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Missionary news

News   -  10 - ( 28.02.2006 )


NELL’AFRICA ORIENTALE ANGLOFONA

 

Dámaso Zuazua, ocd, Segretario

NELL’AFRICA ORIENTALE ANGLOFONA

 

Dámaso Zuazua, ocd,

Segretario generale delle Missioni

 

In rotta verso l’Africa

Mi sto dirigendo verso l’Africa, l’Africa orientale, anglofona: verso il Kenya e l’Uganda.

Seduto vicino a p. Stephen Watson, definitore generale, impiego le molte ore di volo per leggermi l’enciclica del Papa, “Deus caritas est”. Specialmente la seconda parte mi si presenta come un esame di coscienza per il mio servizio alle missioni carmelitane. “La chiesa non può sottovalutare il servizio della carità, così come non può omettere i Sacramenti e la Parola…” (n. 22). “Per la Chiesa, la carità non è una specie d’assistenza sociale…; essa appartiene alla sua natura ed è manifestazione irrinunciabile della propria essenza” (n. 25). Nei numeri seguenti  (25-26) è chiarita la relazione fra giustizia e carità. Le parole del Papa continuano a colpirmi la coscienza: “L’amore – caritas – sarà sempre necessario, persino in una società più giusta… Chi prova a disinteressarsi dell’amore, si dispone a non curarsi dell’uomo in quanto uomo…” (n. 28). Rimango impressionato da una riflessione tanto penetrante.

 

Kenya

 

È un paese noto all’Occidente per i suoi parchi nazionali aperti ai turisti, per i villaggi maasai. L’aeroporto di Nairobi, funzionante secondo i canoni occidentali, è una stazione d’arrivo e di partenza per tutti i voli della rosa dei venti,.

Il Kenya separa i popoli “camiti” del Nord dai negri, ubicati al sud, e dalle tribù nilotiche del Nordest. È il paradiso di caccia grossa nella maggioranza dei suoi 582.646 km°, in parte affacciatesi alle spiagge costiere ed ai porti dell’Oceano Indiano. Questa regione, appartenente fin dall’antichità al sultanato di Zanzibar, nel 1877 – prima del Congresso di Berlino (1884/85) fu assegnata al governo inglese. Ricordiamo ancora la sanguinosa guerriglia della società segreta dei Mau-mau. Il suo mitico capo, Jomo Kenyatta (1889-1978) è l’artefice dell’indipendenza della tribolata nazione, conseguita, alla fine, il 22 dicembre del 1963. Il Kenya rimase, però, membro del Commonwealth.

L’East African Railways, la ferrovia che unisce Mombasa all’Uganda, percorre 1. 937 chilometri di territorio nazionale. La rete stradale arriva a 51.472 chilometri.

Atterriamo a Nairobi, città ai 1.662 metri sul livello del mare, sull’altipiano dei Kikuyu. Fu fondata nel 1899, come accampamento dei lavoratori impiegati nella costruzione della ferrovia dell’Africa Orientale. È la capitale del Kenya dal 1907. Dinanzi ai nostri occhi, all’orizzonte, la cima del Kilimanjaro (5.895 m.) e le basi del monte Kenya (5.294 m).

Si scorgono anche i segni della grande siccità, la cui notizia è arrivata fino in Occidente. Sarà una catastrofe, se non arriva la pioggia, attesa da mesi. Assicurano essere la siccità più devastante degli ultimi dieci anni. Le mucche, in queste distese desolate, danno poco latte e fanno molta pena.

 

Dal punto di vista missionario, i missionari della Consolata, i Comboniani, ed altre famiglie religiose sono presenti , come risulta da vari mezzi di comunicazione sociale di tematica missionaria. Nairobi, da parte sua, ospita numerose case d’istituti religiosi per la formazione dei giovani membri.

 

Il superiore della nostra casa, padre  Dennis Geng, ed il provinciale di Washington, Philipp Thomas, ci conducono al convento. La breve notte non è sufficiente a smaltire la stanchezza; però le note sonore dell’inno della liturgia mattutina, in Kiswahili, sembrano comunicare all’organismo un impulso antiletargico e rinvigorante. Il giovane fraticello nigeriano ci seduce con la sua predica della miglior tradizione carismatica: occhi, gesti della mano, interrogativi diretti al pubblico, conti improvvisati, sorrisi…; tutto è persuasione e tutto è provocazione e stimolo.

 

Nella nostra casa di Langata Road incontriamo lo “staff” dei cinque formatori della comunità internazionale, composta di 38 membri fra kenioti, nigeriani, malawaiani, nordamericani: 9 sacerdoti e 29 giovani frati in formazione. Gli studenti frequentano il Tangaza College, che si trova a pochi passi dalla nostra casa. È un centro affiliato all’università dell’Africa Orientale. Lì funziona pure un Istituto di Spiritualità, di cui fra breve sarà direttore il p. Stephen Payne, della provincia di Washington. Ammirando questa promettente realtà africana, ricordiamo il p. Filippo Sàinz de Baranda. Durante i suoi due sessenni come superiore generale (1979-1985-1991) egli cullò il sogno di creare in questa città un grande centro di studi, per le garanzie di formazione che essa dava per la zona anglofona dell’Africa. Nairobi doveva essere ciò che Kinshasa, Yaoundè o Abidjan sono per la zona francofona. Con il seme di quell’idea stanno ora nascendo altri centri  carmelitani di formazione ad Ibadan (Nigeria) e a Morogoro (Tanzania).

Il Centro di Nairobi iniziò a funzionare nel 1992. Tre anni dopo (1995) se ne assegnò la responsabilità alla provincia religiosa di Washington. Qui s’è ormai radicata la tradizione dell’incontro annuale dei responsabili carmelitani della regione anglofona. Alla riunione partecipa pure il rappresentante dell’Uganda. Si spera di contare, fra breve, sulla presenza anche del Sudafrica. Il tema comune è, di solito, il funzionamento di questa casa di studi al servizio delle altre giurisdizioni territoriali, la collaborazione interregionale, le prospettive per il futuro… Quest'anno, l’ordine del giorno è speciale: la preparazione del prossimo congresso a Nairobi (5/7 luglio) sulla formazione carmelitana nel settore anglofobo dell’Africa. Si ripete, con sfumature proprie, quello celebrato nel settembre 2004 a Yaoundè (Camerun) per l’Africa francofona. Lo presiederà il Generale dell’Ordine.

       Restando all’ambiente carmelitano della città, si visita sempre la comunità delle Carmelitane scalze, rammaricandoci di non poter toccare i Carmeli di Tindinyo e di Kisii ed le altre comunità della Famiglia carmelitana poer mancanza di tempo.

Partiamo dal Kenya con la notizia fresca della prossima fondazione missionaria dei Carmelitani a Kisii. Nairobi tende ad espandersi con le proprie vocazioni native.

 

 

Uganda, di là della linea dell’Equatore

 

Tra Nairobi, capitale del Kenya, e Kampala dell’Uganda passa la linea dell’Equatore. Un po’ sopra della prima ed un po’ sotto del la seconda. Nel toccare il suolo ugandese  si sale prepotentemente alla mente la “scintilla” devastante che questo paese gioca nella conflittualità della regione dei Grandi Laghi. Artefice del sinistro ruolo è il presidente Museweni, da venti anni al potere ed ora rieletto per la terza volta. Come lo potremmo definire? Un “malandrino” del  Don Chisciotte cervantino, un “demiurgo” al servizio di una certa fazione africana, esiliata in Uganda nel 1959, che lo portò al potere? In ricompensa egli offrì aiuto logistico ai “inkotany” che nel 1994 ritornarono al potere in Rwanda. Le truppe ugandesi continuano ad essere presenti in Congo, nella zona dei diamanti e dei preziosi minerali, destabilizzando gli sforzi di pace, nonostante la presenza dei soldati dell’ONU:

Parlando dell’Uganda, rimane ancora il triste ricordo del dittatore Idi Amin Dada (1971-1979).

Giunto all’aeroporto di Entebbe, la mia curiosità cerca  la posizione esatta della liberazione dei prigionieri israeliani del 1976, liberati dalle truppe scelte israeliane, atterrate inaspettate proprio qui. Il fatto d’enorme eco internazionale  suggerì la proiezione cinematografica “Raid on Entebbe”.

       Prima dell’arrivo degli inglesi in Uganda esistevano più di una trentina di gruppi etnici che coprivano i  235.796 chilometri quadrati dell’attuale nazione. I primi stranieri ad apparire furono gli arabi, nel 1840. Dieci anni più tardi inizia la presenza europea. Il primo re che accolse gli europei fu Mutesa I, conosciuto anche come Mukabuya.

L’inglese John Speke scoprì – primo europeo – le fonti del Nilo. Dopo il Congresso di Berlino (1884/85) la “British East Africa Company” concesse una carta reale al locale regno di Buganda, nel 1888. L’antico regno di Buganda, in seguito protettorato inglese, ottenne l’indipendenza totale l’8 ottobre 1962. Ai giorni nostri il paese conta 24.600.000 abitanit, di cui il 13° si concentra nei centri urbani.

       La religione primitiva era monoteista. Gli indigeni adoravano un solo Dio con vari attributi: Katondo, il creatore; Mukama, il maestro della vita; Seggulu, il signore dei cieli ... Nella leggenda dei Kintu e dei Nambi troviamo una risonanza di Adamo ed Eva. Nelle leggende ancestrali appare pure la storia della salvezza.

       Il cattolicesimo penetrò nel paese con i Padri Bianchi dal meridione, con i Padri di Mill Hill dall’oriente e dai Comboniani - o Missionari di Verona - dal settentrione. È stimolante la storia del paese con la testimonianza straordinaria dei ventidue martiri ungandesi, tra il 1885 ed il 1887. La maggioranza dei giovani era al servizio del re.  Il beniamino era san Kizito, soltanto dodicenne. La storia del martirio merita maggior diffusione nella Chiesa. È la prima testimonianza di un martirio ecumenico, perché accanto ai  22 cattolici erano pure  dei martiri protestanti. Nei dintorni di Kampala, a Nabugongo, si può ammirare la basilica commemorativa.

Sistemandomi nel posto preciso in cui Paolo VI celebrò la messa in onore dei martiri, il 31 luglio 1969, mi risuonano nel cuore le parole più profetiche e più programmatiche che un Papa abbia pronunciato sull’Africa. “Voi, africani, dovete essere ora i missionari di voi stessi... Vale a dire che voi, africani, avete il dovere di continuare la costruzione della Chiesa in questo continente”. Il Papa Montini credeva nelle capacità personali dei figli di questa terra per l’evangelizzazione dei loro stessi fratelli. Nel 1967 aveva steso la lettera apostolica “Africae terrarum” (Delle terre dell’Africa).

 

Nella terra del Carmelo

       Nel parlare del Carmelo in Uganda s’impone un preambolo dal sapore fresco dei “fioretti”. Bisogna ricordare il nome di un carmelitano ungherese, padre Patrick Perjes  (+ 1993). In patria s’era offerto come missionario apostolico. Egli si trovava a Roma nel nostro Seminario delle missioni, a San Pancrazio, quando, nel 1939,  fu destinato alla Missione dell’Iraq. Cadde prigioniero degli inglesi durante la II Guerra mondiale. Come tale, dopo una lunga odissea, fu trasferito al campo di concentramento in Uganda, nel 1942. Passò per Soroti, Kampala, Rubaga, Entebbe, Katigondo, Masaka, Kitovu… Ricevette, persino, l’invito ufficiale, di fondare una missione carmelitana con un vasto territorio a lui affidato. Liberato nel 1947, due anni dopo lo troviamo a Tucson, Arizona, dove si era unito ai carmelitani scalzi catalani, che allora lavoravano negli  Stati Uniti. In data 16 febbraio 1947 scrive nelle sue Memorie (pro manuscripto) “Il mistero continua…”. Parlando del Carmelo ungandese non si deve dimenticare questo carmelitano magiaro che per cinque anni irrigò questa terra col sudore della prigionia.

       Tornando alla presenza del Carmelo dei giorni nostri, dobbiamo menzionare, in ordine cronologico, per primo le Carmelitane scalze di Mityana. Queste giunsero dal monastero di Welden, Germania, nel 1967. Mityana è, in primo luogo, la patria di tre dei martiri ugandesi: s. Mattia Kalembe, s. Luca Banabakintu e s. Noè Mawaggali. È pure la sede suffraganea di Kampala.  Il monastero è all’ombra della cattedrale originale, che evoca architettonicamente una capanna ugandese. Le carmelitane sono sopravvissute alle rivoluzioni, alla dittatura, alla guerriglia, con determinazione  teresiana. Oggi si contano 13 monache: 6 tedesche e 7 giovani ugandesi, con 1 postulante. Due sorelle professe dell’Uganda sono integrate in comunità tedesche. La chiesa locale sente il Carmelo come un aiuto spirituale d’eccezione, riconosciuto con animo grato. Il monastero possiede una grande estensione di terreno boschivo e coltivabile.

        Dei carmelitani ugandesi si parla poco. Si sono, infatti, stabiliti da poco, dal 2002. Tutto iniziò modestamente e continua con discrezione. Kyengeza, la loro sede, si trova nella medesima diocesi di Mityana, a quindici chilometri. Kyengeza dista d’altronde  50 chilometri da Kampala e 70 dalla linea dell’Equatore.  La parrocchia di san Kizito appare sulla collina come un faro. Si è giunti a pitturare una parte della facciata. Il resto e tutto l’interno sono rimasti a mattoni a vista, aspettando un'altra spinta… economica. Il tetto è di lamiera.

La chiesa, costruita nel 1975 come succursale, è parrocchia dall’arrivo dei Carmelitani della provincia religiosa Arizona-California. Essa conta 15 mila persone nel raggio delle 15 cappelle.

Qui vive e si difende la comunità dei carmelitani. Padre David Costello e Padre Colm Stone pettinano capelli bianchi quasi settantenni. Fanno loro compagnia p. Edmond Shabani,  carmelitano della Delegazione Generale del Congo, ed il sacerdote diocesano John Mary Vianney. La comunità gode di armonia di vita, poesia ecologica all’intorno e … musica di clarinetto per rallegrare lo spirito.

       La mancanza di luce elettrice è supplita dall’energia dei pannelli solari per una tenue luce notturna. Con tante privazioni, senza Internet, senza giornali, senza televisione, essi vivono isolati per quanto riguarda l’esterno, però integrati con la gente che evangelizzano. Venne a mancare l’acqua corrente, non avendo che la piovana raccolta nella cisterna. In terre calde si gradisce una doccia frequente. Qui, però, bisogna farla con secchi, per mancanza d’acqua corrente. In guerra, come in guerra! Vale a dire. “In missione, come in missione!” E la vita continua ugualmente, con coraggio.

      

Complemento prezioso è la comunità di quattro Sorelle di ““Marienschwestern vom Karmel”, di Linz (Austria), fondate nel 1861 da Maria Bock  (Teresa di San Giuseppe). È il loro primo “investimento” missionario, un’esperienza che è servito a rivitalizzare l’Isitutto.

Suore e frati s’uniscono ogni giorno per l’Eucaristia e per l’ufficio delle Letture. Suore e frati, nonostante la loro recente implantazione, hanno già entrambi un postulante ed una postulante. Nel nostro collegio di Nairobi studiano un sacerdote ed un professo semplice ugandesi.

       La parrocchia sostiene una scuola elementare ed un’altra secondaria.

 

Conclusione

       É l’ora del ritorno. Possiamo tirare le somme.

Quando si visitano queste comunità missionarie (Nairobi e d Ugana) si giunge ad una conclusione.  In tempi passati l’universalità dell’Ordine era rappresentata dai missionari. Attualmente le vocazioni indigene, frutto della Missione, sono l’espressione del più ricco universalismo del Carmelo. Automaticamente è svanito l’autocentrismo dell’Ordine. Esso era legato a condizioni del passato; oggi, però, tutto ciò è superato e l’Ordine fa sua questa nuova dimensione.

       Con tutto ciò, qualsiasi giovane carmelitano, di qualsiasi Provincia, con vocazione missionaria avrebbe il suo posto in quest’angolo di Kyengeza. É soltanto necessario offrirsi con decisione. La Missione continua, generando Missione. 

 

 

     
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Updated 20 mar 2006  by OCD General House
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