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Sigle e
abbreviazioni
AG Decreto Ad
Gentes del Concilio Vaticano
II sull’attività missionaria
della Chiesa (7 dicembre 1965),
in AAS 58 (1966), 947-990.
CTI Commissione
Teologica Internazionale presso
la Congregazione per la Dottrina
della Fede, istituita dal Papa
Paolo VI l’11 aprile 1969.
DCE Lettera
enciclica Deus Caritas Est
del Papa Benedetto XVI
sull’amore cristiano (25
dicembre 2005).
DR Lettera
enciclica Divini Redemptoris
del Papa Pio XI (19 marzo
1937), in AAS 29 (1937), 65-106.
Dz H.
Denzinger, Enchiridion Symbolorum definitionum et
declarationum de rebus fidei et
morum, ed. bilingue, a cura
di Peter Hünermann, EDB,
Bologna, 20003.
EN Esortazione
apostolica Evangelii
Nuntiandi del Papa Paolo VI
(8 dicembre 1975), in AAS 68
(1976), 5-76.
GS Costituzione
pastorale Gaudium et Spes
del il Concilio Vaticano II
sulla Chiesa nel mondo
contemporaneo (7 dicembre 1965),
in AAS 58 (1966), 1025-1120.
LE Lettera
enciclica Laborem Exercens
del Papa Giovanni Paolo II
sul lavoro umano nel 90°
anniversario della Rerum
Novarum (14 settembre 1981),
in AAS 73 (1981), 577-647.
LG Costituzione
dogmatica Lumen Gentium
del Concilio Vaticano II sulla
Chiesa (21 novembre 1964), in
AAS 57 (1965), 5-71.
NMI Lettera
Apostolica Novo Millennio
Ineunte del Papa Giovanni
Paolo II al termine del Grande
Giubileo dell’anno duemila (6
gennaio 2001), in AAS 93 (2001),
266-309.
PP Lettera
enciclica Populorum
progressio del Papa Paolo VI
dedicata allo sviluppo (26 marzo
1967), in AAS 59 (1967),
257-299.
RM Lettera
enciclica Redemptoris Missio
del Papa Giovanni Paulo II
circa la permanente validità del
mandato missionario (7
dicembre1990), in AAS 83 (1991),
249-340.
RP Esortazione
apostolica Reconciliatio et
paenitentia del Papa
Giovanni Paolo II circa la
riconciliazione e la penitenza
nella missione della Chiesa oggi
(2 dicembre 1984), in AAS 77
(1985), 185-275.
SRS Lettera
Enciclica Sollicitudo Rei
Socialis del Papa Giovanni
Paolo II nel ventesimo
anniversario della Populorm
Progressio (30 dicembre
1987), in AAS 80 (1988),
513-586.
VC Esortazione
apostolica Vita Consacrata
del Papa Giovanni Paolo II
sulla vita consacrata (25 marzo
1996), in AAS 88 (1996),
377-486. |
Il titolo dato a questa riflessione ne
determina il metodo e le linee fondamentali.
La prima parte sarà un’esposizione sullo
stato della questione della teologia dello
sviluppo umano nella missione. Con ciò, si
offrirà una chiarificazione sull’aggettivo
«umano» che qualifica il sostantivo
«sviluppo». Il mondo dell’economia appena
l’ha adottato, mentre il Magistero della
Chiesa Cattolica, sin dagli anni '60 dello scorso secolo, sta insegnando continuamente che lo sviluppo o
il progresso è e dov’essere considerato in
funzione dell’integralità della persona
umana. Quindi la prospettiva dell’economia,
trattando dello sviluppo a favore della
persona umana nella sua integralità,
raggiunge quella della teologia. Un passo
successivo riguarda l’approccio nostro. Esso
è teologico; vale a dire, la nostra
riflessione, pur parlando di realtà e
dinamiche terrene, attingerà dallo sguardo
su Dio, sulle sue opere e la sua Parola,
realizzata definitivamente nella figura di
Gesù Cristo sempre vivo in mezzo ai suoi
radunati nella Chiesa. E dentro
l’impostazione teologica globale, il tema
dello sviluppo sarà analizzato nella visuale
della missione. Chi parla della missione
situa il discorso all’interno della missione
della Chiesa, nella quale ogni missione dei
singoli Istituti religiosi trova senso e si
svolge. Ma più ancora, seguiremo il recente
magistero ecclesiale, che colloca il tema
della missione nel suo giusto fondamento
cristologico e trinitario.
è Cristo che illumina la giusta comprensione della missione
perché è lo stesso Cristo Figlio di Dio che
prosegue la missione affidatagli dal Padre
nella potenza dello Spirito Santo mediante
la Chiesa. Come si verificherà nella
riflessione, l’espressione «nella missione»
non designa la missione in quanto
territorio, bensì in quanto attività.
La seconda parte sarà un abbozzo di
approfondimento teologico per mettere a
fuoco quattro aspetti del fondamento
teologico dello sviluppo umano nella
realizzazione dell’attività missionaria.
1.Il
volto di Dio si rivela Amore trinitario a
partire dall’esperienza della morte e
resurrezione di Cristo; da lì prende tutto
lo spunto.
2.Gesù
Cristo è la figura unica e universale,
costituita criterio d’intelligibilità
dell’unione tra il divino e l’umano.
3.La
visione cristiana della persona umana e
dell’unità dell’umanità.
4.La
visione del Regno di Dio da proclamare nel
suo doppio aspetto attuale ed escatologico.
A modo di conclusione, indicheremo quattro
principi che guidano la teologia dello
sviluppo umano nella missione: Gesù Cristo è
il principio stabile e centro permanente
della missione; la “teantropia”
cristocentrica è la chiave di comprensione
dell’umano; l'uomo è la strada che la Chiesa
deve percorrere nel compimento della sua
missione; la compenetrazione tra
evangelizzazione e promozione umana è
doverosa. Cosciente che la presente
riflessione non sarà più che condivisione di
pennellate di una questione immensa,
concluderemo ricordando la linea
metodologica indicata dal Concilio Vaticano
II.
I. Stato della questione
1.1
Come parlare dello sviluppo umano?
1.1.1 A partire dalla scienza economica
Il concetto di sviluppo umano è recente nel
mondo dell’economia e della azione politica
da essa ispirata. Tuttavia il mettere in
rilievo la dimensione etica dell’economia
non è una novità. L’antichità greca,
giudaica e cristiana pensava i temi
economici nella visuale etica. La scienza
economica stessa è nata e rimane affatto in
parentela con l’etica
ed è stata insegnata a lungo nell’ambito del
corso di «Scienze morali». Secondo gli
studiosi, la scienza economica, nella sua
origine, conobbe due approcci con
interazioni complesse: l’approccio etico che
collega l’economia alle motivazioni, ai fini
umanistici, e al concetto ampio dei beni;
l’approccio «ingegneristico»
che esalta piuttosto la parte dei mezzi e la
valutazione quantitativa di indole tecnica
basata sull’efficienza.
Già nel 1987, pur riconoscendo importanti
risultati raggiunti dall’approccio
ingegneristico per l’analisi tecnica delle
situazioni, il noto economista indiano
Amartya Kumar Sen lamentava la scomparsa
progressiva dei fattori etici man mano che
si evolveva la cosiddetta economia moderna.
Tuttavia, la presa in considerazione di
alcune dimensioni etiche imprescindibili
nella struttura e lo svolgimento dei
meccanismi economici, ha dimostrato che la
stessa economia, allontanandosi dall’etica,
s’indebolisce. Perciò è stata operata
un’integrazione di nozioni non ritenute
rilevanti tra gli indicatori dello sviluppo
nei canoni economici tradizionali: il tema
della capacità di scelta richiama, tra
l’altro, la dignità umana e il principio di
partecipazione nel fare scelte e determinare
obiettivi; il tema del benessere non si
limita all’utilità o all’appagamento del
desiderio bensì mira alla giustizia e alla
qualità di vita della persona in riferimento
ai valori riconosciuti oggettivamente; il
tema dei risultati non possono fare
dimenticare la questione delle libertà,
delle opportunità reali e dei diritti intesi
nella loro rilevanza etica, ecc.
Con la mossa interna alla stessa scienza
economica, oltre i lavori di singoli
economisti, sin dal 1990, si è arrivati al
concetto di «sviluppo umano» nei rapporti
del Programma delle nazioni unite per lo
sviluppo (UNDP = Unite Nations
Development Programme) sullo stesso. Con
ciò si sta superando e ampliando l'accezione
tradizionale di sviluppo incentrata solo
sulla crescita economica, misurata dal
Prodotto Interno Lordo.
Invece del PIL, l’Indice di Sviluppo Umano (Human
Development Index) tiene in conto anche
altre dimensioni della vita umana che non
siano soltanto il reddito. Esse sono tra
l’altro:
- il
concetto dello sviluppo ampliato per
esprimere la somma totale delle aspirazioni
umane e non soltanto la dimensione
quantitativa e monetaria che non ne è che
una parte (rapporto del 1990);
- l’aspetto
personalistico: deve essere lo sviluppo
delle persone, promosso dalle persone, per
le persone (rapporto del 1991);
- il
fine dello sviluppo consiste
nell’ampliamento degli spazi che racchiudono
le opzioni e le scelte a disposizione della
gente, nella formazione e nel potenziamento
delle capacità umane.
A partire da queste linee di fondo, nei
rapporti annuali dell’UNDP sullo sviluppo,
sono fissati indicatori ben precisi e
dettagliati secondo i quali monitorare
l’indice dello sviluppo umano dei vari
paesi. Esempio: il rapporto del 2004 si è
basato sulla capacità d’accrescere le scelte
individuali (a) per condurre una vita lunga
e sana (b) per acquisire conoscenza (c) per
avere accesso alle risorse necessarie per
uno standard di vita dignitoso (d)
preservandole per le generazioni future (e)
garantendo la sicurezza personale (f) e
aggiungendo l’uguaglianza tra donne e
uomini. Con ciò a partire da prospettive
economiche, il concetto di sviluppo può
essere qualificato di «umano», raggiungendo
così quel concetto di sviluppo già descritto
nell’insegnamento sociale della Chiesa.
Questo tipo di sviluppo, senza tralasciare
il lato economico, è sociale, etico, e
teologicamente fondato.
1.1.2 Prospettiva teologico-morale
Circa lo sviluppo, già nel 1965, il Concilio
Vaticano II aveva indicato l’indirizzo
morale. Nella Gaudium et Spes 26,
l’interdipendenza e la dimensione
planetaria del bene sono state riprese nella
categoria di «bene comune» diventato
universale. Poi la crescita della coscienza
della dignità umana e le esigenze richieste
dalla stessa sono state accennate; mentre la
centralità della persona secondo
l’indicazione evangelica e le implicazioni
morali successive per ogni comportamento
sociale è stata sottolineata.
Dal punto di vista morale, quattro pilastri
dello sviluppo centrato sulla persona sono
stati definiti: avere come fondamento la
verità, essere qualificato dalla giustizia,
animato dall’amore, e rispettoso della
libertà. Due anni più tardi, nella sua
lettera enciclica dedicata appositamente
allo sviluppo, Populorum progressio
(PP), il Papa Paolo VI tratta dello sviluppo
umano in modo molto articolato.
Seguendo gli studi dell’economista
domenicano Louis-Joseph Lebret, egli offre
una vera teologia dello sviluppo.
Due componenti s’intrecciano nella categoria
chiamata «sviluppo integrale».
Essi sono: una visione holistica della
persona che tiene conto di tutti i suoi
livelli e tutti i suoi aspetti (tutto l’uomo
anziché soltanto l’aspetto economico) e il
carattere solidale a portata universale che
prende cura della totalità dell’umanità
coniugandola con la rilevanza dei singoli
(ogni uomo).
Sul tema della solidarietà universale nello
sviluppo, Giovanni Paolo II tornerà in modo
ben congegnato venti anni più tardi,
articolando la fenomenologia
dell’interdipendenza come sistema sul quale
regge il mondo nei suoi vari aspetti (SRS
38) che fa della solidarietà una virtù
cristiana, fondamentale nella morale sociale
nella misura in cui agevola l’applicazione
del principio della destinazione universale
dei beni creati e fomenta lo sviluppo e la
pace (SRS 39).
Lo sviluppo integrale è quindi un’esigenza
personale, comunitario e universale. E
perché è un’esigenza? Per il suo tenore
antropologico giacché il vero sviluppo «è il
passaggio, per ciascuno e per tutti, da
condizioni meno umane a condizioni più
umane» (PP 20).
Così, il concetto di sviluppo umano si
avvicina a quello di «promozione umana»
indicato dal Concilio Vaticano II come
significato dell’attività umana. Essa eleva
l’uomo più in quello che è che in quello che
ha nell’ottica della sua vocazione
assegnatagli dal Creatore:
«L'attività umana come deriva dall'uomo così
è ordinata all'uomo. L'uomo, infatti, quando
lavora, non trasforma soltanto le cose e la
società, ma perfeziona se stesso. Apprende
molte cose, sviluppa le sue facoltà, esce da
sé e si supera. Tale sviluppo, se è ben
compreso, vale più delle ricchezze esteriori
che si possono accumulare. L'uomo vale più
per quello che «è» che per quello che «ha».
Parimenti tutto ciò che gli uomini compiono
allo scopo di conseguire una maggiore
giustizia, una più estesa fraternità e un
ordine più umano dei rapporti sociali, ha
più valore dei progressi in campo tecnico.
Questi, infatti, possono fornire, per così
dire, la base materiale della promozione
umana, ma da soli non valgono in nessun modo
a realizzarla. Pertanto questa è la norma
dell'attività umana: che secondo il disegno
di Dio e la sua volontà essa corrisponda al
vero bene dell'umanità, e che permetta
all'uomo, considerato come individuo o come
membro della società, di coltivare e di
attuare la sua integrale vocazione» (GS
35).
Rimarrà essa la linea del Magistero sulla
questione dello sviluppo. Nella lettera
enciclica Redemptoris Missio
pubblicata lo stesso anno del primo rapporto
annuale dell’UNDP sullo sviluppo umano
(1990), il Papa Giovanni Paulo II
indica cinque linee di azione nel senso
dell’attività missionaria circa lo stesso (RM
58-59).
1.Suscitare
la spinta verso il progresso appartiene
ormai alla tradizione della pratica
missionaria della Chiesa.
2.Integrazione
della situazione concreta nell’ermeneutica
dell’attività missionaria. Il primo
contributo che la Chiesa dà alla soluzione
del problema dello sviluppo è l’annuncio
della verità su Cristo, su se stessa e
sull’uomo, applicandola a una situazione
concreta.
3.Le
radici dell’autentico sviluppo si trovano in
un’evangelizzazione sempre più profonda.
4.Nesso
tra sviluppo umano e educazione delle
coscienze. Anche se l’attività missionaria
include la promozione dello sviluppo
economico, il compito primordiale di essa è
centrato sulla persona umana, soprattutto
nelle 4 direzioni seguenti: la verità
sull’uomo in quanto creato a immagine di Dio
e amato da lui; la fraternità universale
basata sulla dimensione umana di filialità
di fronte a Dio; il dominio sulla creazione
sempre a servizio dell’umanità;
il dovere di impegnarsi per lo sviluppo di
tutto l’uomo e di tutti gli uomini.
5.L’annuncio
dello sviluppo umano dentro gli scopi della
missione racchiude anche la denuncia del
modello di sviluppo promosso nel Nord che
raggiunge il Sud tramite l’espansione del
consumismo.
1.2
Come articolarne una teologia in prospettiva
della missione?
A questa domanda, rispondiamo indicando in
sintesi tre aspetti: il senso nel quale
intendiamo questa riflessione in quanto
teologia; la natura missionaria della Chiesa
in quanto proveniente dalla missione del
Figlio e dello Spirito Santo secondo il
disegno del Padre (cf. AG 2); di
conseguenza la prospettiva nella quale
intendiamo l’attività missionaria.
1.2.1 Dio è il soggetto della teologia
Per determinare la natura della presente
riflessione in quanto teologica, citiamo
l’indirizzo della teologia rammentato
recentemente dal Papa Benedetto XVI:
«San Tommaso d’Aquino, con una lunga
tradizione, dice che nella teologia Dio non
è l'oggetto del quale parliamo. Questa è la
nostra concezione normale. In realtà, Dio
non è l'oggetto; Dio è il soggetto della
teologia. Chi parla nella teologia, il
soggetto parlante, dovrebbe essere Dio
stesso. E il nostro parlare e pensare
dovrebbe solo servire perché possa essere
ascoltato, possa trovare spazio nel mondo,
il parlare di Dio, la Parola di Dio. E così,
di nuovo, ci troviamo invitati a questo
cammino della rinuncia a parole nostre; a
questo cammino della purificazione, perché
le nostre parole siano solo strumento
mediante il quale Dio possa parlare, e così
Dio sia realmente non oggetto, ma soggetto
della teologia».
Dal momento che riconosciamo che Dio si è
comunicato nella storia, fare teologia ha il
senso di lasciare che Dio, in quanto
soggetto della teologia, secondo
l'insegnamento dei classici, si esprima nel
linguaggio umano. La teologia è innanzitutto
un ascolto di Dio per poter prestargli
l’intelligenza che proviene da lui alla sua
parola affinché essa rimanga significativa e
intelligibile per l’umanità di oggi. Ciò
spiega il percorso di una teologia che parte
dalla Trinità delle persone divine; dalla
Trinità coglie il mistero di Gesù Cristo il
Verbo di Dio fatto uomo per rivelare Dio
all’umanità e l’umanità a se stessa, e
compie verso di essa la missione di
salvezza; alla luce di Cristo penetra essa
il mistero dell’uomo, destinatario della
salvezza integrale nella quale si situa lo
sviluppo umano mentre si cammina verso il
compimento del Regno avvenuto in Cristo.
1.2.2 Natura missionaria della Chiesa
Se si lascia parlare Dio e il quadro
dell’ascolto della sua parola sullo sviluppo
umano è missione, una cosa è chiara: il
linguaggio di Dio sulla missione della
Chiesa indica che essa è una partecipazione
alla missione affidata al Verbo eterno del
Padre fatto uomo. Lui, l’inviato del Padre
invia i discepoli che prefiguravano la
comunità esattamente nella scia della sua
propria missione: «Pace a voi! Come il Padre
ha mandato me, così io mando voi» (Gv
20, 21) e per renderli totalmente partecipi
di questa missione, trasmette a loro lo
Spirito: «Detto ciò, soffiò su di loro e
disse loro: ”Ricevete lo Spirito Santo”» (Gv
20,22). Con ciò, i discepoli diventano
inviati. Se consideriamo che in Giovanni, il
concetto di discepolo e il gruppo dei
discepoli hanno una forte connotazione di
autocomprensione ecclesiale,
come d’altronde le espressioni e le
immagini: quella del pastore, del gregge,
della vite e dei tralci,
troviamo qui una chiave di comprensione
della natura della Chiesa in quanto
missionaria, ciò costituita per essere
inviata nel mondo. Ciò diventa ancora palese
se a questo brano viene associato Gv
17, 18: «Come tu mi hai mandato nel mondo,
così anch'io li ho mandati nel mondo». I due
passaggi s’interpretano a vicenda.
La natura della chiesa è missionaria e la
sua missione totalmente cristocentrica
anche perché non è mandata ad attuare
indipendentemente dalla missione di Cristo o
come prolungamento di essa, ma la sua è una
missione secondo Cristo, con Cristo, nella
potenza dello Spirito. Vale a dire che la
missione della Chiesa è fondata nel comando
missionario di Cristo e connessa alla stessa
permanenza di Cristo con i suoi nel
trascorrere del tempo:
«Andate dunque, ammaestrate tutte le genti,
battezzandole nel nome del Padre e del
Figlio e dello Spirito Santo, insegnando
loro ad osservare tutto ciò che vi ho
ordinato. Ed ecco: io sono con voi tutti i
giorni, sino alla fine del mondo» (Mt
28, 19-20).
Più profondamente ancora, la missione della
Chiesa è fondata nelle missioni divine.
Nella missione della Chiesa si realizza
l’amore del Padre e le missioni del Figlio e
dello Spirito Santo nel mondo. È quindi Dio
che è il soggetto attivo della missione
della Chiesa. Dire che Dio è il soggetto
attivo della missione della Chiesa significa
che essa è trinitariamente strutturata (cf.
AG 1-5). La Trinità è la fonte, il
contenuto e il termine della missione della
Chiesa; ma per il momento, diciamo soltanto
una parola sulla struttura trinitaria della
Chiesa missionaria, ossia la Trinità come
soggetto o asse portante della Chiesa
essenzialmente missionaria. Dio Padre,
principio senza principio, nell’Amore che
Egli è (1 Gv 4, 8.16),
vuole essere «tutto in tutti» (cf. 1Co
15, 48). Perciò Egli realizza il suo
progetto eterno circa l’uomo (cf. Ef 1,
3-14) aprendo la comunione della propria
vita divina all’intera creazione sua. Da
questo disegno scaturisce la missione del
Figlio e la missione dello Spirito Santo.
Nel Figlio si attua il piano eterno del
Padre (cf. 1 Gv 4,9), che abbraccia
in lui la sorte dell’intera creazione senza
limiti di spazi e di tempi (cf. Ef 1,
3-23; Col 1, 15-20); il Figlio è
inviato nel mondo per realizzare ciò nella
forza dello Spirito Santo (cf. Gv 3,
16ss; Lc 4, 18; Eb 9, 14).
Egli si impegna per la salvezza di tutti,
fino alla sua morte in Croce e la sua
risurrezione, qualunque sia la lontananza
morale nella quale si siano impantanati per
il peccato,. Il Cristo morto, risorto e
glorificato, prosegue la sua missione
mediante i suoi (cf. Mc 16, 15-16),
ai quali ha inviato lo Spirito (cf. Gv 14,
16.26; 15, 26-27; 19,30; 20,22). È proprio
lo Spirito Santo che si manifesta come
protagonista della missione essendo Egli
stesso forza, luce per il discernimento
nell’esercizio del compito missionario nelle
varie situazioni concrete, ecc.
«La sua opera rifulge eminentemente nella
missione ad gentes, come appare nella
chiesa primitiva per la conversione di
Cornelio, (At 10,1) per le decisioni
circa i problemi emergenti (At 15,1),
per la scelta dei territori e dei popoli (At
16,6). Lo Spirito opera per mezzo degli
apostoli, ma nello stesso tempo opera anche
negli uditori: “Mediante la sua azione, la
buona novella prende corpo nelle coscienze e
nei cuori umani e si espande nella storia.
In tutto ciò è lo Spirito santo che dà la
vita”» (RM, 21).
1.2.3 Attività missionaria della Chiesa
Dalla natura missionaria della Chiesa deriva
la sua attività missionaria. Come ha ben
scritto il Concilio Vaticano II, «la Chiesa
è, in Cristo, in qualche modo il sacramento,
ossia il segno e lo strumento dell'intima
unione con Dio e dell'unità di tutto il
genere umano» (LG 1). In Cristo e non
fuori di Lui, nella potenza dello Spirito,
la Chiesa, mediante l’attività missionaria,
rende visibile nel mondo la missione perenne
del Figlio. E con l’attività missionaria,
«mira a stabilire la signoria di Cristo su
tutta la creazione redenta».
Lungo la storia della missione, l’attività
missionaria ha avuto diverse qualificazioni,
fra l’altro le tre seguenti.
1.
La «plantatio Ecclesiae» che significa
evangelizzazione e impiantamento della
Chiesa nei territori ancora non cristiani
attraverso una «missione estera» (missio
ad gentes).
2.
Come fine della missione, sono stati
formulati i concetti della salvezza delle
anime, conversione dei pagani, diffusione
della fede (con l’espressione poco felice di
propaganda fide), fondazione della
Chiesa, ecc.
Circa la plantatio Ecclesiae e la
salus animarum, sono state fatte
precisazioni per una comprensione migliore e
più approfondita. La prima precisazione
riguarda il rapporto tra la Chiesa e la
salvezza dei non cristiani. L’espressione
Extra Eccleciam nulla salus, utilizzata
sin dal III° secolo in modo molto
circostanziato, è stata radicalizzata da san
Fulgenzio di Ruspe
e intesa a lungo nel senso della
soteriologia ecclesiocentrica secondo
l’interpretazione del Concilio di Firenze
(1442).
Finalmente il Concilio Vaticano II ha
appianato la questione del rapporto tra
salvezza dei non cristiani e la Chiesa non
soltanto riconoscendo la possibilità della
salvezza dei non cristiani, ma anche
precisando la «mediazione sacramentale»
della Chiesa in materia di salvezza.
Di conseguenza la «plantatio Ecclesiae» è da
intendere nel senso di un servizio che la
Chiesa deve prestare come missione mettendo
a disposizione di tutti gli uomini di buona
volontà, i mezzi della salvezza di Cristo,
secondo il criterio geografico della
territorialità (cf. AG 6; RM
10, 31, 37), anche se appaiono nuove
situazioni di gruppi e aree non
evangelizzate nei paesi tradizionalmente
cristiani.
La seconda precisazione riguarda la “salus
animarum”. La salvezza delle anime non deve
essere interpretata come riassunto di una
soteriologia appoggiata su un’antropologia
dualistica, che si interesserebbe all’anima
a scapito del corpo da trascurare.
Richiamato in causa dalle drammatiche
situazioni – fame, malattie, povertà,
analfabetismo, sfruttamento, oppressione,
sfruttamento, mancanza di libertà, corsa
agli armamenti, guerra, manipolazione – nei
contesti missionari di molti territori, lo
stesso fine della missione della Chiesa è
stato espresso in termini meno equivoci,
come quelli della salvezza integrale
dell’uomo, che no si prestano a nessun
dualismo antropologico tra il corpo e
l’anima. Così, la formulazione dello scopo
dell’annuncio di Gesù Cristo salvatore
dell’umanità esprime meglio ciò che i
missionari hanno sempre realizzato: essere
una presenza di Gesù che ama i suoi
manifestandolo nel servizio per l’elevazione
dell’uomo a tutti i livelli dell’esistenza.
Facendo ciò la missione della Chiesa rimane
nell’orizzonte del compimento del suo doppio
fine: «che venga il regno di Dio e si
realizzi la salvezza dell'intera umanità» (GS
45). La nozione biblica di liberazione
e di promozione umana con le precisioni
dovute entra a fare parte dell’annunzio del
Regno e della salvezza integrale dell’uomo
(cf. EN 30–33). È anche in questa
ottica che la nozione dello sviluppo umano è
adeguatamente integrato nel quadro della
missione soprattutto attraverso l’educazione
delle coscienze (cf. RM 58-59).
Siccome lo sviluppo umano quale inteso dal
punto di vista teologico ingloba tutti gli
aspetti della persona umana, anche il fine
dell’inculturazione ne sarà chiamata in
causa.
3.
L’aspetto dell’inculturazione e
dell’evangelizzazione delle culture (RM
52–54) disegna un livello ulteriore dello
scopo della missione che non è soltanto una
missione ad gentes quale descritta
dall’AG 6, ma un’incarnazione del
vangelo nelle diverse culture (RM
53). Il criterio addizionale non è più
geografico, bensì un processo lungo di
trasformazione e novità di vita cristiana
che impregna la cultura degli uomini e dei
loro contesti storico-culturale
salvaguardandone tutto ciò che è compatibile
con il Vangelo e promovendo la comunione con
la Chiesa universale. Ciò fa sì che nei
territori di missione si parli di
«inculturazione». Ma il fenomeno in quanto
tale deborda i limiti dei territori delle
missioni giacché la rottura tra vangelo e
vita è sempre e ovunque un dramma (cf. EN
20).
Quando i membri degli Istituti di Vita
Consacrata si dedicano alla missione, non
realizzano un’attività missionaria al
margine di quella della Chiesa poiché la
Vita Consacrata in sé appartiene totalmente
alla vita e alla santità della Chiesa (cf.
LG 44; VC 3). L’approccio
dell’esortazione post-sinodale Vita
Consacrata è innanzitutto trinitario. La
stessa struttura dell’esortazione dimostra
che la vita religiosa è fondamentalmente una
consacrazione alla Santissima Trinità che,
mediante la conformazione a Cristo in un
dinamismo comunitario concede ai consacrati
di essere segni di fraternità, e come tali,
gli spinge ad un servizio della carità in
mezzo al mondo attuale nella sua complessa
realtà. La vita delle persone consacrate è
una consacrazione a Dio in modo di
concedergli di portare il sigillo trinitario
impreso in un’esperienza totalizzante di
esistenza «cristiforme», attraverso il
vissuto secondo i consigli evangelici per il
Regno di Dio; quindi unione con la fonte
stessa della missione. Così la vita
consacrata è costitutivamente missionaria in
virtù del suo proposito di rendere Cristo
presente al mondo (VC 72).
Ciò prende soprattutto la forma della
testimonianza e dell’azione missionaria (EN
69). La prima si attua in vari modi:
testimonianza dell’amore di Dio che
trasforma l’esistenza in mezzo al mondo;
testimonianza del valore della fraternità
cristiana (VC 51); testimonianza
dell’intento di instaurazione del Regno
delle beatitudini (VC 27, 33). Ma è
anche attività nelle missioni ad gentes
attraverso la vita e le opere di
apostolato e di promozione umana (VC
72), la lettura dei segni dei tempi e il
contributo di elaborare e di attuare nuovi
progetti di evangelizzazione per le odierne
situazioni (VC 73), la ricerca della
divina bellezza che spinge le persone
consacrate a prendersi cura dell'immagine
divina deformata nei volti dei fratelli e
sorelle (VC 75), la predilezione per
i poveri e la promozione della giustizia
(82).
II. Fondamenti teologici dello sviluppo
umano
Dopo aver delineato lo stato della questione
dello sviluppo umano nella missione, ora
illustriamo quattro fondamenti teologici
maggiori.
2.1
La Trinità
Tutte le questioni teologiche dipendono
della prima: la questione su Dio.
In questa riflessione, trattando dei
fondamenti teologici dello sviluppo umano,
la prima domanda si potrebbe formulare in
questi termini: quale è il volto di Dio in
cui credo e in nome del quale pretenderei
parlare dello sviluppo umano come scopo
della missione? Non potremmo sapere niente
di preciso circa Dio ne pretendere spiegare
le realtà e dinamiche storiche a partire da
Lui se non manifestasse Lui stesso il suo
volto nella storia.
In quale modo abbordiamo la questione? Il
nostro metodo è suddiviso in due momenti.
Il primo momento ci concede di partire dal
mistero pasquale, «luogo» della
manifestazione di Dio, e di accoglierlo nel
modo stesso in cui Egli apparve.
La resurrezione di Cristo è il punto Omega
dell’esistenza di Gesù di Nazaret e il luogo
di manifestazione della Trinità. Ciò ci
evita di supporre o perderci nelle
speculazioni di natura filosofica per
cogliere il movimento della Trinità
impegnata nella storia per la salvezza
dell’uomo, sulla quale si basa lo sviluppo
umano per realizzarne un aspetto.
Dio si è espresso totalmente nella storia
attraverso il suo Verbo «umanizzato»; cioè
attraverso la persona umanizzata di Gesù di
Nazaret. Questo punto segna la differenza
del cristianesimo dai monoteismi più
rigorosi (Islam, giudaismo) e altre fedi che
confessano Dio: non abbiamo visto Dio in
modo generico, abbiamo contemplato una
persona della Trinità, fatta uomo.
Tuttavia, il vissuto e le parole di Gesù di
Nazaret non sarebbero stati così
determinanti per la manifestazione del volto
del Dio dei cristiani se la fine della sua
esistenza terrena nella sua morte e
risurrezione non fosse stata un evento unico
e coinvolgente della Trinità e
contemporaneamente dell’umanità. Da questo
punto di vista, contempliamo le tre persone
divine impegnate nella salvezza integrale
dell’uomo e una salvezza che non si aggiunge
all’eterno progetto sull’uomo bensì vi si
inserisce.
Infatti, quella morte di Gesù di Nazaret e
la sua risurrezione fu la storia cha va
oltre il concetto della storia di un uomo.
Fu come l’inizio e la chiave del processo di
penetrazione (conoscenza e coinvolgimento)
della storia di quell’uomo che era Figlio di
Dio. Nei fatti della passione e morte, tutto
accade come una storia di un uomo consegnato
a morte dai suoi simili (Mc 15,
1.15). Uno dei suoi discepoli lo tradisce,
un altro lo rinnega, altri membri del gruppo
si disperdono e l’abbandonano (Gv 16,
33). I responsabili religiosi e politici
giocano alla convenienza umana (politica),
consegnando il profeta proclamatosi Figlio
di Dio alla morte dei maledetti di Dio
appesi sul patibolo (Dt 21, 23;
Gal 3, 13). Sebbene qualche discepolo
l’accompagna fino ai piedi della Croce,
qualche donna si commuove di dolore, qualche
fariseo onesto vi vede un’ingiustizia di
procedura, qualche ladro riconosce nel
giustiziato un innocente, … il male morale e
la morte sembrano vincere e tenere l’ultima
parola nella tragedia che avvilisce l’uomo
in tutti gli aspetti. L’uomo vi si è
mostrato irresponsabile davanti a Dio nei
confronti del simile, ha dispiegato tutta la
sua cattiveria, ha snaturato le proprie
funzioni religiose e politiche, ha distrutto
l’uomo: «ecco l’uomo» (Gv 19,5).
Questo appare sul volto di Gesù che fa la
sua discesa agli inferi, e carica tutto su
di sé in una lontananza in cui vive
l’esperienza dell’abbandono persino da parte
del Padre; allo stesso modo vissuta dagli
uomini.
Eppure qui si produce il rovesciamento
dell’iniziativa. Si produce una triplice
consegna che riprende e assume la prima in
una dinamica di amore e di salvezza. La
vittima della cattiveria umana muore vittima
volontaria per dare la vita come l’aveva
annunciato (cf. Gv 10,18); la sua
morte è un’auto-consegna per amore. Egli
consegnò se stesso (Ga 1, 4; 2, 20;
Ef 5,2), con uno Spirito eterno (Eb
9, 14). Più ancora, egli fu consegnato dal
Padre (Mc 9, 31; 10, 33, 45; Rom 8, 32),
mentre moriva Egli stesso consegnò lo
Spirito (Lc 23, 45). La fine
dell’esistenza terrena di quell’uomo svela
che attraverso la sua storia di morte si
dispiega qualcosa di diverso: oltre la
storia umana, tre Persone divine si
manifestano in questa complessa consegna
nella quale s’intrecciano la loro
compenetrazione reciproca (pericoresi)
che non finisce nella morte bensì la
attraversa, la inghiottisce e la uccide. La
sofferenza e la morte dell’umanità entrano
in Dio per morirvi.
La morte non ha l’ultima parola, tutti quei
aspetti del male, assunti dal Figlio nella
sua morte, vi risultano sepolti. Perciò è
una morte salvifica, che libera l’umanità da
ogni male che l’avvilisce e l’appiattisce.
Il Padre prende l’iniziativa della
risurrezione del servo sofferente, che è
nello stesso tempo il Figlio obbediente (cf.
At 2, 24.36)
e lo glorifica (Gv 17, 1.5). A sua
volta, il Figlio risorge perché la vita che
riceve dal Padre la tiene in proprio (Gv
5, 26); è Signore a gloria di Dio Padre (Fil
2, 11). Gesù Cristo è risuscitato,
costituito Figlio di Dio con potenza secondo
lo Spirito (Rm 1, 4; 1Pt 3,
18).
La morte è il termine dell’esistenza terrena
di Gesù di Nazaret. La resurrezione e
glorificazione di Cristo sono il punto
«Omega» di Gesù di Nazaret nella misura in
cui non si situano in una semplice
continuità con la sua esistenza precedente
sui cammini della Galilea, bensì danno avvio
ai tempi del compimento, cioè l’escatologia.
Gesù è appunto l’Omega, l’Eschaton,
il termine verso il quale tende l’intera
creazione.
Gesù è stato costituito Signore, cioè
accolto nella pienezza della divinità (At
2, 32-36; Fil 2, 9; Ap 19,
16), riempito dello Spirito nella sua
umanità
e in grado di effonderlo come suo proprio (Rm
1, 4 e At 2, 33). Nello Spirito è risorto ed
egli lo diffonde (At 2, 32); attira tutti
alla pienezza dove è confermato Figlio di
Dio con intera potestà su tutte le creature
(Eb 1,2). Lo stesso movimento di
compenetrazione reciproca dei tre,
risuscitando a vita eterna il Gesù messo a
morte, infonde vita eterna nell’umanità. Lì
si manifesta che l’evento pasquale è, da
parte delle tre persone divine una
confermazione dalla loro comunione di amore
che si esprime come salvezza riguardo
all’uomo, giacché il potere del male che
avvilisce l’uomo e lo distrugge è
annichilato. Questa volta, non è un segno
come ne aveva fatto tanti nel senso di
questa liberazione, è l’atto nel quali tutti
i segni di liberazione del male e del
peccato trovano la loro pienezza.
Siamo giunti al secondo momento
metodologico. Il punto Omega della
risurrezione rimanda all’Alfa del progetto
eterno del Padre, in Cristo, a favore
dell’umanità. Ripartiamo dal culmine
pasquale per contemplare l’esistenza di Gesù
di Nazaret, Verbo di Dio fatto uomo, come
una storia di salvezza che si dispiega.
Retrospettivamente, dalla morte e
risurrezione si coglie tutta la forza
dell’incarnazione che illumina quanto nella
storia umana e nella sofferenza umana del
Verbo «umanizzato» – in tutto ciò che nuoce
all’uomo – sono realmente presenti una
storia e una sofferenza divine, e nello
stesso tempo un «luogo» per la salvezza. C’è
ancora di più, la salvezza manifestata
pienamente in forma crucis, non è un
supplemento al progetto della Trinità verso
l’umanità. L’identità di Figlio di Dio e
l’unicità funzionale di mediatore della
salvezza universale non sono una novità
assoluta che subentra dopo la risurrezione.
L’identità di Figlio di Dio della quale Gesù
di Nazaret manifesta tanti segni non è né
una farsa né una pretesa umana, ma una
relazione incrollabile ed eterno che
sussiste in Dio (Eb 1, 5; At
13, 33). Dalla luce della morte e
resurrezione, si potrà affermare che
realmente chi ha visto Gesù di Nazaret ha
visto il Figlio eterno del Padre in carne
umana; e chi l’ha ascoltato ha ascoltato le
parole che provengono dal Padre. Quell’uomo
nacque, crebbe, parlò e agì da Figlio di Dio
che egli chiamava «Abba», Padre.
Appariva come un Profeta itinerante della
Galilea, ma Egli diceva di essere provenuto
dal Padre e a Lui ritornava. L’intero
vissuto suo era una manifestazione del
«provenire da», «dipendere da», «rivolgersi
al» Padre. L’Omega ci rimanda all’Alfa del
principio senza principio, quando
nell’eternità di Dio, prima della creazione
del mondo (Ef 1, 3ss), l’umanità era
predestinata alla filiazione adottiva in
Cristo in forma di benedizione spirituale. E
ciò si è dispiegato nella creazione quando,
in Cristo (cf. Gv 1, 1-3), unica
immagine di Dio invisibile (Col 1,
15), l’umanità è stata creata nella
comunanza di immagine di Dio. Da questa
protologia, si rilegge la storia di Gesù di
Nazaret, Figlio di Dio umanizzato, come un
itinerario di assunzione dell’humanum
in Dio e di una salvezza che libera l’uomo
di tutto ciò che disturba questa elevazione
dell’umano al divino. Non solo l’umanità è
chiamata ad una comunanza d’immagine di Dio
in Cristo, ma è l’unica interlocutrice di
Dio e rimane tale anche quando il peccato
l’allontana perché per iniziativa sua, Dio
si impegna per rialzarla dalla caduta e da
ogni bruttura.
Ecco perché la teologia dello sviluppo, a
partire dall’evento pasquale, raggiunge
quella della creazione, quella del peccato,
che riduce l’umano dell’umanità fino
ad annientarlo, e quella della salvezza
integrale. La domanda diventa quindi quella
di sapere quale dignità l’uomo esprime
nell’essere creato a «immagine e
somiglianza» della Trinità, sapere a quale
destino l’umanità è chiamata attraverso il
suo percorso storico, sapere quanto ogni
livellamento lo rimpicciolisce e interpella
la missione di annunciare e collaborare alla
salvezza integrale, che rimane opera della
Trinità in Cristo. In quest’ottica trovano
posto la dignità della persona umana da
difendere e promuovere, il concetto di
lavoro nella prospettiva della Laborem
Exercens, il principio della
destinazione universale dei beni, il
principio «responsabilità» di fronte
all’umanità presente e futura che regola la
morale ecologica e lo sviluppo sostenibile,
ecc. Concludiamo questo punto dicendo che lo
sviluppo umano nella missione traduce un
aspetto dell’elevazione dell’uomo
all’altezza della vocazione umana voluta e
attuata dalla Trinità delle persone divine.
2.2 Gesù Cristo
In astratto e sul piano logico, il
fondamento è diverso del contenuto. Eppure
Gesù Cristo come fondamento della teologia
dello sviluppo umano nella missione si
identifica con il contenuto della missione
che consiste nell’annuncio della persona di
Cristo, unico salvatore del mondo. È la
questione di fondare lo sviluppo umano nel
mistero di unione tra il divino e l’umano in
Cristo. È lui, la figura unica e universale
nella quale il divino e l’umano sono uniti
senza separazione né confusione ed è in lui
che tutto ciò che è umano è unito al divino
senza separazione né confusione. Tre sono
gli aspetti che abbozziamo sotto questo
profilo: fondare lo sviluppo umano nella
missione sul criterio di Calcedonia;
promuovere lo sviluppo umano alla luce
dell’indole messianica della missione di
Gesù; partire sempre da Cristo per essere
illuminato e irrobustito nell’attività di
sviluppo umano.
Tra liberazioni umane sotto la visuale dello
sviluppo umano e la salvezza in Gesù Cristo,
Bernard Sesboüé ci offre la chiave di
articolazione del criterio di Calcedonia,
che fa eco alla formula dogmatica lì
definita nel 451 circa il rapporto tra le
due nature umane e divine nell’unica persona
del Verbo.
Infatti, tra salvezza operata da Gesù Cristo
e sviluppo umano non deve esserci né una
separazione stagna né un’opposizione
dualistica. La separazione istituirebbe un
dualismo in favore dello spirito a scapito
del realismo dell’umanità concreta. Ciò
lascerebbe intendere che importa soltanto la
grazia e la salvezza dell’anima a scapito di
ciò che rileva la consistenza propria
dell’uomo terreno, conta soltanto l’eternità
di fronte alla quale scomparirebbe ciò che è
temporale. Lo stesso errore genera il
dualismo contrario che sarebbe in favore
dello sviluppo umano a scapito della
salvezza integrale operata da Gesù Cristo.
Si ricadrebbe nelle conseguenze pratiche del
cripto-pelagianismo che concede tutto allo
sforzo umano fino al messianismo temporale
che sfocia nella scomparsa del concetto di
salvezza integrale e della figura dell’unico
salvatore. Neppure ci deve essere
un’identificazione confusa tra la salvezza
attuata da Cristo e lo sviluppo umano. La
salvezza apportata da cristo non può essere
ridotta agli aspetti culturali o
socio-economici. Neanche si può pretendere
realizzare il regno di Dio quaggiù. Nessun
tipo di sviluppo umano può pretendere
inglobare l’intero humanum.
L’altra luce dell’attività riguardo allo
sviluppo umano nella missione proviene
dall’indole messianica della missione di
Gesù. Nella sua esistenza terrena, Gesù di
Nazaret non ha mai separato l’interesse per
l’uomo dallo scopo dell’annuncio
dell’avvento del Regno di Dio. I suoi gesti
verso i poveri e gli emarginati erano gesti
di liberazione degli uomini incluso nella
loro situazione fisica, materiale e morale
(cf. Lc 4, 16-30; 7, 18-23; Mt
11, 7-15; Mt 9, 9-13) a servizio del
Padre e dell’umanità. La maggioranza dei
suoi coetanei, compresi i suoi discepoli
(cf. Mc 10, 35; At 1, 6),
hanno inteso la sua opera attraverso le
categorie messianiche del popolo: un ruolo
essenzialmente liberatore e politico del
ristoro delle istituzioni teocratiche della
monarchia.
Ma egli stesso dovette correggere
continuamente questa ottica. Il regno di Dio
e il destino umano oltrepassano lo sviluppo
umano e le liberazioni raggiungibili. Eppure
questa distinzione non è separazione. L’uomo
vive nella storia, nella storia si compiono
segni e si effettuano passi dell’eternità:
«ogni atto di giustizia e d’amore, ogni
sforzo ordinato alla comunione fraterna fra
gli uomini, ogni opera di costruzione del
mondo e di miglioramento delle condizioni di
vita degli uomini, non soltanto preparano
“la materia del Regno dei cieli” (GS
38,1), ma contribuiscono, mediante il dono
di Dio, a farlo avvenire».
Insomma l’uomo abita e trascende la storia
nello stesso momento, e i suoi sforzi per lo
sviluppo della sua consistenza umana sono
simboli di una realtà molto più ampia che li
supera; cioè l'umanità perfetta che realizza
la pienezza del Cristo (cf. Ef 4,
13):
«Nello stesso modo con cui il Cristo salito
al cielo nella sua umanità ha raggiunto il
suo soggiorno definitivo, anticipando nella
sua propria umanità quanto deve essere il
destino di tutta l’umanità, così anche noi
siamo in qualche modo saliti insieme con lui
e la nostra dimora si trova già nel cielo,
perché la nostra salvezza si è compiuta».
Allora, come ciò può tradursi in concreto
quando nella missione si sta davanti uomini
e donne che richiamano iniziative concrete
di sviluppo nei vari settori della vita?
Anche qui, il fondamento rimane Cristo.
Nella forza dello Spirito che anima i membri
del suo corpo, la Chiesa, Egli, unico
mediatore della salvezza, si è dato ai suoi
di tutti i tempi come fondamento di tutti
gli indirizzi e gli sforzi che
contribuiscono alla salvezza dell’uomo.
Nella sua enciclica Deus Caritas Est,
il Papa Benedetto XVI ha dato un criterio
basico di questo fondamento quando parla
dell’eucaristia come luogo in cui la
presenza di donazione di Cristo si fa
duratura nel tempo, il luogo dove «l’agape
di Dio viene a noi corporalmente per
continuare il suo operare in noi e
attraverso di noi» (DCE 14). Infatti,
il dono di colui che è salvezza per
vivificare i suoi che stanno nel mondo li
coinvolge nell’atto di salvezza a partire da
lui in modo che si può affermare che nei
tempi della fine, tesi verso il compimento
escatologico, non soltanto Gesù fonda lo
sviluppo umano con il suo criterio di unione
tra il divino e l’umano e la figura del
Messia che ha manifestato, ma anche perché
egli dà corporalmente, a quelli che lo
ricevono, la potenza di attuare la sua
salvezza in vari modi.
Così Gesù non fonda lo slancio per lo
sviluppo umano come un esempio lontano dal
quale i missionari avrebbero ricevuto
soltanto consegne da applicare, ma lo fonda
con il suo proprio amore senza limiti, che
passa in loro mediante l’eucaristia: il dare
la propria vita per gli altri come se fosse
lo stesso Gesù che attua attraverso i suoi
ai quali egli si configura donandosi
personalmente nell’eucaristia e inviandoli
sui cammini del mondo.
è
proprio questo il significato del mandato
dell’amore vicendevole successivo all’ultima
cena nel vangelo di Giovanni: «come io ho
amato voi, anche voi amatevi gli uni gli
altri» (kaqw.j
hvga,phsa u`ma/j i[na kai. u`mei/j avgapa/te
avllh,louj Gv 13,34). L’avverbio «come» potrebbe essere
capito come un esempio esterno, ma il suo
significato si coglie meglio alla luce
dell’originale kathos che designa un
rapporto, non di proporzione, bensì di
origine.
Dunque, è Gesù che dona di chinarsi sul
simile amandolo con lo stesso amore suo. A
partire da lui, lo sviluppo non può essere
che integrale e umano nel senso
sopraccennato, giacché riflette quello che
Gesù porta all’umanità nelle sue situazioni
variegate; la salvezza integrale,
trasparenza dell’amore del Padre nel mondo.
Da quest’aspetto vitale per i missionari
scaturisce una visione dello sviluppo umano
percepito sempre a partire dall’eucaristia
celebrata e vissuta, o più ampiamente
ancora, a partire dalla comunione con Cristo
nei sacramenti e nella preghiera.
Essere interpellato dalla questione dello
sviluppo umano traduce nelle opere il
richiamo della carità che rende credibile
l’annuncio della Buona Nuova della salvezza
nel terzo millennio.
Se i missionari sono persone consacrate, la
concezione dello sviluppo umana si radica
nello stato della loro vita, giacché risulta
dalla consacrazione a Dio mediante i
consigli evangelici e vissuta come
conformazione progressiva alla persona di
Cristo sempre attento ai bisogni dell’uomo
per elevarlo a figlio del Padre.
2.3
Visione cristiana dell’uomo e dell’unità
dell’umanità
Giungiamo alla visione cristiana dell’uomo e
dell’unità dell’umanità come polo
fondamentale richiamato dal precedente.
Infatti, se diciamo che lo sviluppo umano si
fonda in Cristo, un volontario non credente
potrebbe contestare l’affermazione
sostenendo che l’attività in quanto tale non
ha bisogno di cercare altri fondamenti fuori
degli sforzi e dalla creatività umana.
Potrebbe forse anche opinare che lo sviluppo
umano si radica nella filantropia
esistenziale.
Una visione cristiana dell’uomo non ci
consente di concepire la creatura umana nel
senso di una «natura pura» autoconsistente e
autosufficiente – sia prima o dopo della
caduta, sia sotto il segno dell’autonomismo
moderno e le sue ricadute sulla concezione
della ragione e della libertà –, disgiunta
della relazione innalzante di Dio.
Qui relazione vuol dire legame costitutivo,
ma anche rapporto qualificante in quanto
elevazione e mantenimento dell’immagine di
Dio che ogni persona umana è nell’immagine
unica del suo Figlio (Rm 8, 29; Eb
1,3). Non ci sono due piani sovrapposti
nell’uomo: uno naturale e altro
soprannaturale. Forse non ha aiutato a
superare questo dualismo l’interpretazione
del concetto di grazia in termini di «grazia
imputata» (estrinsecismo provenente dalla
soteriologia dei riformatori protestanti),
di auxilium o adiutorium (un
aiuto che non passa di essere un surplus
psicologico), oppure di habitus (dono
increato) anche se quest’ultimo fosse quello
che approfondiva di più il livello della
giustificazione divina.
La giusta visione della persona umana e
dell’unità dell’umanità si intende meglio
partendo dal dato biblico. Riteniamo
rilevante a questo scopo la teologia della
creazione intesa nell’orizzonte della luce,
che il Verbo di Dio, in cui tutto fu creato
e redento, vi proietta. A questo punto, la
categoria dell’immagine di Dio che qualifica
l’uomo come creatura nel testo della Genesi
(Gn 1, 26-30), quella paolina del
Cristo nuovo Adamo (cf. Rm 5,12-21;
1Cor 15, 21-22) ripresa dal Concilio
Vaticano II (GS 22), riletta alla
luce dell’unica immagine di Dio Primogenito
di tutta la creazione in cui tutti hanno
vita (Col 1, 15; 2Cor 4, 4)
costituisce il criterio
teologico-cristocentrico per decifrare il
mistero dell’uomo. Ciò significa che non
esiste un uomo che non sia creato
nell’immagine di Cristo; è lui che tesse la
realtà umana in quanto creatura.
è
quindi il secondo Adamo sul piano storico
della rivelazione, ma rimane il primo sul
piano ontologico della costituzione dell’humanum.
Scrive Giovanni Iammarrone:
«la dialettica di illuminazione reciproca,
ove ovviamente a Gesù Cristo tocca un ruolo
superiore e normativo, deve essere
talmente radicalizzata, da includere con
chiarezza, esplicitamente, anche
l’affermazione che l’essere creaturale
stesso di Adamo, pur avendo la sua
consistenza, il suo spessore, tuttavia ha in
Gesù Cristo, nel mistero/nella missione di
Cristo, la ragione della sua esistenza
stessa e del suo essere immagine di Dio.
… Il secondo, ultimo Adamo, non è solo la
pienezza del primo, ma è anche la radice, il
motivo dell’esistenza e della vocazione di
lui; il quale perciò nel suo essere stesso
di creatura immagine di Dio trova in Gesù
Cristo il fondamento e la ragione intrinseca
della sua realtà umana».
Due aspetti sono affermati in questa
citazione: il fondamento (la radice) e il
motivo dell’esistenza e della vocazione
umana. Ciò vuol dire che Cristo è il
fondamento e la norma, la misura dell’umano.
Infatti, il piano ontologico rimarrebbe come
una retroguardia senza concretezza se no si
traducesse in una struttura esistenziale che
si manifesta come attuazione e pienezza
dell’umano. La struttura concreta del
radicamento dell’humanum in Cristo si
contempla attraverso l’incarnazione del
Verbo eterno di Dio nell’uomo Gesù di
Nazaret. Dopo l’affermazione: «Con
l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito
in certo modo ad ogni uomo», la costituzione
pastorale Gaudium et Spes del
Concilio Vaticano II precisa: «Ha lavorato
con mani d'uomo, ha pensato con intelligenza
d'uomo, ha agito con volontà d'uomo ha amato
con cuore d'uomo. Nascendo da Maria vergine,
egli si è fatto veramente uno di noi, in
tutto simile a noi fuorché il peccato» (GS
22). Lavorare, pensare e agire attraverso la
corporeità e le potenze psicologiche
dell’uomo, significa che il Figlio di Dio
abbraccia realmente le potenzialità umane.
Così Cristo rivela l’umanità dell’uomo nella
sua concretezza e il suo destino. Tra le
potenzialità assunte da lui,
alcune rivestono una rilevanza particolare
nella comprensione dello sviluppo umano
nella missione. Ne enumeriamo soltanto tre.
1. La relazione dell’uomo a Dio: è questa la
struttura formale dell’essere e dell’agire.
Tutto si ricollega al Padre, fonte e destino
di tutto. Questa relazione diventa
consacrazione al Padre e alla sua causa. Il
comportamento del cristiano nella missione e
altrove ha nel Padre di Gesù Cristo che è
anche padre di tutti gli uomini in lui, la
misura ultima (cf. Mt 5, 44-48). E
quella misura non è altro che l’amore
impegnativo per l’uomo fino a dare il
proprio Figlio per la salvezza dell’umanità
(Gv 3, 16) allorché essa, lungi di
esserne riconoscente, risponde con il
rifiuto e l’ostilità. Quindi, quando si
tratta della salvezza dell’uomo, non c’è una
reticenza giustificabile. Così, anche nelle
situazioni nuove e imprevedibili, i figli
nel Figlio, impegnati nel vasto campo della
missione cercano di individuare la volontà
del Padre e la compiono.
2. La libertà come struttura ricevuta
(dono), assunta e esercitata
(responsabilità) per fare il proprio
percorso in modo filiale a partire da Gesù
che manifestò la sua libertà da tutto per
amare senza limiti nel servizio fino al dono
estremo di sé. Ed è nella stessa libertà che
il male e il peccato che cercavano di
afferrarlo sono stati vinti. La salvezza
comporta sempre quest’aspetto fondamentale
di annuncio che l’uomo è salvato da Cristo,
perché in lui, sia collaboratore della
salvezza dal male in tutte le sue forme.
3. La socialità che inizia con la cellula
uomo-donna in comunità di amore-unione nell’alterità
fino ad orizzonti più ampi a vari livelli
della famiglia umana. Ciò vuol dire che
l’umanità è una attraverso la sua diversità
e che ciascuno è responsabile di tutti e
tutti responsabili di ciascuno. C’è un’unità
fortissima scaturita dalla condizione
creaturale nella quale è radicata un
principio di solidarietà secondo la quale
chi si eleva nella santità eleva il mondo, e
parallelamente, chi si abbassa per il
peccato abbassa con sé la Chiesa e, in
qualche modo, il mondo intero (cf. RP
16). Ricordiamo che, in virtù di questa
fraternità universale con l’humanum,
il Figlio di Dio, entrando nell’umanità, pur
essendo senza peccato né di origine
(proviene da Dio) né personale (non ha mai
scelto il male), ricapitolò l’umanità con la
sua carne di peccato e vinse così il peccato
lottando con esso sul proprio campo Non c’è
una decadenza della dignità dell’uomo che
non sia un’involuzione dell’intera umanità.
Essere responsabile dello sviluppo umano non
significa altra cosa che tradurre in
servizio di amore oblativo e solidale la
fraternità di tutti gli uomini. Anche
quest’aspetto riveste un cristocentrismo
inequivocabile: Cristo che assunse in lui
tutta l’umanità nella sua estensione e nella
sua densità si è identificato con i più
deboli sull’amore attivo verso i quali
ciascuno sarà giudicato (cf. Mt 25,
31-46).
2.4
La visione del Regno di Dio
Ricordiamo che il presupposto della
rilevanza della categoria del Regno nella
missione è che la Chiesa rende presente la
missione di Gesù realizzatasi lungo la
storia dell’umanità. Dato il pericolo di
riduzionismo del concetto dovuto forse
all’influsso ideologico dell’impostazione
temporale del regno di Dio o quello della
contrapposizione della città celeste alla
città terrena, bisogna puntualizzare che il
concetto del regno di Dio non include nessun
dominio su un feudo determinato, bensì
un’azione mediante la quale Dio guida e
governa l’umanità offrendogli la sua
salvezza. Orbene, l’intera missione di Gesù
fu di manifestare nella sua persona, nella
sua azione e nel suo messaggio l’avvento del
regno di Dio : «Bisogna che io annunzi il
regno di Dio anche alle altre città: per
questo sono stato inviato» (Lc 4,
43); «Il tempo è compiuto e il regno di Dio
è vicino; convertitevi e credete al vangelo»
(Mc 1, 15); «Cercate prima il regno
di Dio e la sua giustizia, e tutte queste
cose vi saranno date in aggiunta» (Mt
6, 33).
Questo aspetto sarà chiaramente sottolineato
dal magistero recente della Chiesa sulla
missione.
Sulle labbra di Gesù, l’espressione in
quanto tale non è una novità. Una
sedimentazione di significati si era
costituita attorno a questo concetto
dall’epoca dei re fino all’epoca del
giudaismo: la dimensione nazionalistica di
un Dio che guida e protegge il suo popolo
alla maniera di un re; la dimensione
religiosa di una teocrazia che riconosce il
Dio santo come il vero sovrano del suo
popolo e la dinastia regnante stabilita in
dipendenza di lui; la dimensione cosmica,
universale (su tutta la creazione e in tutti
i tempi), con portata trascendente e
prospettiva escatologica; la dimensione
salvifica e spirituale realizzata; l’avvento
trasferito agli ultimi tempi; ecc. Fra tutti
questi significati, Gesù sembra avere
riallacciato il suo messaggio al senso
suggerito dal deutero-Isaia: «Come sono
belli sulle montagne i piedi del messaggero
che annuncia la pace, che reca una buona
notizia, che annuncia la salvezza, che dice
a Sion: “Il tuo Dio regna”!» (Is
52,7).
Anche se il concetto di regno di Dio era
corrente nella cultura del suo popolo, Gesù
introduce una novità quando dice: «Il tempo
è compiuto e il regno di Dio è vicino;
convertitevi e credete al vangelo» (Mc
1, 15). Dice una novità perché dichiara la
vicinanza della regalità escatologica di
Dio; è ciò in un processo di manifestazione
nella sua persona. In lui si sta realizzando
la regalità dei tempi ultimi in modo
perfetto, effettivo e definitivo.
Accenniamo soltanto a tre aspetti di questa
realizzazione del Regno nella persona e
azione di Gesù. Innanzitutto, il regno
realizzato in Gesù riveste un carattere
salvifico. Ciò significa che anche lo
sviluppo umano nella missione deve essere
una manifestazione della salvezza. Le parole
e le opere di Gesù compiono la profezia di
Isaìa (Is 52,7), annunciano e offrono
la salvezza di Dio. Sono una chiamata di
tutti alla conversione, un’offerta di
salvezza ai peccatori inclusi i pubblicani e
le prostitute (Mc 2, 15-17; Lc
7, 34.36-50; 19,7). La vendetta legata al
giorno del Signore scompare e si ribadisce
l’annuncio del Regno manifestato nei segni
di salvezza: «Lo Spirito del Signore è sopra
di me, per questo mi ha consacrato e mi ha
inviato a portare ai poveri il lieto
annunzio, ad annunziare ai prigionieri la
liberazione e il dono della vista ai ciechi;
per liberare coloro che sono oppressi, e
inaugurare l'anno di grazia del Signore» (Lc
4, 18-19). L’annuncio del regno di Dio è
correlato all’insegnamento della via che vi
conduce come ciò appare nelle beatitudini
(cf. Mt 5, 3-10) ove la prima e
l’ultima sono direttamente collegate
all’accesso al regno di Dio. Con
quest’inclusione, la via delle beatitudini è
da intendere come direttamente collegata al
regno di Dio.
Nello stesso modo, l’affresco del giudizio
finale dimostra quanto la strada del regno
consista nel riconoscere nell’andare
incontro a Cristo che richiama l’esercizio
della carità attraverso volti bisognosi
dell’assistenza generosa (cf. Mt 25,
31-46).
Il secondo aspetto è il carattere
universale e spirituale del regno. Lo
sviluppo umano nella missione deve essere
offerto a tutti senza discriminazione di
nessun tipo; uno sviluppo che non si
collochi nell’ottica della saturazione dei
beni, bensì in quella della salvezza che
fortifica l’uomo interiore. A partire dalla
chiarezza e la purezza spirituale che Gesù
ha del concetto di Dio, egli purifica il
concetto del regno, corrente nel suo
ambiente perfino nel circolo degli apostoli.
Pertanto, Gesì raddrizza continuamente la
tendenza dei suoi uditori tentati di ridurre
il regno all’aspetto temporale di un
messianismo politico (Gv 6,15; Mc
8, 32ss; 10, 37; 14,17; Lc 22, 38).
Inoltre, il regno di cui egli è araldo è
offerto a gente di ogni provenienza (Mt 8,
11, ss; Lc 13, 28ss). Con il regno così
manifestato, la salvezza è resa disponibile
ai buoni e ai cattivi che devono percorrere
l’esistenza terrena insieme mentre anche ai
cattivi è offerto lungo tempo della
conversione, fino al giudizio finale (cf.
Mt 13, 24-30, 47-50). Le esigenze morali
più significative riguardo allo sviluppo
umano in rapporto all’indole universale e
spirituale del regno e indotte da essa sono:
la conversione e la fede (Mc 1, 15);
la pratica di una giustizia maggiore,
superiore a quella comune legalistica (cf.
Mt 5, 20); la perfezione in tutto
fino all’amore dei nemici sulla scia della
stessa perfezione del Padre (cf. Mt
5, 48); l’amore di Dio e del prossimo
articolati tra di loro (Mc 22,
34-40); il farsi prossimo di ogni volto
umano la cui manifestazione costituisce un
richiamo dell’altro alla responsabilità (Lc
10, 25-37).
Il terzo aspetto è la presenza del Regno
escatologico nella persona e azione di Gesù.
Vale a dire che Gesù manifesta in lui stesso
e nella sua azione l’avvento del Regno senza
perciò attenuare la sua consistenza
escatologica. Gesù non si proclamò messia in
un ambiente imbevuto dalla sua attesa.
Riferì la sua missione all’ambito religioso
per significare che i tempi erano compiuti
per la manifestazione della salvezza di Dio.
Perciò compiva i segni della salvezza
escatologica (cf. Mt 11, 2-6).
Regno di Dio e salvezza formano un’unità e
testimoniano insieme l’evento escatologico
realizzatosi in Gesù che compie i segni che
indicano il suo compimento futuro. Tutti i
miracoli e le guarigioni sono segni della
potenza di Dio in atto. Le parabole della
crescita (il seminatore, il grano di senapa,
la zizzania e il grano: Mt 13)
indicano quanto il presente della salvezza
che si manifesta nella persona di Gesù è il
segno di una realtà la cui piena
realizzazione si situa nel futuro
sconosciuto dagli uomini. Da qui il
principio di compenetrazione della città
celeste nella città terrena senza esaurirsi
in essa né esservi riducibile.
C’è ancora da aggiungere che il criterio di
questa compenetrazione è proprio
l’auto-identificazione del Figlio di Dio
fatto uomo come «Figlio dell’uomo»
che segna i tempi della fine, il sigillo
dell’eternità nel tempo. Appunto, nella
comunità della salvezza dalla quale si
compie la missione, il risorto è presente,
mediante il suo Spirito, illumina i suoi
missionari mostrando a loro i suoi volti
disfatti (Mt 25, 31-46), effondendo
la sua carità nei loro cuori per spingere
sulla via della congiunzione dello slancio
verso il Padre e l’amore senza limiti al
prossimo, facendoli vivere secondo la carta
del Regno (Mt 5-7) senza preoccuparsi
di raccoglierne i frutti perché i frutti del
Regno sono riservati al Padre e ai tempi
fissati da lui (cf. At 1, 7).
Dopo questo percorso che ci ha condotti
dallo stato della questione dello sviluppo
umano ad una riflessione teologica al
riguardo, concludiamo senza esclusione per
ulteriori approfondimenti. Perciò
accenniamo a quattro principi che ci
sembrano più appropriati per guidare in modo
particolare la teologia dello sviluppo umano
nella missione. Il primo è il principio
cristologico indicato nell’enciclica
Redemptor Hominis di Giovanni Paolo II
(n. 11), secondo il quale Gesù Cristo è
stabile principio e centro permanente della
missione, che Dio stesso ha affidata
all'uomo. Tutto scaturisce da qui. Lavorando
per lo sviluppo umano non si fa altro che
trarre le conseguenze di questo principio
giacché Cristo è il soggetto della missione
e il suo Spirito spinge sulle vie della
missione dove il missionario è stato
preceduto dallo Spirito. Inoltre, è lo
stesso Cristo che dà forza per realizzare i
segni della salvezza dei tempi della fine.
Il secondo è il principio della
“te-antropologia” riassunto dalla Gaudium
et Spes in questi termini: «Con
l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito
in certo modo ad ogni uomo». Sulle vie della
missione, lo sviluppo umano scaturisce dal
riconoscimento delle presenze del Risorto
sconosciuto attraverso i volti concreti che
necessitano di essere elevati a degne figure
di figli di Dio nel Figlio unico Gesù
Cristo. Il terzo è collegato al secondo:
«L'uomo, nella piena verità della sua
esistenza, del suo essere personale ed
insieme del suo essere comunitario e
sociale… è la prima strada che la Chiesa
deve percorrere nel compimento della sua
missione» (RH 14). Il quarto è il
principio di compenetrazione tra vangelo e
vita, tra evangelizzazione e promozione
umana nella missione: «Tra evangelizzazione
e promozione umana - sviluppo, liberazione -
ci sono infatti dei legami profondi» (EN
31). Per realizzare ciò la linea
metodologica resta quella della Gaudium
et Spes: scrutare i segni dei tempi e
interpretarli alla luce del Vangelo (GS
4) per poter vedere le situazioni, giudicare
ciò che è doveroso di fare per la salvezza
dell’uomo e fare ciò che è possibile. In
quest’ottica andrà l’atteggiamento della
responsabilità di tutti verso tutti nella
forza dello Spirito del Cristo salvatore che
i missionari annunziano.