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Missionary news

News   -  07  ( 04.09.2005 )

C O N G O :
Mitico Paese

Dámaso  Zuazua,
Segretario generale delle Missioni

 

    Con più di due milioni di kmq di estensione, ha una dimensione territoriale 4 volte rispetto all’esagono francese, cinque volte rispetto alla geografia spagnola. E’ stato la meta della prima spedizione missionaria (naufragata) del Carmelo Teresiano, nell’aprile del 1582, sei mesi prima della morte della santa Mad prima che la prima donna mettesse piede in territorio di missione… Fu attraversato dagli esploratori del diciannovesimo secolo Livingstone e Stanley.  In questo paese il beato Isidoro Bakanja (+ 1909) e la beata Anwre Teresa di Gesù.  Fu il luogo della prima attività missionaria carmelitana, tra il 1584 e il 1587.  Dal 1585 al 1632 si è fatto un grande lavoro per realizzarvi il sogno dell’impiantazione delle Carmelitane Scalze, tre secoliarite Nmengapeta (+ 1964) patirono il martirio a causa della fede.  Sto parlando del Congo.  

    Povero, perché troppo ricco  

    E’ il paradosso di questo paese africano, ex Congo belga, lo Zaire, Repubblica Democratica del Congo di Cabila e di suo figlio Giuseppe. Perché in Congo le cose funzionano come se un malfattore accanito destabilizzasse in continuazione la situazione? All’inizio le colpe erano imputabili all’arbitraria ripartizione dei paesi confinanti in Africa presenti al Congresso di Berlino (1884-1885) che aveva inaugurato il periodo coloniale. Sono trascorsi 45 anni dal 30 giugno 1960 dal glaciale discorso di Patrice Lumumba alla presenza del re Baldovino di Belgio, momento in cui il Congo aveva conseguito l’agognata indipendenza. Seguirono i tormentati anni del presidente Kasa-Vubu, del primo ministro Moise Tshombe, del tentativo di secessione del Katanga, della ribellione dei Simba… e non furono certo più felici i lunghi anni della dittatura del maresciallo Mobutu (1965-1996).

    Precedute dalle invasioni dei rifugiati ruandese nel 1994, si sono succedute le guerre del 1996 e 1998. L’instabilità, la mancanza di sicurezza personale, le zone contaminate dalla guerriglia, hanno portato al coinvolgimento di forze straniere che hanno saccheggiato le ricchezze minerarie e non sono molto interessate alla cessazione del caos.

    Non c’è guerra in Congo, si dice. Ci sono però fazioni militari che si contrappongono lottando tra loro, ci sono terreni conquistati, zone di grande interesse per il ricco sottosuolo che vengono contese con le armi. Nelle città e nei villaggi ci sono continuamente morti, sequestri o scomparsa di persone, frequenti spari, opposizioni e resistenza, incursioni, giorni interi di confronto militare armato… Il segnale del coprifuoco, senza essere stato dichiarato, si impone per ragioni di prudenza.

    La cosa più triste sono i taciti interessi e la responsabilità internazionale in questa situazione che non accenna a diminuire né vuole giungere ad una soluzione. Da una parte c’è il ricco commercio della vendita di armi a tutti le fazioni che si contrappongono, vendute ad entrambe le parti del fronte. La situazione è ancor più grave nel nord del paese, nella regione del Kivu settentrionale e meridionale. Lì abbondano le miniere di oro e diamanti. Ora è stato trovato il “coltan”, minerale che serve allo sviluppo della telefonia mobile, un minerale radioattivo per la popolazione ma molto richiesto e vendibile per l’industria.  La zona del Kivu è controllata e destabilizzata dall’esterno, attraverso la Ruanda e l’Uganda, dalle nostre superpotenze occidentali.

    Mentre il popolo si dissangua e si disintegra immerso in tanta violenza, il saccheggio prosegue indisturbato e senza controlli. Di conseguenza si produce l’esaurimento e lo sviamento di fondo della funzione pubblica. L’economia è al servizio della guerra, reale e prolungata, sebbene mai dichiarata. Il governo rimane costantemente assente dalla ricostruzione del paese, come se fosse un’usanza inveterata. Tutto s’impolvera, marcisce, invecchia, non si restaura niente, niente si sviluppa e cresce, nessuno si azzarda ad investire in una terra tanto insicura. In alcune zone il raccolto di riso si perde per mancanza di mezzi di trasporto, mentre in altre zone si deve rispondere ai bisogni della popolazione locale comprando riso dal lontano Pakistan…

    Davanti a me ho alcune soluzioni di un partito politico. Anche se fatico a credere che il contenuto sia veritiero, constato che il programma è troppo tattico e concreto per essere falso: satanicamente nazista e perfido, dotati di nomi ed obiettivi. “Bisogna continuare a sfruttare in tutti i modi possibili la presenza degli Interhambwe come alibi per ottenere aiuti internazionali, facendo credere che questa falange armata sia una fonte costante di insicurezza per il Ruanda”. Con queste espressioni e strategie il paese è venduto, è nelle mani di coloro che tirano le pietre e poi nascondono la mano.  Quanti Caino si muovono in questo sporco e letale movimento di interessi? “Abbiamo dato strette raccomandazioni per vigilare sull’operato del comandante e per seguire l’azione della Chiesa Cattolica che, per mezzo di mons. Laurent Monsengwo, semina il disordine e mette in pericolo i nostri interessi”.

    Il documento prosegue prendendo in considerazione tutte le zone orientali: “dobbiamo utilizzare la forza militare, la corruzione e seminare la divisione. Dobbiamo sanzionare quanti non mettono in pratica tale tattica… riducendo al silenzio con tutte le nostre forze quanti si oppongono a questa volontà”. E segue una lista di nomi: il Vescovo ausiliare, in assenza dell’Ordinario, vari missionari e sacerdoti.. non ci dobbiamo stupire per gli assassinati: sono persone destinate al sacrificio previsto da tanta perfidia.

    Parlando di Kinshasa, la capitale, leggiamo: “Fino a questo momento il presidente Kabila non costituisce un ostacolo, dal momento che si è legato con un patto segreto”.  All’interno di tali coordinate, il paese può esplodere in qualsiasi momento perché dorme sopra una polveriera, narcotizzato da slogans e dichiarazioni demagogiche.  Se nelle recenti guerre e nella guerra larvata del dopo guerra ci sono stati tre milioni e 800mila morti tra la popolazione civile, senza contare i militari, la somma nefasta può continuare a macchiare la storia e la vita del popolo.

    Preferisco coprire con il manto della speranza le conseguenze per il futuro. Tanto dolore, tanta sofferenza, prolungata e sanguinante, deve avere la sua aurora di redenzione.  

 

 

    I nostri confratelli  

Atterro a Kinshasa e subito comincia la gioiosa, schiamazzante e disordinata babilonia dell’aeroporto: rumore, confusione, gente in cerca di briciole di fortuna, mendicanti in tutte le forme, a cominciare dagli agenti doganali, non pagati o sottopagati, come tanti altri funzionari. L’ambiente non mi impressiona, lo conosco già. Fuori, nell’oscurità, metto il piede in una buca o una fossa imprevista di un metro e mezzo. Non ci sono forse gli angeli custodi? Ciò che poteva essere una disgrazia, si conclude con una grande paura e qualche graffio. Posso continuare la mia strada. Viva la Provvidenza!

Abbraccio i miei fratelli, ancora toccati per il dolore della recente morte del padre Laurent Kapuku, di 46 anni. Era il superiore di Goma, morto in una clinica di Kinshasa per “insufficienza renale”.  Ci atteniamo a questo referto, senza chiedere altri chiarimenti. Il suo stato clinico, che non era per niente grave, è sfuggito al diagnostico, non ci sono stati esami clinici. Questo nostro fratello è morto dunque “africanamente”, una morte non necessaria. Pace all’anima sua! Da giovane studente di teologia e negli anni in cui ero al Teresianum di Kinshasa era l’organista del convento.

Il degrado e il regresso della città sono visibili a occhio nudo. Quale sarà il grado di contaminazione, la realtà di degrado ambientale che ha causato la morte per epidemia a tutti gli aranci e i limoni di Kinshasa e dintorni? Arriviamo alla casa San Giuseppe, accanto al cimitero di Kintambo, sede del Delegato Generale. La sede è più popolata del solito, a causa del Consiglio di Delegazione, e dei partecipanti al funerale del confratello defunto. Abbraccio padre Jean Pierre Mulowayi, Delegato Generale, p. Jerome Ndeye, p. Joachin Kalonga, Jean Paul Tshisungu, Christian Muta, Theophile Twagirayezu, e il professo semplice Marcel. Affiorano i ricordi della nostra passata convivenza.

Visito la comunità delle Carmelitane Scalze, delle Carmelitane di san Giuseppe (san Salvatore), e arrivo naturalmente allo studentato teologico e alla casa di spiritualità del Teresianum.  Mi viene subito in mente che la Delegazione Generale del Congo ha il primato delle case di spiritualità, dal momento che bisogna contare Lubumbashi, Bukavu e Kananga. Lamento una scarsità d’acqua ma apprezzo la liturgia, brillante e ispirata, tutta cantata con brio ed esultanza. L’assemblea domenicale fa altrettanto. Vorremmo vedere nelle nostre chiese europee tanta partecipazione, raccoglimento, rispetto. Al ritmo del tam tam il canto si alza vibrante: « Kembo na Nzambe ali kolo… ».

In questo momento Kinshasa è solo una tappa del viaggio. Devo viaggiare al nord del paese, verso le nostre comunità di Goma e Bukavu, nella zona conflittuale del Kivu. Con noi viaggia il padre Padiri, capo storico e indomabile della fazione militare dei Mai-Mai. Notiamo i saluti militari a colpi di tacco di stivale.  “Attenzione! Attenzione! Atterriamo a Goma”. L’aereo deve frenare a mezza pista, quasi come davanti ad un muro, perché l’altra metà della pista è ancora coperta dalla lava abbondante, vomitata sulla città dal vulcano Niragongo nel 2002.

A Goma la nostra parrocchia di Katindo è senza superiore, a causa della morte di p. Laurent Kapuku. Insieme a padre Jean Pierre Ngemani anche lui sopraggiunto da Nairobi, si trovano qui per caso gli ultimi due sacerdoti della Delegazione, ordinati il maggio scorso. Sono Ghislain Muteteri e Jérôme Paluku.  Il loro impegno sacerdotale, fatto di dedizione totale alla parrocchia e alla casa, è esemplare. Con estrema semplicità, senza accenti tragici, commentano i pericoli per l’incolumità fisica che ci sono in città. Lo stesso fa la superiora delle Carmelitane Missionarie Teresiane, suor Leonila Lara.  “Il disordine è così abituale che pare organizzato…”, e non si scompone per le tre ore notturne di veglia, a causa degli spari di fazioni rivali, proprio a lato del reparto maternità e del dispensario.  Questa tempra, coraggio e serenità, sono la grande lezione che ci da la vita missionaria.

Con un attraversamento di due ore e mezzo o tre in barca sul lago Kivu si arriva da Goma, capitale del Kivu settentrionale, a Bukavu, capitale del Kivu meridionale.  Qui c’è un’opera che costituisce una delle maggiori sfide nell’Ordine. I Carmelitani dirigono il Centro filosofico “Isidoro Bakanja”, che raggruppa al momento cinque Congregazioni religiose, in attesa di altre. Il centro verrà riconosciuto dall’Università Statale del Congo. Con i carenti o precari mezzi finanziari di cui si dispone, abbiamo affrontato la costruzione del nuovo centro e della futuro nuova residenza carmelitana nel quartiere centrale di Muhumba. La prima casa di studenti, San Giovanni della Croce, sulla collina di Karahle, del 1990, sta diventando una casa di spiritualità.  E’ un po’ troppo lontano dal centro, e quindi per il centro intercongregazionale di filosofia si è dovuto pensare ad un nuovo edificio più accessibile. Qui si concretizza lo sforzo della comunità, nella scolarità quotidiana, nella costruzione del nuovo centro, nell’apostolato carmelitano, nella formazione dei 26 postulanti, tra anno propedeutico e i tre anni di filosofia. E’ un impegno molteplice, che onora la comunità e il Carmelo. Per questo merita anche il nostro riconoscimento, la nostra ammirazione e se è possibile anche il nostro aiuto economico.

Lo studentato di Bukavu è una pietra miliare nella storia dell’Ordine. perché ha meritato la fiducia che lo ha trasformato nel punto di riferimento comune della Conferenza dei Religiosi per lo studio della filosofia. Per i religiosi rappresenta ciò che il Seminario Maggiore di Murhesa rappresenta per il clero diocesano.  Questo risultato è dovuto alla fermezza, alla dedizione e alla responsabilità dei dottori e licenziati in filosofia della comunità carmelitana. Il Vescovo ausiliare, mons. Moroy, - a quanto ci ha detto – conta sulla collaborazione dei Carmelitani per la formazione del suo clero, degli altri religiosi/e e dei laici impegnati. Dall’altro lato della città, appena attraversato il fiume, si trova la città ruandese di Cyangugu, dove si trova un monastero di monache Carmelitane Scalze, tutte africane.

A conclusione di questa visita mi chiedo se noi, membri dello stesso Ordine, saremmo capaci di tanta serenità, fiducia, gioia, di tanta normalità all’interno del convulso ambiente nel quale sono immersi questi nostri confratelli, nella Rep. Democratica del Congo. E’ vero che il Carmelo ha investito molto nel Congo: speranza, personale missionario in passato, risorse economiche, sofferenze e preghiere. Il frutto è istruttivo. Il Congo è la presenza carmelitana più numerosa in Africa, con 39 fratelli di voti solenni, e sette novizi, che hanno professato il 15 agosto. Il segno del suo cammino verso la maturità è la sua missionarietà. Carmelitani del Congo sono a servizio in Italia, in Belgio nella loro comunità di Vaux-sous Chevremont, in Germania, nella Rep. Centroafricana e in Terra Santa.

Sottoscrivo totalmente la dichiarazione della Conferenza Episcopale del paese: “i nostri concittadini devono affrontare l’incertezza del domani, la crescente insicurezza, un’intollerabile miseria… il nostro popolo non merita di continuare a portare il peso di un tale giogo…”. Leggo e medito tali affermazioni pensando proprio ai nostri confratelli del Carmelo.

     
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Updated 28 set 2005  by OCD General House
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