“Permettetemi di assicurarvi –in
nome della tradizione costante della
chiesa- che la vostra vita non
solamente può annunciare l’Assoluto
di Dio, ma possiede anche un
meraviglioso e misterioso potere di
fecondità spirituale”.
Giovanni Paolo II,
Lisieux, 2 giugno 1980
In data 14 dicembre 1927 la Congregazione
dei Riti pubblicava il decreto col quale,
per decisione di Pio XI, si dichiarava “S.
Teresina patrona speciale dei missionari,
uomini e donne, esistenti nel mondo”. Le si
conferiva questo titolo “come era stato
conferito a S. Francesco Saverio, con tutti
i diritti e i privilegi che questo titolo
comporta”.
Questi diritti e privilegi riguardavano il
culto liturgico.
In tal modo S. Francesco Saverio
(1506-1552), il maggiore missionario della
chiesa dopo S. Paolo,
spartiva il titolo di protettore celeste
delle missioni con la santa carmelitana di
Lisieux. A 15 anni e tre mesi entrò al
Carmelo, dal quale non uscì mai fino alla
morte. S. Francesco Saverio era stato
dichiarato già nel 1748 “patrono di tutte le
terre ad est del Capo di Buona Speranza”,
per essere poi nominato nel 1904 “patrono
dell’Opera della Propagazione della Fede”.
E’ giusta la domanda che si fa un autore:
“Essere tutti due patroni delle Missioni
congiuntamente. Lo stesso fatto, non avrà
qualche messaggio da comunicare oggi a noi?”
1.
Prime considerazioni
Tra gli innumerevoli patronati che la chiesa
ha attribuito a S. Teresina, quello delle
missioni è il più sorprendente e famoso, più
ancora del suo recente dottorato ecclesiale
(1997). Sorprende l’equiparazione con il
Santo Gesuita, mitico evangelizzatore
dell’Oriente. Il suo principio spirituale
era stato: “Amare le persone alle quali
siamo inviati, e farci amare da esse”.
Teresa di GB fu nominata patrona delle
missioni senza essere mai uscita dal
monastero, senza aver neppure toccato una
terra di missione. Però il motto della sua
vita era: “Amare e far amare Gesù”.
A questo compito si consacrò con viscerale
generosità: “Come un torrente gettandosi con
impeto nell’oceano, porta con se quanto
incontra nel suo cammino, così, o Gesù mio,
l’anima che si immerge nell’oceano senza
sponde del vostro amore trascina con sé
tutti i suoi tesori. Signore, tu lo sai: non
ho altri tesori che le anime che ti sei
compiaciuto di unire alla mia; questi tesori
me li hai dati tu stesso”.
Questa considerazione riflette la coscienza
missionaria di Teresina. Questa disposizione
di spirito abbraccia, orienta e dona
significato a tutta la sua vita.
Questo messaggio era ben compreso nel
Carmelo e nella chiesa. Quattro anni e mezzo
prima di essere Patrona universale delle
missioni, appena beata, il 30 aprile 1923
era già stata dichiarata patrona delle
missioni carmelitane. La corrente giungeva
da prima. Le acque venivano da dietro, dal
passato. Già nel 1921 la rivista “Il
Carmelo e le sue Missioni” si
pronunciava in questi termini: “Essendo da
tutti riconosciuto lo spirito eminentemente
missionario della nostra sorella Sr. Teresa
di GB, è naturale che, dopo che alla nostra
S. Madre Teresa, vengano affidate alla sua
anima ardente tutte le nostre opere
missionarie. A te, dunque, piccolo fiore
trapiantato nel Carmelo, giardino eletto
della Vergine, che con il profumo delle tue
virtù universalmente ammirate, hai portato
numerose anime a Gesù, affidiamo le amate
missioni, i nostri missionari, questa
rivista, i suoi collaboratori, i suoi
lettori, tutti quelli che in qualche maniera
vogliono alleviare le molteplici necessità
dei tuoi fratelli, lontani dalla famiglia,
dalla amata patria”.
Un mese più tardi, sempre nel 1921, la
stessa rivista missionaria del Carmelo
Italiano ospitava un articolo titolato “La
piccola patrona delle missioni”.
Confrontandola con S. Teresa di Gesù,
“affermiamo che il suo grande cuore (quello
di Teresa di Gesù) ha motivo di esultare nel
vedere così ben riprodotto il suo zelo
apostolico nello spirito di Teresina di
Lisieux, che potrebbe essere definita la
miniatura della grande Teresa d’Avila”.
A livello ecclesiale il 29 luglio 1926 il
Papa Pio XI l’aveva dichiarata Patrona del
clero indigeno o dell’Opera Missionaria
Pontificia di S. Pietro apostolo.
In questa dichiarazione appariva chiara la
volontà della Chiesa di ricordare ai fedeli
un principio fermo ed evangelico che, se
incarnato nella vita di una persona, poteva
apparire più visibile e pedagogico o
catechetico. Per la sua forte attrattiva
carismatica di straordinario rilievo, con la
testimonianza della sua vita e con il suo
linguaggio colorito, Teresa di GB del S.
Volto, offriva un modello più visibile della
esortazione evangelica “Pregate il Signore
della messe” (Mt.9,
38).
L’idea che S. Teresina aveva delle Missioni
può essere sottoposta a un esame critico,
tenendo conto delle connotazioni teologiche
ambientali del tempo e della sua patria.
Ricostruiamo una idea di missione che
potrebbe riflettere la concezione teresiana
nell’ambiente francese del s. XIX: “Essere
missionario vuol dire salvare anime, è
andare a vivere e a lavorare tra le
popolazioni che non conoscono la rivelazione
della salvezza meritata da Gesù Cristo,
portarle a trarre profitto dal sangue
redentore, insegnare loro le verità della
fede, aiutarle ad entrare nella chiesa
universale. È ancora unirsi semplicemente
con la preghiera alla moltitudine di coloro
che ignorano Cristo e condurli a Lui”.
Il concilio Vaticano II definì l’attività
missionaria in questi termini: “Il fine
proprio è la evangelizzazione e la
fondazione della Chiesa nei popoli o gruppi
umani nei quali non è ancora radicata”.
Possiamo riscontrare la conseguenza pratica,
valida per tutti i cristiani, in questa
impostazione e in questo interrogativo di
Paolo VI: “Non sarà inutile che ogni
cristiano e ogni evangelizzatore esamini in
profondità nella preghiera questo pensiero:
gli uomini potranno salvarsi per altre vie,
grazie alla misericordia di Dio, se noi
annunciamo loro il vangelo. Però noi potremo
salvarci se per negligenza, paura, vergogna
–S. Paolo conosce un vergognarsi del vangelo
(Rm.1,16)- o per idee false rinunciamo ad
annunciarlo”?
Lo stesso Papa Montini aveva descritto in
questi termini l’impegno della
evangelizzazione: “E’ prima di tutto
testimoniare in modo semplice e diretto il
Dio rivelato da Gesù Cristo nello Spirito
Santo. Testimoniare che nel suo Figlio ha
amato il mondo: che nel suo Verbo Incarnato
ha comunicato l’essere a tutte le cose e ha
chiamato l’uomo alla vita eterna”.
Nelle sua enciclica sulle missioni “Redemptoris
missio” il papa Giovanni Paolo II offre
questa descrizione della figura del
missionario: “Deve essere un ‘contemplativo
in azione’. La risposta ai problemi egli la
dà alla luce della parola divina e nella
preghiera personale e comunitaria. Il
contatto con le tradizioni spirituali non
cristiane, specialmente dell’Asia, mi ha
confermato nella convinzione che il futuro
della Missione dipende in gran parte dalla
contemplazione. Se il missionario non è un
contemplativo non può annunciare Cristo in
modo credibile”.
Inoltre da quanto Giovanni Paolo II aggiunge
al riguardo, i contenuti e i modi della
evangelizzazione si possono sintetizzare
come segue: 1) la semplice presenza e
testimonianza della vita cristiana; 2) la
promozione umana; 3) la liturgia e la
preghiera; 4) il dialogo interreligioso; 5)
l’annuncio esplicito del vangelo e del
catechismo.
Con questa coscienza Teresina fu missionaria
già nella vita presente. La sua nomina a
Patrona, che la collocava sullo stesso
livello di S. Francesco Saverio, non avvenne
per una coincidenza ecclesiale, frequente
nella storia, di esprimere meglio una
realtà, un principio, una situazione facendo
leva sul confronto tra due realtà, come la
voce e l’eco. Abbiamo l’esempio di S. Pietro
e di S. Paolo: il primo incarna l’autorità
nella Chiesa, mentre l’apostolo dei gentili
manifesta la sua dimensione carismatica. Nel
caso di S. Basilio il grande e di S.
Gregorio Nazianzeno, vescovi e dottori della
Chiesa, il primo si impose per le sue
qualità di capo e di organizzatore,
arrivando ad essere il legislatore dei
monaci dell’Oriente, mentre il secondo era
un contemplativo e un poeta. Conosciamo il
caso dei santi Cirillo e Metodio.
Neppure si possono portare ragioni di
complementarietà, come usiamo fare con S.
Benedetto e S. Scolastica, con S. Francesco
e S. Chiara, con S. Teresa e S. Giovanni
della Croce.
Per ragioni proprie, personali, per la
ricchezza del suo carisma, perché incarna
–l’abbiamo già detto- il principio di una
vita di orazione per coloro che lavorano
nella messe evangelica, S. Teresa di GB è
divenuta Patrona delle Missioni.
1.
Vocazione e carisma
La Francia, patria della santa, conosceva un
grande fervore missionario.
A partire dal 1850 assistiamo alla nascita
di numerosi Istituti missionari. Nel 1890
nel mondo su tre missionari due erano
francesi. In Francia erano nate le Opere
Missionarie Pontificie della Propagazione
della fede, della santa Infanzia. In
particolare la zona della Normandia si
caratterizzava per un rapporto preferenziale
con l’Oriente.
Il protomartire carmelitano, B. Dionisio
della Natività, (1600-1638) era nativo di
Honfleur.
Mons.
Lambert de la Motte, confondatore della
Società delle Missioni Estere di Parigi, era
nato a Lisieux nel 1624. Sono noti i vincoli
che legavano S. Teresa di GB e Teofano
Vénard, giovane martire della Normandia in
Tonchino (+ 1861). Il Carmelo di Lisieux nel
1861 procedette alla prima fondazione
missionaria del Carmelo nel mondo con il
monastero di Saigon per iniziativa di un
vicario apostolico della Normandia.
I due fratelli spirituali della carmelitana
di Lisieux, Alfonso Roulland e Maurizio
Bellière, erano della Normandia.
Gli “Annali della Propagazione della
Fede” , con il supplemento settimanale
che dava informazioni “sull’edificante
quadro delle fatiche e delle vittorie
dell’apostolato cattolico”, avevano una
grande diffusione nella diocesi. Sappiamo
che la famiglia Martin si era abbonata e che
Teresina stessa si era iscritta dal 12
gennaio 1885 all’Opera della Santa Infanzia.
La coscienza missionaria della giovane
Martin si rivelò nella “conversione” del
Natale 1886. Descrivendo questa grazia,
dice: “Come i suoi apostoli, io potevo dire
a Gesù: ‘Signore, ho pescato tutta la notte
senza prendere nulla’. Egli fece di me un
pescatore di anime, sentì un grande
desiderio di lavorare per la conversione dei
peccatori, desiderio che prima di allora non
avevo mai avvertito con tale forza”.
Mesi più tardi, nel luglio 1887, riceverà la
conferma della sua vocazione. Accadde nella
cattedrale di Lisieux: “Una domenica
contemplando una stampa di nostro Signore in
Croce, rimasi impressionata dal sangue che
cadeva da una delle sue mani divine. Provai
una grande pena pensando che il sangue
cadeva per terra senza che nessuno si
premurasse di raccoglierlo. Presi la
decisione di rimanere spiritualmente ai
piedi della Croce per ricevere la rugiada
divina che cadeva, comprendendo che poi
dovevo versarla sulle anime. Volevo offrire
da bere al mio Amato e mi sentivo io stessa
divorata dalla sete delle anime. Allora non
erano le anime dei sacerdoti che mi
attiravano, ma quella dei grandi peccatori”.
Il caso concreto si presentò con la condanna
a morte dell’omicida Pranzini, il suo “primo
figlio”.
Il commento che ne fece dimostra la maturità
che acquistò con questa “grazia unica”,
perché a partire da allora “il mio desiderio
di salvare anime crebbe di giorno in giorno”.
Pranzini sarà il primo “figlio” della
moltitudine che seguirono dopo nel mondo e
nella storia. Con questa atmosfera di
fervore intraprese il suo viaggio in Italia.
Di questo momento sua sorella Celina
riferisce il seguente ricordo. Dopo aver
letto alcune pagine degli Annali delle
Religiose missionarie, Teresina disse: “Non
voglio proseguire la lettura. Ho già un
desiderio tanto veemente di essere
missionaria! Voglio essere Carmelitana”.
Celina aggiunge però un commento: la sua
santa sorella aspirava al Carmelo “per
soffrire di più e con questo mezzo salvare
più anime”.
Una volta entrata nel Carmelo, intese la sua
vocazione come missionaria a partire dalla
contemplazione. “Quello che mi prefiggevo di
fare al Carmelo, lo dichiarai ai piedi di
Gesù-Ostia, nell’esame che precedette la mia
professione: “Sono venuta al Carmelo per
salvare anime e, soprattutto, per pregare
per i sacerdoti. Quando si persegue uno
scopo, occorre impiegare i mezzi necessari
per raggiungerlo. Gesù mi fece comprendere
che mi avrebbe dato le anime per mezzo della
croce.
Nel biglietto che scrisse per questo giorno,
8 settembre 1890, chiese a Gesù: che io
possa salvare molte anime”.
Verso la fine della sua vita (19/03/1897)
aggiungerà di voler salvare anime “anche
dopo la mia morte”.
La convinzione della sua vita carmelitana
rimase sempre la stessa: “E’ per mezzo della
preghiera e del sacrificio che si possono
aiutare i missionari”.
Degno di ammirazione in questo caso è il
fatto che l’attrazione missionaria non si
impone in lei come disposizione
preferenziale della sua persona, ma in forza
della sua vocazione carmelitana. “Voglio
esser figlia della chiesa, come lo fu la
nostra Madre S. Teresa, pregare per le
intenzioni del nostro S. Padre il Papa,
sapendo che le sue intenzioni abbracciano
l’universo. Ecco la finalità generale della
mia vita”.
È un chiaro riferimento alle idee della
Madre Teresa, manifestate con vigorosa
veemenza nei suoi scritti, come V 32; F
1,7; C. 3,10. Perfino nella preferenza
di rimanere in purgatorio pur di poter
salvare una sola anima si mostra in sintonia
cordiale con Teresa di Gesù (cf. C
3,6).
Celina ricorderà nei suoi “Consigli e
ricordi” che Teresina volle essere
fotografata nel giugno 1897 con in mano il
testo di S. Teresa di Gesù: “Per liberare
una sola anima sarei disposta a soffrire
volentieri molte morti (V 32,6; cf.
6M 6,4).
In nome di Teresa d’Avila e della migliore
tradizione dell’Ordine, Teresa di Lisieux si
sente missionaria in quanto monaca
carmelitana. L’espressione ricorre più volte
sotto la sua penna. “Una carmelitana che non
fosse apostola si discosterebbe dalla
finalità della sua vocazione e cesserebbe di
essere figlia della serafica S. Teresa, che
desiderava offrire mille vite per salvare
una sola anima”.
Una tale affermazione è l’eco fedele dello
spirito che la Fondatrice istillò nelle
Carmelitane. Teresina conclude così il suo
pensiero: “Non potendo essere missionaria
nell’azione, ho voluto esserlo per mezzo
dell’amore e della penitenza, come S.
Teresa”.
In perfetta sintonia teresiana, la giovane
carmelitana lexoviense condivide la priorità
dell’ orazione contemplativa per la
Missione: “Quale grande potere ha
l’orazione! Si direbbe che è una regina che
in ogni momento ha libero accesso al re, con
la possibilità di ottenere quanto chiede”.
Con tali presupposti si possono capire
meglio tutti i suoi vigorosi e accesi
propositi missionari. Nel 1895 il Carmelo di
Saigon aveva fondato il monastero di Hanoï.
Da qui giunge a Lisieux una corrispondenza
fittissima. Madre M. Gonzaga cerca
volontarie nella sua comunità. Teresa di GB
si offre personalmente: “Ho accettato non
solo l’esilio in mezzo a un popolo
sconosciuto, ma anche –e ciò mi era più
amaro- ho accettato l’esilio dalle mie
sorelle. Madre mia: per vivere in Carmeli
stranieri occorre, come ha detto Lei, una
vocazione del tutto speciale. Molte anime si
credono chiamate senza esserlo in realtà.
Lei mi ha assicurato che io ho questa
vocazione”.
In una lettera al suo fratello spirituale
Maurizio Roulland scrive decisa: “Affermo
che partirei ben volentieri per il Tonchino,
se Dio si degnasse di chiamarmi”. Onde
evitare qualsiasi possibile equivoco,
ribadisce: “No, non è un sogno: posso
assicurarvi che se il buon Gesù non viene
prima a prendermi per il Carmelo del cielo,
andrò al Carmelo di Hanoi”.
Solo l’aggravamento della malattia pose fine
a questo progetto. Dopo una novena al
martire dell’Indocina Teofano Vénard per
avere luci si impose con evidenza la
necessità della rinuncia.
Rimane però la ragione della sua vocazione
missionaria e la volontà del suo contributo
specifico. Ella spiega: “L’amore chiama
amore”.
Ispirandosi al Cantico dei Cantici, scrive e
commenta: “Attirami! Cosa vuol dire chiedere
di essere attirati se non di unirci nel modo
più intimo all’oggetto che arriva al cuore?
Madre amata: questa è la mia preghiera;
chiedo a Gesù di attirarmi alle fiamme del
suo amore, di unirmi a Lui tanto
strettamente, che Egli viva e agisca in me.
Sento che quanto più il fuoco dell’amore
infiamma il mio cuore, quanto più ripeto
‘attirami’, tanto più le anime che si
accosteranno a me (povera scoria o pezzo di
ferro inutile, se mi allontano dal braciere
divino) correranno veloci dietro l’effluvio
dei profumi dell’Amato, perché un’anima
infiammata di amore non può rimanere
inattiva”.
Hans Urs von Balthasar offre in proposito
questo giudizio teologico: “Qui Teresa
mostra una attitudine che non si può
catalogare né con la nozione di
contemplazione né con quella di azione. Le
due situazioni convergono nell’unica legge
dell’amore, dal quale procede sia la
recezione (passività) sia la fecondità, sia
Maria che Marta. Questo vertice che
trascende la unità è la più grande scoperta
concessa a Teresa”.
La relazione con i suoi due fratelli
spirituali, accrebbe lo spirito missionario
di motivazioni più personalizzate. La
corrispondenza con Maurizio Bellière nel
1895 le venne, ancora una volta, dalla mano
di S. Teresa, “come fiori che sono offerti
per la festa”.
Nel maggio dell’anno seguente fu la volta di
Adolfo Roulland. Dovette essere
tranquillizzata nel suo turbamento di
potersi incaricare spiritualmente di un
secondo fratello sacerdote.
La corrispondenza epistolare con loro è
tutto un genere letterario di alto contenuto
missionario.
Arriviamo così al cuore della originalità
dottrinale di S. Teresina, mentre cerca con
ardore “i doni più perfetti” (1Cor.12,31).
In questa fase della sua vita Teresina entra
in un grande agitazione spirituale. Pretende
di essere troppe cose simultaneamente.
Infine trova la soluzione che tutto
sintetizza: “Nel cuore della Chiesa, mia
madre, sarò l’amore: così sarò tutto”.
In questo clima si devono interpretare le
ardite affermazioni degli “Ultimi
Colloqui”. Sullo sfondo della vita
poteva a buon diritto affermare nella sua
ultima malattia: “Sento che sto per entrare
nel riposo. Però sento soprattutto che la
mia missione sta per cominciare, la mia
missione di far amare Dio come io lo amo. Il
mio cielo trascorrerà sulla terra fino alla
fine del mondo. Sì, voglio passare il mio
cielo a far del bene sulla terra. Non posso
essere felice di godere, non posso riposare
fino a che non siano salve tutte le anime”.
Teresa di GB rimane missionaria fino alla
fine dei tempi.
2.
Storia esteriore. Circostanze provvidenziali
A prescindere dai suoi meriti, alcune
persone intervennero provvidenzialmente al
momento opportuno perché S. Teresina fosse
proclamata Patrona delle Missioni. Prima che
si arrivasse al decreto pontificio sorse un
movimento di base nel campo missionario.
Parliamo prima delle persone.
1. Missionari OMI, Eschimesi e altri devoti
del Canadà
Vivente il fondatore, S. Eugenio de Mazenod,
gli Oblati di Maria Immacolata furono
richiesti di prestare il loro servizio di
evangelizzazione in Canadà. I primi sei
missionari arrivarono a Montreal nel
dicembre 1841. Nel 1845 entrarono a servizio
di Mons. Provencher, vicario apostolico di
tutto il Canadà Occidentale. Così cominciò
quella epopea missionaria, favorita dal
punto di vista pubblicitario dai colori di
una letteratura romantica, secondo il gusto
dell’epoca, con la descrizione degli
spostamenti missionari in slitta o in canoa.
Nel 1859 giunsero al Circolo polare artico,
stabilendo il primo contatto con gli
eschimesi. Attraversano il territorio del
Labrador nel 1866, e nel 1912 diedero inizio
alla missione della Baia di Hudson.
In Francia un giovane seminarista si
entusiasma per la causa della
evangelizzazione degli eschimesi. È Arsenio
Turquetil (1876-1955), originario della
Normandia. A 24 anni nel 1900 si imbarca per
il vicariato apostolico di Saskatchevan,
Canadà. Attraversa in canoa il lago Caribou.
Dopo un viaggio di sette giorni, fatto in
slitta, arriva a prendere contatto con gli
Eschimesi per imparare la lingua. Si tratta
di una evangelizzazione difficile. Il
pessimismo si è diffuso tra i missionari.
“Gli Eschimesi, gli Eschimesi -gli dice il
superiore- Da più di trent’anni prego Dio di
inviare loro un missionario”.
L’ora di grazia per questo popolo della Baia
di Hudson doveva suonare quando si fosse
creato il vicariato apostolico di Keewatin.
Il prelato, Mons. Ovidio Charlebois
(1862-1933) affidò al P. Turquetil
l’incarico di tentare di fondare una
missione a Chesterfield Inlet, in pieno
territorio di Eschimesi “Inuits”. Arrivò sul
posto assieme ad altri due compagni
nell’agosto 1912. Vissero un anno di
assoluta solitudine in quel deserto di neve
e di gelo, senza comunicazioni col resto del
mondo. Si sforzano di imparare la lingua
senza grammatica e senza un dizionario, solo
per mezzo dell’ascolto, della osservazione e
delle domande rivolte agli indigeni. Però la
burla e il sarcasmo erano frequenti tra gli
uditori. Nel novembre 1913 tutti furono
colti di sorpresa alla notizia del martirio
dei Missionari Oblati nel vicino vicariato.
Mons. Cahrlebois decise di sopprimere la
missione, che si presentava sterile e senza
futuro.
In quella circostanza arriva la posta
annuale dall’Europa, dalla diocesi di Bayeux
in Normandia, in concreto da Lisieux.
Contiene una breve vita di Sr. Teresa di GB
e buste di polvere della sua cassa prelevati
in occasione della esumazione dei suoi resti
mortali.
Una santa della sua nativa Normandia, che ha
promesso di aiutare i missionari e mantiene
la promessa? Si decide di provare una
strategia. Può sembrare un infantilismo,
però appartiene alla storia. È la prova di
quel che si realizzò con la fede. La grande
taumaturga di quei tempi rispose alla
speranza in lei riposta.
“Domani mattina –dice il P. Turquetil a Fr.
Girard- andiamo a tentare il colpo. Quando
gli Eschimesi si troveranno riuniti nella
sala per ascoltare il grammofono, io terrò
loro una catechesi come si deve. Mentre io
parlo loro, tu invocherai Teresina; aprirai
i sacchetti e con discrezione spargerai il
contenuto sulla testa dei miei uditori”. Il
giorno seguente, puntualmente, arriva la
sorpresa. Lo stregone di Chesterfield, il
peggior nemico della Missione, chiede il
battesimo, aggiungendo convinto: “Verrò qui
tutti i giorni; farò tutto quello che mi
dirai, perché non voglio andare all’inferno”.
La sua conversione attirò tanti altri
Eschimesi a prepararsi al Battesimo. Il 2
luglio 1917 si arriva al battesimo di 12
Eschimesi. I neofiti dimostrano un grande
fervore eucaristico. Ammirati e grati, i
missionari riconoscono il miracolo compiuto
da Teresina. In visita alla missione di
Chesterfield durante l’anno 1923, Mons.
Ovidio Charlebois, che anni addietro voleva
sopprimere la missione, decide di creare
altre stazioni missionarie. A
Pointe-aux-Esquimaux sarà costruita la prima
chiesa in onore della B. Teresa di GB.
Il 17 maggio 1925 il P. Arsenio Turquetil
ritorna nel Canadà dopo una visita in
Francia. Due mesi più tardi, il 15 luglio,
viene nominato primo prefetto apostolico
della Baia di Hudson. La nuova
circoscrizione missionaria viene consacrata
al patrocinio celeste della nuova Santa, che
amava la neve e promise di passare il suo
cielo facendo del bene sulla terra. La sua
statua posta nella cappella costituisce una
attrazione per gli Eschimesi. Dietro la
spinta del nuovo prelato vengono aperte
altre quattro stazioni missionarie. Mons.
Turquetil inaugura l’ospedale “S. Teresa” a
Chesterfield, il primo del grande Nord,
installa il riscaldamento e altre comodità
fornite dal progresso. Lo sviluppo cristiano
della zona sorprende la Congregazione di
Propaganda Fide, che nel luglio 1931 eleva
la missione alla categoria di Vicariato
Apostolico, conferendo il 23 febbraio 1932
la consacrazione episcopale a Mons.
Turquetil. La sua celeste patrona lo salva
dai pericoli di attraversate difficili, lo
aiuta chiaramente nello sviluppo della
missione.
Il racconto appare per lo meno
straordinariamente carismatico. Però è
attestato dai fatti. Tuttavia, devono
succedere altre cose importanti che ci
interessano più direttamente.
Un laico canadese, il Sig. Paul Lionel
Bernard (1889-1965), fu un teresianista
entusiasta della prima ora.
Già nel 1910 stabilì una relazione stabile
con il Carmelo di Lisieux e la coltivò tutta
la vita, occupandosi nel 1957 della
beatificazione dei genitori di S. Teresa.
Nel 1917 si era fatto portavoce nazionale,
chiedendo a Benedetto XV la rapida
beatificazione della taumaturga carmelitana.
Gli riuscì di presentare al Papa varie
migliaia di firme per questa petizione,
raccolte in 12 volumi. Nel 1925 fu il
promotore di una relazione firmata dai
vescovi canadesi sulla eccezionale “pioggia
di rose” di grazie, di guarigioni, di
suppliche esaudite, di interventi celesti in
questo paese settentrionale dell’America.
Pio XI esaminò l’informazione compiaciuto.
S. Teresa di GB sarà proclamata Patrona
delle missioni del Canadà? Interviene a
questo punto Mons. Charlebois con la sua
fede e la sua esperienza teresiana che si
evidenziarono nel caso del P. Turquetil.
Sempre in collaborazione con il Sig. Paul
Lionel Bernard, egli nominato “vescovo
polare” nel mese della canonizzazione “della
più grande santa dei tempi moderni”, maggio
1925, comunica la sua idea ad alcuni vicari
apostolici del Canadà e raccoglie 12 firme
di adesione. Nel marzo 1926 si presenta al
Papa. Si fa strada una domanda nella curia
romana. Il Card. Van Rossum, prefetto di
Propaganda, si domanda se la supplica
canadese si riferisce solo alle missioni di
quel paese o anche alle missioni del mondo
intero. Nella seconda ipotesi bisognerebbe
consultare l’episcopato missionario del
mondo.
Messosi all’opera, per il marzo del 1927
Mons. Charlebois aveva raccolto già 232
adesioni. Alcune lettere contenevano
relazioni entusiastiche, perché anche altri
vicari apostolici nel mondo avevano
sperimentato segni manifesti della
intercessione della santa carmelitana di
Lisieux. La pubblicazione “Pluie de roses”
le riporta a centinaia.
Maria della Redenzione, orsolina di
Trois-Rivières e grande amica della Madre
Agnese di Gesù, rilega il plico delle
adesioni, prepara un album accurato che il
14 ottobre 1927 fu consegnato a Pio XI. Papa
Ratti lo esamina con ammirazione. Però le
Congregazioni dei Riti e di Propaganda Fide
manifestano la loro contrarietà alla
possibile attribuzione del titolo di Patrona
delle Missioni. Il Papa insiste che si
consideri attentamente la cosa. Il suo
intervento indusse la Congregazione dei Riti
a preparare il decreto col quale il 14
dicembre 1927 S. Teresa di GB veniva
proclamata Patrona universale delle
missioni.
Con mirabile sintesi Mons. Charlebois poteva
scrivere al Carmelo di Lisieux: “Non c’è da
attribuirmi tutto il merito. Ammetto di aver
suggerito l’idea e di aver prestato il mio
nome; per il resto bisogna tener conto di
alcuni che si sono dedicati in modo
ammirevole a questa cara causa, e alle
vostre preghiere. Però, soprattutto, è stata
la nostra buona santina che dall’alto dei
cieli faceva scendere la sua pioggia di
rose, dando esito positivo a tutti i nostri
passi. Lei desiderava di cuore essere
Patrona dei missionari che tanto amò e per i
quali tanto soffrì”.
b) Il Papa delle Missioni, Pio XI
Abbiamo accennato al suo intervento. Il Papa
delle missioni assunse la responsabilità di
porre il gesto a quel tempo innovatore e
coraggioso di nominare come Patrona delle
Missioni la Santa che aveva definita “la
stella del suo pontificato”.
Onde evitare qualsiasi equivoco che il
titolo risultasse secondario e modesto, nel
decreto si dice che la Santa carmelitana di
Lisieux era “Patrona allo stesso titolo di
S. Francesco Saverio”.
La nomina non fu il frutto di un impulso
della sua devozione personale. Il Papa Ratti
prese in considerazione la situazione della
Chiesa in quel frangente. In quel contesto
ecclesiale S. Teresa di GB rappresentava con
la massima fedeltà e trasparenza
l’insegnamento del Papa. Ella si trovava
all’apice del suo “uragano di gloria”. Dopo
la Bibbia, la “Storia di un’anima” era la
lettura preferita negli ambienti religiosi.
“Per mano di Teresa –fu scritto- la vita
contemplativa riceveva così una bella
conferma del suo valore apostolico, e
diventava nello stesso tempo un luogo di
riferimento per i missionari e le
missionarie”.
Il 28 febbraio 1928 Pio XI firmò la sua
enciclica missionaria “Rerum Ecclesiae”.
Il documento papale giungeva come uno
splendore dell’anno santo 1925, della
esposizione missionaria vaticana, della
creazione del museo missionario, della
canonizzazione di S. Teresina e della sua
nomina quale Patrona dell’Opera Missionaria
Pontificia di S. Pietro Apostolo. Mettendo a
fuoco questo ultimo accenno, l’enciclica
presenta la santa “come colei che, mentre
viveva quaggiù la sua vita claustrale,
prendeva sotto la sua protezione e, per così
dire, adottava uno o l’altro missionario per
aiutarlo,come già faceva, con le preghiere,
con le penitenze volontarie o anche
prescritte e, soprattutto, offrendo al
divino Sposo i forti dolori della malattia”.
E conclude manifestando la sua convinzione:
“Con la protezione della vergine di Lisieux,
speriamo i frutti più copiosi”.
Sullo sfondo la figura di S. Teresina
impregna l’intera enciclica. In essa il Papa
ha ratificato l’importanza della preghiera.
Per questo diceva ai missionari: “La stima
in cui teniamo la vita contemplativa non ha
bisogno di argomenti, perché uomini vivendo
nella solitudine attrarranno sopra voi
stessi e sui vostri lavori una inestimabile
abbondanza di grazie”.
Il Papa delle missioni proponeva un
rinvigorito impulso missionario, fondato
sulla orazione e sul sacrificio. Era il
fondamento della espansione missionaria che
avrebbe promosso al meglio la qualità
spirituale del clero, che avrebbe motivato i
cristiani nell’impegno generale per la
riuscita dell’opera missionaria nel mondo.
Alla idea di favorire la creazione del clero
indigeno, presente già nella
“Maximum illud”
di Benedetto XV, Pio XI aggiungeva ora la
proposta di creare Istituti religiosi nei
territori missionari. Sviluppando questa
idea, arriva la proposta: “Con quanta stima
apprezziamo la vita contemplativa fa fede la
Costituzione Apostolica
“Umbratilem”
con la quale approviamo la Regola dei
Certosini. Inoltre noi stessi esortiamo
vivamente i superiori maggiori di tali
Ordini contemplativi a che, con la
fondazione di conventi, importino e
diffondano la forma austera della vita
contemplativa”. Prevenendo possibili
pregiudizi secolari, Pio XI assicura: “Non
si deve temere che questi monaci non
incontrino terreno favorevole in mezzo a
voi, perché gli abitanti, specialmente di
alcune regioni, benché in maggioranza
pagani, per disposizione naturale tendono
alla solitudine, alla preghiera e alla
contemplazione”.
È la novità dell’Enciclica. La testimonianza
di S. Teresina incarnava nella sua persona
l’ideale del Papa. In quest’anno e in questo
clima ecclesiale-missionario del 1926 è in
elaborazione la proposta, all’inizio
canadese, di proporla come Patrona delle
Missioni. Nel dicembre dell’anno seguente si
arrivò a formalizzare con rescritto
pontificio questo desiderio e questo ideale.
Con rinnovato e concreto vigore il Papa
delle Missioni ricordò alla Chiesa la
priorità della preghiera nell’impegno della
evangelizzazione. S. Teresina forniva il
modello incarnato di tale dottrina.
Nella stessa direzione e con gli stessi
obiettivi Teresa di GB fu anche nominata
sotto Pio XI Patrona del seminario
“Russicum” di Roma (1928), della Delegazione
Apostolica del Messico (1929) che
attraversava un tempo di particolari
difficoltà, dell’Unione Sacerdotale di
Lisieux (1929), della Gioventù Operaia
Cristiana (1932).
Conclusione
Il concilio Vaticano II ci ricorda: “Tutti i
fedeli, quali membri di Cristo vivo,
incorporati e resi simili a Lui dal
Battesimo, dalla Confermazione e
dall’Eucaristia, hanno il dovere di
cooperare alla espansione e dilatazione del
suo Corpo, per portarlo quanto prima alla
pienezza” (cf. Ef. 4,13).
Il dovere riguarda tutti. Si comprende
facilmente l’attività, come pure la
prestazione sociale e caritativa della
Missione. Più difficile da evidenziare e da
inculcare, benché abbia un fondamento
biblico, risulta il valore della preghiera.
Si richiede maggior sforzo, più catechesi.
Nella mentalità di Pio XI, S. Teresa di
Lisieux offre una testimonianza precisa ed
esatta e uno stimolo attraente in questo
senso. Per questo la valorizzò come esempio
catalizzatore.
Il fervore missionario di S. Teresina
riveste intense connotazioni di originalità.
È convinta che la sua dedizione alle
missioni con tale intensità è opera di Dio.
“Com’è misericordiosa la via per la quale
Dio mi ha sempre condotta. Non mi fa mai
desiderare qualcosa senza concedermela”.
E nella lettera del 13 luglio 1827 a
Maurizio Bellière, sottolinea la stessa
convinzione: “Mi ha fatto sempre desiderare
quello che vuole darmi”.
In questa dinamica missionaria Teresa sembra
ispirata e sostenuta dal principio enunciato
da S. Giovanni della Croce: “L’anima quanto
più spera, tanto più ottiene”.
Ricordiamo anche la sua sensibilità per le
persone lontane dal Signore, sia che ciò sia
frutto di ignoranza, sia di esplicito
rifiuto. La sua grande prova della fede la
illuminò sul problema della mancanza di
fede: “Signore, la vostra figlia ha compreso
la vostra divina illuminazione. Vi chiede
perdono per i suoi fratelli. Si rassegna a
mangiare, per il tempo che voi riterrete
bene, il pane del dolore, e non desidera
alzarsi da questa mensa piena di amarezza,
alla quale mangiano i poveri peccatori,
finché arrivi il giorno da voi stabilito.
Però non può forse anch’essa dire in nome
proprio e dei suoi fratelli: ‘Abbi pietà di
noi, Signore, perché siamo poveri peccatori?
Oh Signore, rimandaci giustificati. Che
tutti quelli che non sono illuminati dalla
fiaccola della fede la vedano, infine,
brillare”.
Conobbe un caso tra i suoi familiari: “Ho
offerto le mie prove interiori contro la
fede, principalmente per una persona, legata
alla nostra famiglia, che non ha la fede”.
Teresa è un’anima che trascende il chiostro
e intercede per gli increduli.
Il desiderio così ardente, come abbiamo
ricordato, di andare –se fosse stato
possibile- al Carmelo del Tonchino, l’aiutò
a comprendere che Lisieux non la poteva
chiudere in un ambiente senza orizzonte o
con orizzonti ridotti. L’ha aiutata a
“crescere nella sua anima”, ad allargare lo
sguardo e il concetto di missione. Questa
preoccupazione compare in lei già prima
della sua entrata al Carmelo. È una delle
conclusioni del suo viaggio in Italia. In
questa occasione annota una riflessione:
“Com’è bella la vocazione che ha come scopo
quello di conservare il sale della terra!
Questa è la vocazione del Carmelo, dato che
l’unica finalità delle nostre preghiere e
sacrifici è quella di essere apostole degli
apostoli, pregando per essi mentre
evangelizzano le anime con la parola e,
soprattutto, con il loro esempio”.
Già al Carmelo Teresina spiega così la
missione a sua sorella Celina nella lettera
del 15 agosto 1892: “Un giorno pensavo a ciò
che potevo fare per salvare le anime. Una
parola del vangelo mi si è rivelata piena di
viva luce. Una volta Gesù diceva ai suoi
discepoli, mostrando loro i campi pieni di
grano maturo: ‘Alzate gli occhi e guardate
come le campagne già biondeggiano per la
messe” (Gv.4,35).
Poco dopo aggiunge: “In verità vi dico, la
messe è abbondante, ma gli operai sono
pochi. Domandate dunque al padrone della
messe di mandare operai’. Che mistero! Gesù
non è forse onnipotente? Le creature non
sono forse di lui che le ha fatte? Perché
dunque Gesù dice: “Domandate al padrone
della messe di mandare operai’? Perché? Ah!
L’unica ragione è che Gesù ha per noi un
amore così incomprensibile che vuol farci
partecipare insieme con Lui alla salvezza
delle anime, redente, come lei, a prezzo di
tutto il suo sangue”.
Conclude: “La nostra vocazione non è quella
di andare a mietere nei campi di grano
maturo; Gesù non dice a noi: “Abbassate gli
occhi, guardate i campi e andate a mietere”.
La nostra missione è ancora più sublime.
Ecco le parole di Gesù: “Alzate gli occhi e
guardate”. Guardate come nel cielo vi sono
dei posti vuoti: spetta a voi riempirli. Voi
siete i miei Mosè in preghiera sulla
montagna; domandatemi operai e io ve ne
manderò. Non aspetto che una preghiera, un
sospiro del vostro cuore! L’apostolato della
preghiera non è forse, per così dire, più
elevato di quello della parola? La nostra
missione come Carmelitane è di formare degli
operai evangelici che salveranno milioni di
anime delle quali saremo le madri”.
Questo è, in conclusione, il pensiero
missionario di S. Teresina: concreto,
attraente, ricco di suggestioni. “Milioni di
anime delle quali noi saremo le madri”.
Questa è anche la sua missione postuma come
Patrona delle missioni: diffondere la via
dell’infanzia spirituale nei rapporti con
Dio Padre in un mondo autosufficiente che
pretende di prescindere dal Creatore.
Ricordiamo la sua stessa parola: “La mia
piccola via è fatta tutta di fiducia e di
amore”.
Altro suo compito è quello di essere madre
dei missionari. Il suo carteggio antologico
con i due fratelli spirituali è la prova più
convincente della sua maternità missionaria.
Con loro si mostrò sorella maggiore, sorella
sperimentata, sorella pedagoga: madre che
intercede.