo particolare
la beneficenza, sempre necessaria, la
promozione umana e sociale e la maturazione
della coscienza delle persone e dei popoli.
È la dignità storica ed eterna dei figli di
Dio. Questo amore attuale ed eterno si
espone e si realizza come rivelazione e
urgenza e interpellazione in Gesù Cristo.
In proposito, nella realtà della
globalizzazione crescente di oggi si
evidenziano varie caratteristiche. Primo il
fattore economico e finanziario, con la sua
logica del profitto e della competitività.
Come sviluppare la “carità politica” come
servizio missionario nelle mediazioni
economiche? Come fare perché il fattore
economico dello sviluppo promuova la dignità
delle persone e dei popoli? La
globalizzazione, sebbene contenga ambiguità
e pericoli, offre anche l’opportunità di
conoscere e di trasferire il progresso al
servizio dei popoli in regioni distanti.
Proprio la capacità di comunicazione apre
nuove vie di incontro tra i popoli, che
possono con il tempo sciogliere i pericoli
di conflitti tra religioni e culture. La
globalizzazione e il benessere stanno
configurando un nuovo tipo di uomo, che,
grazie alle facilitazioni tecniche, può
sfruttare i beni della terra, con il
pericolo reale di diminuire il sentimento
religioso e la sensibilità solidale.
6. Il valore delle religioni
Un’altra realtà ha cambiato la teologia della missione: la
percezione da parte della chiesa del valore
delle religioni. Una percezione che a
partire dal Vaticano II ha avanzato
gradualmente: le religioni come ricchezza
culturale e espressiva dei popoli e come
aspirazione religiosa naturale. Le religioni
come luoghi di salvezza. E finalmente le
religioni come veicoli della grazia che
salva. Qualunque sia la concezione concreta
e la spiegazione della relazione tra
religioni e la grazia e la salvezza, in ogni
caso oggi si vede come necessario il dialogo
con le religioni per annunciare il vangelo
di Gesù Cristo.
“La chiesa cattolica nulla rifiuta di ciò
che nelle religioni si trova di vero e di
santo. Considera con sincero rispetto i modi
di operare e di vivere, i precetti e le
dottrine che, quantunque siano in contrasto
con quello che ella professa e insegna, non
raramente riflettono un raggio di quella
Verità che illumina ogni uomo. Annuncia e ha
l’obbligo di annunciare costantemente Cristo
che è “la via, la verità e la vita”
(Gv.14,16), nel quale gli uomini incontrano
la pienezza della vita religiosa e nel quale
Dio riconciliò a sé tutte le cose (2Cor.5,
18-19).
Di conseguenza esorta i suoi figli perché
con prudenza e carità, mediante il dialogo e
la collaborazione con gli adepti di altre
religioni, dando testimonianza della verità
e della vita cristiana, riconoscano,
conservino e promuovano quei beni spirituali
e morali, come anche i valori
socio-culturali che in essi esistono” (NA
2).
L’impulso missionario dei secoli scorsi
proveniva dalla preoccupazione della
salvezza eterna, o, negativamente, dalla
paura della perdizione eterna, come abbiamo
ricordato. Per noi, con tutta la tradizione
a partire dal vangelo, il senso e la
attualità della missione rimane intatto.
Tuttavia senza la “disperazione” della
perdizione eterna alla quale tendeva far
fronte la missione nel passato. Attualmente
da una parte si tratta della salvezza
integrale della persona, con una rilevanza
nuova per la salvezza storica dei figli di
Dio. Ciò non sminuisce l’urgenza e la
importanza decisiva dell’annuncio di Gesù
Cristo. La conoscenza e l’amore per Cristo e
per il Padre nello Spirito Santo è una forma
diversa per esprimere e concepire la
salvezza. Questa doppia e unica realtà: la
conoscenza amorosa del dono di Gesù Cristo e
la realizzazione della dignità storica,
attuale e terrena dei figli di Dio
costituisce il senso della missione.
Pertanto questa non ha perso nulla della sua
attualità e urgenza. Se si sostiene che la
conoscenza di Gesù Cristo non è tanto
decisiva, vuol dire che Gesù Cristo non è
decisivo e non è, dopo tutto, tanto
importante. Conoscere Gesù Cristo è in se
stesso salvezza. Disconoscerlo è una immensa
perdita, indipendentemente dalla
responsabilità personale e dalla salvezza
eterna. Chi crede in Gesù Cristo (la Chiesa)
non può non annunciarlo come la suprema
buona notizia per la umanità.
III. Risorse
7. Nuova urgenza missionaria
Nella Novo Millennio Ineunte il Papa Giovanni Paolo
II faceva questa constatazione e rivolgeva
questo invito pressante: “Hanno superato già
(gli uomini?), anche nei paesi di antica
evangelizzazione, la situazione di “società
cristiana”, la quale, nonostante molteplici
debolezze umane, si basava esplicitamente
sui valori evangelici. Oggi si deve
affrontare con coraggio una situazione che
ogni volta più si presenta varia e
impegnata, nel contesto della
globalizzazione e della nuova e cangiante
situazione di popoli e culture” (n 40). Di
conseguenza il Papa rilancia una nuova
azione missionaria, nella quale evidenzia i
quattro aspetti seguenti: a) bisogna
ravvivare l’impulso delle origini, l’ardore
di Pentecoste; b) non può ridursi a un
impegno di pochi specialisti, ma diventare
responsabilità di tutti i membri del popolo
di Dio; c) l’esigenza della inculturazione
deve caratterizzare un “volto multiforme”
della chiesa; d) acquisisce una importanza
prioritaria la pastorale giovanile, perché i
giovani diventeranno i protagonisti del
mondo del futuro.
Nella Redemptoris Missio, 1990, aveva
richiamato l’attenzione su questo fatto: “Il
numero di coloro che non conoscono ancora
Cristo né formano parte della chiesa,
aumenta continuamente; di più ancora: dalla
fine del concilio si è quasi raddoppiato” (n
3). Già in quel documento aveva indicato
altri motivi a sostegno della urgenza di un
nuovo ardore missionario: la caduta delle
ideologie, l’apertura delle frontiere e la
configurazione di un mondo più unito; il
consolidamento nei popoli dei valori
evangelici (pace, giustizia, fraternità,
attenzione ai più poveri), e anche un tipo
di sviluppo economico e tecnico senz’anima
(n. 3). Per questi motivi poteva affermare
con ottimismo: “Dio apre alla chiesa
orizzonti di una umanità più preparata alla
semina evangelica” (Ib.).
8. Risorse umane
Trattandosi di risorse, bisogna dar rilievo
alla affermazione che la azione missionaria
non può ridursi all’impegno di pochi
specialisti. E questo a motivo della essenza
missionaria della chiesa, che fa sì che
tutte le chiese locali e tutti i cristiani
siano chiamati alla evangelizzazione; e per
il compito immenso che, ora in se stessa e
per la conoscenza e le possibilità offerte
dai mezzi di comunicazione, si presenta con
urgenza alla coscienza della chiesa.
Pertanto l’azione missionaria che ci sta
davanti presenta due versanti: la formazione
della coscienza di tutti i cristiani fin
dall’inizio e l’azione diretta alle genti.
La prima risorsa è quella umana, e, secondo
la concezione messa in risalto da Papa,
l’aiuto umano deve essere costituito da
tutta la chiesa. L’evangelizzazione, la
catechesi, la formazione teologica devono
essere permeati dal carattere missionario
della chiesa. Si dà rilievo al valore della
informazione mediante la stampa e i mezzi
audiovisivi.
Nel numero 82 della Redemptoris Missio
vengono segnalate nuove forme di
cooperazione missionaria: il turismo stesso,
a scala internazionale, è una opportunità di
un vicendevole arricchimento culturale.
L’opportunità della conoscenza diretta della
vita missionaria. L’Enciclica loda le visite
alle missioni, soprattutto da parte dei
giovani, che vanno a prestare un servizio e
possono ricavarne una esperienza forte di
vita cristiana. Le migrazioni di lavoratori
cristiani verso paesi non cristiani:
circostanza opportuna per vivere e
testimoniare la fede cristiana. Più numerosi
sono i cittadini di paesi di missione
appartenenti a paesi non cristiani che vanno
a stabilirsi in altri paesi. L’accoglienza
di questi fratelli nei paesi di antica
tradizione cristiana costituisce una sfida
per le comunità ecclesiali esortate alla
accoglienza, al dialogo, al servizio, alla
condivisione e all’annuncio. La cooperazione
può interessare i responsabili della
politica, della economia, della cultura, del
giornalismo, oltre agli esperti dei diversi
organismi internazionali, poiché si crea una
crescente interdipendenza tra i popoli, ciò
che diventa uno stimolo per la testimonianza
cristiana e per l’evangelizzazione.
9. Risorse materiali
Le risorse materiali che possiamo inviare nell’ambito della
chiesa, non potranno mai essere rilevanti,
ma piuttosto scarse in rapporto alle
necessità. Devono essere utilizzate
soprattutto per scopi più direttamente
ecclesiali o religiosi, come costruzione di
chiese e cappelle, case religiose,
formazione di comunità cristiane, formazione
di vocazioni sacerdotali e religiose e di
responsabili cristiani… D’altra parte oggi
nei paesi occidentali disponiamo di
opportunità economiche che, almeno
dall’epoca coloniale, non abbiamo avuto.
Diversi enti civili e istituzioni pubbliche
si sono sensibilizzati ed erogano aiuti per
progetti di beneficenza e promozione umana.
Benché questi stessi aiuti siano una goccia
nell’oceano della povertà mondiale, che
coincide generalmente con i paesi di
missione ad gentes, penso che noi non
ne stiamo approfittando e siamo solo agli
inizi di ciò che oggi dovrebbe essere
un’azione intelligente. Credo che la
collaborazione stessa con questi enti possa
servire per svegliare sempre più la
coscienza dei poteri pubblici circa il
problema di fondo del così detto ordine
mondiale.
Perciò l’azione parziale che, grazie a
questi mezzi, possiamo realizzare non
indebolisce la percezione della necessità di
trasformazione di questo ordine mondiale
secondo lo spirito del vangelo e le esigenze
della giustizia, che, sola, permetterà la
convivenza e la pace tra i popoli.