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I Carmelitani Scalzi
e le missioni

Silvano Giordano OCD

Scelta e motivazioni dell’apostolato missionario agli inizi della Congregazione italiana

            Nella storia dei Carmelitani Scalzi si possono individuare tre mo­menti principali che determinarono il loro atteggiamento nei confronti delle missioni. Questi si collocano rispettivamente nei primi anni di vita della riforma, prendendo avvio dalla stessa esperienza di Teresa di Gesù; un secondo stadio si verificò nei primi anni nel Seicento, quando i Carmelitani Scalzi entrarono nell’orbita della Curia romana; infine, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, superato il periodo critico del conflitto con i governi liberali, l’Ordine, ormai riunificato, si inserì in modo natu­rale nella corrente missionaria della Chiesa universale.

Le origini

                   È noto l’interesse per il fatto missionario espresso da Teresa di Gesù, preoccupata per la salvezza eterna degli indios americani, da lei stessa in­dicato come uno dei moventi che la spinsero a moltiplicare i suoi monasteri. Invece nella fondazione di Duruelo da lei promossa (1568) questo obiet­tivo non appare in primo piano, ma vi si privilegiano piuttosto modelli ere­mitici di ispirazione francescana, forgiati in Castiglia nel secolo preceden­te e ampiamente imitati da molti degli ordini religiosi di allora. Tali modelli erano ormai obsoleti e furono presto abbandonati già durante gli anni di governo di Nicolò Doria (1585-1594).

                   Negli ultimi mesi di vita di Teresa di Gesù il provinciale, Jerònimo Gracian, organizzò la prima spedizione missionaria in Congo. La paten­te con la quale il provinciale inviava il primo gruppo, che porta la data del 19 marzo 1582, fu emessa con il consenso dei principali esponenti del­la riforma: Giovanni di Gesù Roca, Gregorio Nazianzeno, Mariano di san Benedetto e Nicolò di Gesù Maria Doria, espressamente citati. La spedi­zione non ebbe molta fortuna: i primi due gruppi, partiti rispettivamente nel 1582 e nel 1583, non giunsero mai a destinazione, in quanto l’uno perì in un naufragio e l’altro fu catturato da pirati inglesi. Il terzo, piuttosto esiguo, partito nel 1584, rimase in Congo un paio d’anni, fino al giugno 1586. Non sono chiari i motivi del fallimento di questa terza spedizione: probabilmente sono da porre in relazione con le difficoltà che presenta­va allora la situazione ecclesiastica nell’Africa equatoriale.

La seconda spedizione oltremare fu diretta in Messico. Essa salpò nel luglio del 1585 e il primo convento fu stabilito a Città del Messico nel gen­naio del 1586. Qui l’ordine conobbe un promettente sviluppo, per cui nel 1590 fu eretta la provincia di Sant’Alberto, che divenne operativa nel 1594, dopo la fondazione del quinto convento, presieduta da Eliseo dei Martiri, discepolo di Giovanni della Croce.

Tuttavia tra i Carmelitani Scalzi spagnoli l’apostolato missionario non costituì la preoccupazione principale: la scelta conventuale, forse de­terminata da un’accentuazione degli aspetti eremitici della regola, sem­bra essere stata attuata già nell’ultimo decennio del Cinquecento, anche se per la scarsità di documenti non è possibile conoscerne i dettagli; men­tre invece essa fu più ampiamente teorizzata all’inizio del Seicento e mantenuta fino alla soppressione dell’Ordine da parte del governo spa­gnolo, avvenuta nel 1835.

I Carmelitani Scalzi in Italia

       I Carmelitani Scalzi realizzarono la loro prima fondazione in Italia il 1 dicembre 1584, quando ricevettero la cappella di Sant’Anna, sulle col­line circostanti Genova. Il convento, unica fondazione fuori della Spagna e dei suoi domini, tollerato dalla Curia romana e dai Carmelitani calzati, conobbe un lento sviluppo, essendo rimasto isolato dal resto dell’Ordine dopo la morte di padre Nicolò Doria. Determinante il loro successivo sviluppo fu il cambio di orientamento della Curia romana seguito al proces­so contro il generale del Carmine, Giovanni Stefano Chizzola: durante la visita effettuata alla provincia di Andalusia nella prima metà del 1595, questi venne accusato di aver accettato regali, di adulterio, di disobbe­dienza alle istruzioni del papa, di non aver tenuto una corretta ammini­strazione. Richiamato a Roma nel giugno del 1596, Chizzola fu incarce­rato in Castel Sant’Angelo e, riconosciuto colpevole, esiliato in Sicilia. Il tramite immediato della fondazione romana, stabilita nella chiesa di San­ta Maria della Scala il 20 marzo 1597, fu Pietro della Madre di Dio, sta­bilitosi a Genova a partire dal 1589, che nel settembre del 1596 si trova­va a Roma, chiamatovi a predicare dal cardinale genovese Domenico Pi­nelli, protettore dei Carmelitani.

       L’intenzione di Clemente VIII era di procedere alla riforma dell’Or­dine carmelitano, all’interno di un piano organico da lui attuato in Italia nei confronti di tutti gli ordini religiosi, secondo quanto attesta il duca di Sessa, ambasciatore a Roma di Filippo II, nella sua corrispondenza del 5 maggio 1597: «Poiché Sua Santità nutre un grande desiderio di riforma­re i religiosi, specialmente in Italia, e in particolare la religione della Ma­donna del Carmine, il cui generale ha fatto imprigionare molto tempo fa e credo sia ancora in carcere, avendo ricevuto ottime informazioni circa la riforma ed il buon esempio con cui si viveva nella casa che hanno a Ge­nova i frati Scalzi di questo Ordine della Congregazione di quei Regni, volle che se ne fondasse un’altra in questa città, con l’intenzione che a po­co a poco questa riforma si estenda in Italia».

       Gli orientamenti di Filippo II e degli stessi Carmelitani Scalzi spa­gnoli, che non volevano dipendere da Roma, spinsero il papa, dapprima nel 1597 e poi definitivamente il 13 novembre 1600, a creare una con­gregazione italiana dei Carmelitani Scalzi, indipendente da Madrid. I nuovi arrivati trovarono accettazione presso la curia romana a causa del­la loro condizione di istituto osservante e riformato in linea con gli orien­tamenti tridentini e secondo le norme emanate dal papa regnante, dal quale ricevettero ampio sostegno.

Orientamenti missionari della Curia romana

            La riorganizzazione della Chiesa cattolica dopo il concilio di Trento riportò in primo piano il problema della evangelizzazione dei territori oltremare e di una possibile riconquista del terreno perduto nei territori dell’Europa centrale e settentrionale. Riguardo alle Americhe furono ten­tate diverse iniziative durante i pontificati di Pio V (1566-1572) e di Gregorio XIII (1572-1585), bloccate sul nascere da Filippo Il, che fece vale­re i diritti di patronato. Per le altre aree furono create commissioni car­dinalizie, quali la Congregazione germanica e la Congregazione per gli Italo-Greci, rispettivamente rivolte ai territori dell’Impero e alle comu­nità dell’Italia meridionale, della Grecia e dell’Illiria. Esse si preoccupa­rono particolarmente della preparazione del clero, dando vita a numero­si collegi nazionali, sia a Roma sia in altri territori europei Soggetti a so­vrani cattolici.

            Durante il pontificato di Clemente VIII (1592-1605) l’orizzonte mis­sionario si ampliò ulteriormente: nel 1594 i Gesuiti rinnovarono una spe­dizione presso il Gran Mogol Akbar; nel 1595 il papa eresse l’archidioce­si di Manila con tre suffraganee; nel 1596, con il sinodo di Brest, si giun­se all’unione dei Ruteni con Roma; il sinodo di Diamper nel 1599 portò a termine l’unione con il cristiani di San Tommaso; la Cina cominciò ad aprirsi al cattolicesimo attraverso l’opera di Matteo Ricci e lo scià di Per­sia Abbas I sembrò volersi avvicinare alla Chiesa cattolica. Data l’importanza del tema, nel 1599 Clemente VIII creò una congregazione cardina­lizia super negotiis Sanctae Fidei et Religionis Catholicae, presieduta dal cardinale Giulio Antonio Santori, che quasi subito fu denominata Congregatio de fide propaganda. Dopo un promettente inizio, la congregazio­ne cessò di operare in seguito alla morte del cardinale Santori (7 giugno 1602). Ancora nel 1604 Clemente VIII cercò di farle riprendere la sua at­tività, ma non ottenne i risultati sperati a causa delle difficoltà finanziarie in­contrate.

            Probabilmente lo stesso anno, senza che si possano precisare ulte­riormente i termini, Clemente VIII affidò al carmelitano scalzo Pietro della Madre di Dio, in quel momento commissario pontificio dei tre con­venti esistenti in Italia, il compito di occuparsi delle missioni. L’incarico gli venne confermato da Paolo V, nel momento in cui ascese al soglio pon­tificio (1605)6. Esempi degli interessi di Pietro della Madre di Dio come incaricato delle missioni si possono trovare nel Cartapacio, raccolta di documenti da lui utilizzati nell’espletamento del suo incarico. Vi si tro­vano raccolti senza apparente ordine documenti riguardanti Sassonia, Germania inferiore, Mossul, Chio, Gerusalemme, Egitto, Alessandria, Armenia, Persia, Albania, Antiochia, Congo e Angola, Valacchia e i moriscos spagnoli, alla cui conversione si stava lavorando in quegli anni, imme­diatamente precedenti la loro espulsione dalla Spagna. Si tratta general­mente di memoriali presentati a Clemente VIII e a Paolo V, situabili nei primi anni del Seicento, anche se non mancano copie di documenti pre­cedenti. Circa il carattere ufficiale dell’incarico svolto da Pietro esiste una conferma nella corrispondenza della Segreteria di Stato con il nunzio a Venezia Orazio Mattei, in cui gli viene raccomandato di inoltrare even­tuali lettere del «Padre fra Pietro Carmelitano discalzo» dirette in Egitto, «essendo pertinenti al servitio publico».

I Carmelitani Scalzi in Persia

            Nel 1601 arrivò a Roma un’ambasciata del re di Persia Abbas I, gui­data da Hussein Alì Beg e dall’inglese Anthony Shirley Il suo scopo era stabilire con le potenze europee un’alleanza contro il Turco, comune ne­mico, ed intensificare i mutui rapporti commerciali. La Curia romana colse l’occasione per mantenere viva la lotta antiturca e per tentare una penetrazione religiosa nelle regioni sottomesse ai Persiani, sostenendo le antiche comunità cristiane ivi residenti ed eventualmente introducendovi la religione cattolica. A questo scopo inviò in missione presso lo Scià i portoghesi Francisco da Costa e a Diego de Miranda, partiti da Roma nel 1601. La missione risultò un totale fallimento, da attribuire all’inettitudine e alle discordie dei due protagonisti. Il previsto invio in Persia di mis­sionari gesuiti provenienti da Goa non si realizzò ed al loro posto andò un gruppo di agostiniani, inviati dall’arcivescovo di Goa Alejo de Meneses. Il procedimento utilizzato e le informazioni negative pervenute a Roma sul conto degli Agostiniani indussero Clemente VIII ad inviare i Carmelitani Scalzi. Il successivo svolgersi degli avvenimenti mostra l’interesse da par­te del papa di dirigere da Roma una possibile penetrazione cattolica nei territori dello Scià, mentre l’invio di missionari da Goa avrebbe supposto il controllo da parte del patronato portoghese.

  Il 6 luglio 1604 partirono da Roma Paolo Simone di Gesù Maria, Gio­vanni Taddeo di sant’Eliseo, Vincenzo di san Francesco ed il fratello laico Giovanni dell’Assunzione, accompagnati dal militare spagnolo Francisco de Riolid. Avrebbero percorso, in tre anni e cinque mesi, un itinerario che toccò l’Europa centrale, la Polonia, la Russia e il Mar Caspio. Essi ricevettero, in quanto sacerdoti regolari, ampie facoltà per ammini­strare i sacramenti, trattare con eretici e scismatici, leggere libri proibiti a scopo controversistico, istruire e battezzare neofiti e accettare conven­ti e candidati al loro abito. La missione suscitò le proteste degli Agostiniani, che ricorsero all’ambasciatore spagnolo presso la Santa Sede affermando di avere l’e­sclusiva sulle regioni del Golfo Persico per il fatto di esservi arrivati per primi e in conformità con la prassi adottata dai re di Portogallo di affida­re le singole regioni ad un solo Ordine religioso per evitare che le popo­lazioni locali rimanessero disorientate dalle differenze di abiti e di cerimonie. La protesta venne fatta propria dalla corte spagnola, che chiese al nuovo papa, Paolo V, di far tornare indietro i Carmelitani. Tuttavia il pontefice ignorò le proteste, proseguendo la politica del suo predecessore mi­rante a far riacquistare alla Santa Sede l’iniziativa missionaria.

  La situazione che i Carmelitani Scalzi trovarono in Persia, nonostante le speranze, fu di chiusura pressoché totale. Ciononostante la missione persiana ebbe per loro un’importanza fondamentale. In primo luogo confermò definitivamente il loro ingresso nell’orizzonte dell’azione politico­religiosa della Curia romana; secondariamente il viaggio attraverso l’Europa centrale li fece conoscere nelle principali corti. Nell’agosto del 1604 il nunzio all’imperatore Giovanni Stefano Ferrero accennava all’oppor­tunità che essi fondassero un convento a Praga, mentre nel 1605 fu aperto un convento a Cracovia, primo passo per l’ulteriore espansione in Polonia. La presenza per molti aspetti infruttuosa ad Ispahan mostrò le pos­sibilità esistenti nell’ambito mediorientale: nell’arco di pochi anni venne­ro successivamente stabilite le stazioni missionarie di Bassora, Shiraz, Masqat, Aleppo, fino al recupero del Monte Carmelo, avvenuto sul finire deI 1631. Le difficoltà incontrate ad Ispahan suggerirono lo spostamento verso oriente, nei territori controllati dai Portoghesi: Hormuz, Tatta, Goa, Mogol, Diu. In queste ultime regioni si manifestò l’inevitabile protesta del padroado, particolarmente significativa in occasione della fondazione del convento di Hormuz. In tale frangente l’appoggio offerto dalla Curia ro­mana fu decisivo: quando il procuratore generale della Congregazione di Spagna chiese che si delimitassero i territori di competenza delle due congregazioni dei Carmelitani Scalzi, assegnando le Indie occidentali ed orientali al ramo spagnolo, la Congregazione dell’Inquisizione, cui venne sottoposto il quesito, si mostrò contraria, ritenendo che non «si dovea ligar le mani Nostro Signore Vicario di Christo che non potesse mandar quelli religiosi che gli piacesse per tutto il mondo», ed il suo parere ven­ne fatto proprio dal papa”.

La discussione interna circa le missioni

 L’orientamento dei Carmelitani Scalzi italiani quanto all’apostolato appare chiaramente delineato nelle prime costituzioni. Il principio stabi­lito nel prologo, secondo cui la potior pars è l’arcana unio con Dio e la posterior è il servizio del prossimo”, veniva letto alla luce della regola car­melitana, che prescrive ai religiosi di rimanere “in cellulis suis, vel iuxta eas”, limitando di conseguenza le uscite dal convento e il contatto con i secolari’. Era comunque non solo permessa, ma anche raccomandata l’azione pastorale consistente nella predicazione al popolo, in forma di omelia festiva e di quaresimale, e nell’ascolto delle confessioni; si consi­gliava di istituire presso i conventi la confraternita della Madonna del Carmelo, cui potevano aderire chierici e laici, e di insegnare la dottrina cristiana, sia in convento sia in forma itinerante; era contemplata l’assistenza spirituale ai conventi femminili, avvertendo che l’esercizio della predicazione e della confessione presso tali istituzioni doveva essere richiesto dal superiore delle monache. Si dava poi ampio spazio alla legi­slazione per le case eremitiche, cui erano dedicati cinque capitoli delle costituzioni, anche se, al momento in cui esse furono redatte, non esiste­vano ancora. Delle missioni non si faceva parola.

Il problema venne sollevato dalla base. Giovanni di Gesù Maria forni­sce una versione autorevole dei fatti nella sua Historia missionum, scritta nel 16l5. Il protagonista fu Giovanni di sant’Eliseo, Roldàn, spagnolo di nascita, giunto a Roma con l’intenzione di andare a predicare tra i Turchi. Il suo desiderio venne accolto con scarsa considerazione e Pietro della Ma­dre di Dio lo inviò a sostegno del convento di Napoli, appena fondato. Qui Giovanni fece conoscenza con Francesco Cimino, barone di Caccuri, il qua­le aveva concepito l’idea di impiegare le sue sostanze nella costruzione di uno speciale collegio in cui accogliere ragazzi turchi catturati dai cristiani in modo da insegnare loro la religione cristiana e rimandarli nei loro paesi come missionari. Giovanni di sant’Eliseo lo convinse a dedicare le sue sostanze al recupero del Monte Carmelo, culla dei Carmelitani, dove i religiosi avrebbero potuto impiegarsi nelle missioni tra gli infedeli. Al progetto fu guadagnato anche il genovese Paolo di Gesù Maria, Rivarola, dapprima vicario, mentre si costruiva la casa, e poi sottopriore del convento. Qualche tempo dopo arrivò a Napoli Pietro della Madre di Dio, che disapprovò l’iniziativa: «In patrum coetu severe obiurgavit quod rem a graviori­bus patribus exploratam et improbatam sine praelati concessu ut coniecta­ri poterat non modo tentasset, verum et promovisset». Tuttavia Pietro della Madre di Dio presentò la questione al papa: evi­dentemente il problema suscitato a Napoli era abbastanza sentito. Cle­mente VIII colse l’occasione per inviare i Carmelitani Scalzi in Persia, dove sembrava che potessero aprirsi interessanti prospettive missionarie, dal momento che la presenza della chiesa latina in Palestina era già assi­curata dai Francescani. Anche se Giovanni di Gesù Maria non lo afferma esplicitamente, ci fu un’opposizione interna piuttosto consistente all’a­pertura missionaria che faceva riferimento ai concetti espressi dalle co­stituzioni in vigore e corrispondeva agli intenti riformatori del pontefice in carica. Tuttavia Clemente VIII apprezzava particolarmente l’operato dei frati riformati, che a suo avviso davano ottime garanzie in ogni cam­po, e quindi non esitò a mettere i Carmelitani Scalzi su una strada nuova. Pietro della Madre di Dio si trovò di conseguenza nella necessità di giustificare davanti ai suoi il nuovo orientamento e ricorse perciò all’o­pera di Giovanni di Gesù Maria.

    Questi espose le sue considerazioni in un breve scritto, dal titolo Trac­tatus quo asseruntur missiones et rationes adversae refelluntur. Dopo aver tracciato una panoramica vasta e poco incoraggiante della presenza cat­tolica nel mondo, Giovanni enunciò i suoi argomenti in favore dell’opera missionaria. In primo luogo la tradizione dell’Ordine che, partendo da Elia, aveva avuto come suoi membri qualificati i contemporanei degli apostoli, loro collaboratori, e gli uomini illustri del periodo medioevale. Tutti questi si erano prodigati nell’estendere il Vangelo mediante la predicazione. Il secondo argomento è tratto dalla situazione giuridica: i Carmelitani erano un ordine mendicante, per definizione destinati dalla Se­de Apostolica ad aiutare i vescovi e insigniti a tale scopo di numerosi privilegi: ciò li obbligava all’esercizio della predicazione. Inoltre il fatto di essere ausiliari dei vescovi, e specialmente del Sommo Pontefice, che ha il dovere di radunare nell’ovile di Cristo gli infedeli, rafforzava ulterior­mente l’obbligo. Se i Carmelitani potevano predicare ai cristiani, perché non anche agli infedeli? Ciò non era contrario alla regola che prescrive­va loro di rimanere in cella «nisi aliis iustis occasionibus occupentur». E non c’è ragione più giusta di quella che spinse il Verbo ad uscire dal seno del Padre per darlo a conoscere agli uomini. L’ultimo argomento addotto è il pensiero della fondatrice, Teresa di Gesù, che aveva desiderato le missioni più ardentemente del martirio, aveva indirizzato le preghiere e le fa­tiche delle sue figlie a questo fine e aveva voluto realizzare per mezzo dei frati ciò che non era permesso alle monache. Il trattato terminava esor­tando a stabilire le missioni in quel momento in cui la congregazione era fiorente, senza aspettare un futuro consolidamento, perché, come per al­tri istituti, sarebbero potuti sopravvenire periodi di decadenza. Non era indispensabile, come volevano i troppo prudenti, che l’Ordine si espan­desse solo dopo essersi saldamente radicato in un determinato territorio. La questione di principio era così risolta. Non mancarono tuttavia le obiezioni derivanti dalla situazione contingente. Ad esse Giovanni di Ge­sù Maria rispose con un secondo scritto, più breve del precedente, dal ti­tolo: Votum seti consilium pro missionibus quo ad nova obiecta respondetur. In esso si prendono in esame tre obiezioni, confutate in buona par­te con gli argomenti utilizzati nel primo trattato. La prima: l’Ordine ave­va come scopo precipuo il raccoglimento e la contemplazione, che anda­vano tradotte con strutture corrispondenti. Argomenti in contrario erano l’esperienza di san Bernardo e di san Benedetto che, pur essendo con­templativi, avevano operato anche fuori del chiostro; la facoltà concessa dai pontefici ai Carmelitani Scalzi d’Italia di fondare in tutto il mondo, eccetto nei territori soggetti alla Spagna; il fatto che, se era lecito viag­giare per fondare conventi in Italia, ciò valeva anche per predicare il Van­gelo altrove; tra le «giuste occasioni» previste dalla regola per allonta­narsi dalla cella poteva logicamente essere annoverata la predicazione missionaria. Seconda obiezione: la scarsità di frati, appena sufficienti per l’Italia, poteva essere superata analizzando l’esempio dei fondatori di al­tri ordini che avevano cominciato ad espandersi fin dagli inizi dei rispettivi istituti e tenendo presente l’entusiasmo dei piccoli gruppi, più vivaci agli inizi, che spesso nel crescere perdono la spinta iniziale. Terza obie­zione: la difficoltà di trovare candidati veramente dotati per imprese pionièristiche, che avrebbero dovuto essere esemplari per le qualità personali e le virtù religiose, fu riconosciuta da Giovanni incontrovertibile dal punto di vista della teoria; tuttavia osservò che nella pratica si assiste da parte di molti all’espressione di energie e capacità prima insospettate che si manifestano nel momento del bisogno.

Questi interventi valsero a dare una soluzione teorica al problema e l’apostolato missionario si inserì a pieno titolo nelle attività dei Carmeli­tani Scalzi; tuttavia le discussioni continuarono a lungo. Durante il capi­tolo generale del 1632 Paolo Simone Rivarola, eletto preposito generale, chiese all’assemblea di decidere una volta per tutte «an spiritus missio­num statui nostro congrueret vel illi adversaretur». La risposta fu positi­va, dopo quasi trent’anni di attività missionaria, anche se l’episodio lascia intravedere il persistere di una corrente d’opinione discordante.

 Il seminario delle missioni

 Il capitolo generale dei carmelitani scalzi italiani celebrato nel 1605 trattò diffusamente il problema delle missioni. Pietro della Madre di Dio, sovrintendente delle missioni per incarico pontificio, aveva ricevuto una lettera dal metropolita della chiesa rutena in cui si chiedeva assistenza da parte della chiesa di Roma. Gli Scalzi si dichiararono disposti ad inviare religiosi, ritenendo che i conventi che si prospettava di fondare in Polo­nia potessero opportunamente servire come base per la missione.

Allo scopo di formare il personale, fu stabilito di istituire a Roma un apposito convento alle dirette dipendenze del preposito generale in cui i religiosi apprendessero le lingue orientali assieme alla dottrina e alla tecnica della controversia, e la decisione entrò a far parte delle costituzioni. Dato che in Roma non era possibile per il momento aprire una nuo­va casa, fu ordinato di adibire a seminario il convento di San Silvestro in Tuscolano. La decisione venne confermata da Paolo V con il breve Totius terrarum orbis cura del 15 dicembre 1605, in cui si stabiliva che nel se­minario si preparassero persone atte a confutare gli errori degli eretici, saraceni, scismatici, gentili e giudei, quindi tenendo presente anche la si­tuazione europea, non solo quella dei territori di prima evangelizzazione. Il papa diede inoltre licenza di fondare pure in altre province istituti del genere a discrezione dei superiori generali. I religiosi destinati al semi­nario delle missioni dopo un anno di formazione avrebbero rinnovato la loro professione emettendo anche il voto di recarsi tra gli infedeli. Le elemosine raccolte per il seminario non avrebbero potuto essere impie­gate per altri fini, sotto pena di scomunica. Sembra tuttavia che il con­vento di San Silvestro non abbia mai funzionato come seminario. Allo scopo fu acquistato un terreno a Monte Cavallo, presso la chiesa di San­ta Susanna, dove esisteva una cappella dedicata all’apostolo Paolo rapito al terzo cielo.

Per una serie complessa di circostanze il seminario tardò ad entrare in funzione. Nel 1617, dopo la divisione della Congregazione italiana in province, il seminario delle missioni fu assegnato alla provincia romana. Solo al successivo capitolo generale deI 1620 il problema della formazio­ne sistematica dei missionari venne riesaminato seriamente. I provincia­li si impegnarono ad inviare personale e sussidi. Il definitorio generale ordinò che le province dovessero mandare ciascuna almeno due religiosi per lo studio delle controversie e della lingua persiana. L’istituto servì co­me modello per due analoghi collegi fondati l’uno nel 1621 a Lovanio da Tommaso di Gesù, destinato alla missione inglese, irlandese ed olandese, e l’altro nel 1626 a Cospicua (Malta) ad istanza di Propaganda Fide.

In seguito alla visita ordinata da Urbano VIII nel 1625, la congre­gazione di Propaganda Fide elaborò un regolamento per il seminario e per mezzo di Domenico di Gesù Maria, definitore generale dei Carmeli­tani Scalzi e membro della congregazione, lo sottopose al capitolo gene­rale celebrato nel 1626. Lo statuto costituiva una sistematizzazione di re­gole già vigenti. Stabiliva che il seminario non potesse essere trasferito senza l’esplicito permesso del Sommo Pontefice. Il preposito generale vi avrebbe chiamato almeno due religiosi di ogni provincia che avessero completato i corsi di filosofia e teologia, avessero il permesso di confes­sare e fossero disposti ad andare in missione. Dopo un anno di perma­nenza nel seminario di San Paolo, i futuri missionari avrebbero dovuto emettere il voto di andare in missione. Materie di studio erano le lingue orientali e la teologia controversistica. Il seminario era direttamente sot­toposto al preposito e al definitorio generale ed il priore doveva essere eletto dal capitolo generale. I conventuali del seminario non avevano vo­ce attiva nei capitoli provinciali; solamente conservavano la voce passiva nella provincia di origine. L’amministrazione dei beni donati alle missio­ni era devoluta al definitorio generale con l’obbligo di rispettare la vo­lontà dei donanti.

       Il provinciale romano ricorse contro quella che considerava un’e­spropriazione dei suoi diritti di giurisdizione e chiese che il seminario fosse soggetto alla provincia romana ed il priore eletto dal rispettivo capito­lo provinciale. Il 13 agosto 1626 la congregazione di Propaganda Fide ac­cettò il ricorso e modificò i punti in questione secondo i desideri del richiedente. Fu l’inizio di una controversia giurisdizionale che oppose il de­finitorio generale e la provincia romana e non mancò di avere ripercus­sioni negative sull’andamento del seminario. La situazione fu definitiva­mente sanata solo nel 1663, quando il seminario delle missioni fu trasferito presso la basilica di San Pancrazio, questa volta alle dirette dipendenze del definitorio generale.

 La Congregazione di San Paolo

 Intorno al 1605 Pietro della Madre di Dio progettò di inviare Carmelitani Scalzi ad evangelizzare il Congo, forse per riprendere il tentativo effettuato una ventina d’anni prima. L’obiettivo generale della spedizione era comunque più vasto: si trattava di inviare missionari in Congo ed in Angola che attraversassero l’Africa in direzione dell’Abissinia alla ricerca del Prete Gianni, per stabilire con lui un’alleanza contro il Turco. Alvaro II, re del Congo, nel 1604 aveva mandato a Roma come ambasciatore An­tonio Manuel Ne Vunda per trattare problemi ecclesiastici. Questi arrivò a Roma all’inizio del 1608, accompagnato da Diego dell’Incarnazione e da Tommaso di Gesù, entrambi su invito di Pietro della Madre di Dio, ma morì pochi giorni dopo, dopo aver esposto al papa la richiesta di missio­nari da parte del suo re. Tommaso di Gesù rimase a Roma, con l’incarico di preparare una spedizione in Congo. Durante il mese di febbraio del 1609 il nunzio a Madrid Decio Carafa ricevette diversi brevi per il re del Congo ed i suoi dignitari da consegnare, se gli fosse sembrato opportuno, ai Carmelitani Scalzi, invitandoli a partire. Tuttavia anche questo proget­to fallì per l’opposizione del Consiglio di Portogallo, che aveva deciso di inviare i Domenicani.

Vista svanire l’occasione, Tommaso di Gesù, con l’appoggio di Pietro della Madre di Dio, progettò di costituire un nuovo istituto religioso nell’ambito dei Carmelitani Scalzi che fosse dedito esclusivamente all’apo­stolato missionario. Paolo V approvò il progetto con il breve Onus pasto­ralis officii, del 22 luglio 1608. Furono scelti alcuni religiosi delle due congregazioni di Spagna e d’Italia allo scopo di formarne una terza: del­la congregazione spagnola Tommaso di Gesù e Diego dell’Incarnazione; della congregazione italiana Filippo di san Giacomo, Redento della Cro­ce, Bartolomeo Maria di san Francesco, Adriano di santa Maria, Leandro dell’Incarnazione, Giacinto di sant’Angelo, Giovanni Damasceno del­l’Annunciazione, Ilario di sant’Agostino, Fulgenzio della Concezione, Cassiano di sant’Anselmo, assieme ai fratelli donati Simone del Monte Carmelo e Taddeo di sant’Elia. In tutto dodici padri e due fratelli.

       Essi vennero svincolati dai rispettivi superiori, riuniti nella congre­gazione di San Paolo, la quale aveva il compito di propagare la fede, pro­pagare la Chiesa in tutto il mondo, condurre alla conversione gli infedeli e coloro che avevano deviato dalla fede. I religiosi della nuova congrega­zione, oltre ai consueti tre voti, dovevano emetterne un quarto, che li im­pegnava a dedicarsi alle missioni, anche a costo della vita, ed un quinto, secondo cui non dovevano ambire a cariche e dignità né dentro né fuori dall’Ordine. Tommaso di Gesù venne nominato commissario generale del nuovo istituto, con i relativi poteri per lui e per i successori. La durata del suo mandato sarebbe stata sessennale; i successori invece sarebbero du­rati in carica un triennio, eletti dal capitolo generale. Quanto prima, si sa­rebbero dovute redigere nuove costituzioni. La Congregazione di san Paolo venne esentata dalla giurisdizione degli ordinari del luogo e dei due prepositi generali delle congregazioni italiana e spagnola, e fu sottoposta direttamente alla Sede Apostolica. Al preposito generale della Congrega­zione italiana fu riconosciuto un limitato diritto di visita sulla Congrega­zione di san Paolo, nel rispetto dei suoi statuti propri. Il commissario del­la nuova Congregazione con due soci eletti dal capitolo avrebbe potuto partecipare al capitolo generale della Congregazione italiana, godendovi di voce attiva e passiva. Venivano concessi al nuovo istituto tutti i privile­gi dell’Ordine carmelitano e quelli propri degli ordini mendicanti.

       Poco dopo aver ottenuto il breve, venne a mancare a Tommaso il prin­cipale appoggio: Pietro della Madre di Dio infatti morì il 26 agosto 1608. Il progetto rimase per un momento fermo. Poco dopo, incoraggiato da Paolo V, Tommaso, assieme a Diego dell’Incarnazione, prese in affitto una casa in via Giulia, presso il palazzo Farnese, vi pose il Santissimo e pubblicò il bre­ve. Presto si unirono ai due alcuni sacerdoti secolari e religiosi di altri ordini, ma dei carmelitani scalzi non si mosse nessuno. Il vicario generale della Congregazione d’Italia, Ferdinando di santa Maria, che si trovava fuo­ri Roma, avvisato per lettera da Giovanni di Gesù Maria, una volta sbrigate le sue incombenze tornò nell’Urbe e, con l’appoggio dell’ambasciatore spagnolo e del procuratore generale della Congregazione spagnola, con­vinse Paolo V a lasciar cadere la Congregazione di san Paolo.

       Il pontefice, dopo una prima resistenza, sospese l’esecuzione del bre­ve, stabilendo che la Congregazione di san Paolo si unisse alla Congrega­zione d’Italia, trasferendole le sue competenze in campo missionario, mentre padre Tommaso avrebbe dovuto continuare ad occuparsi delle missioni, riservandogli la direzione dei seminari che sarebbero stati fondati per provvedere alla formazione dei missionari. Il breve Onus pasto­ralis officii fu revocato cinque anni dopo mediante il breve Romani Pon­tifìcis del 7 marzo 1613, con cui veniva eretto il seminario delle missioni nel convento di San Paolo Apostolo a Monte Cavallo.

 Tommaso di Gesù teorico delle missioni

 Tommaso di Gesù si dedicò quindi all’attività letteraria. La sua prima opera fu un opuscolo, che vide la luce nel 1610, intitolato Stimulus missio­num, dedicato a Paolo V. Composto di quattro parti, vi si esponevano i mo­tivi per cui i religiosi avrebbero dovuto prestarsi all’attività missionaria, di­mostrando come quest’ultima si conciliasse con le rispettive regole, so­prattutto nel caso degli ordini mendicanti. In particolare il quarto libro è dedicato ad illustrare l’obbligatorietà dell’azione missionaria per i Carme­litani Scalzi, in consonanza con il loro spirito essenzialmente contemplati­vo. A questo scopo venivano ripresi gli argomenti già elaborati da Giovan­ni di Gesù Maria in occasione dell’invio dei missionari in Persia.

E esposizione più ampia del pensiero di Tommaso di Gesù si trova nel­la sua seconda opera: De procuranda salute omnium gentium, stampata ad Anversa nel 1613, ma scritta già prima della sua partenza per la Fran­cia, avvenuta nel 1610. Si tratta di uno scritto voluminoso, diviso in do­dici capitoli, cui è posto come appendice un catechismo adatto all’istru­zione di catecumeni provenienti da diverse fedi religiose, comprendente in due parti. Dapprima si dimostrava la necessità di preoccuparsi per quella che egli definiva la «salvezza degli infedeli», fra i quali includeva non solo i non cristiani, ma anche i battezzati non appartenenti alla Chie­sa cattolica. Vi ricorreva l’affermazione secondo cui spetterebbe in primo luogo al papa, nella sua qualità di supremo pastore, la cura dell’evange­lizzazione, e solo in un secondo momento ai principi secolari ed eccle­siastici. Tommaso riprendeva poi quanto aveva espresso nello Stimulus, enumerando i motivi per i quali i religiosi avrebbero dovuto partecipare in prima persona all’annuncio della parola di Dio agli infedeli, soprattut­to i mendicanti, quali collaboratori dei vescovi nella cura delle anime: un obbligo che proverrebbe dalla loro istituzione nella chiesa e dai frutti che nel corso della storia hanno prodotto.

Merita di essere ricordato il progetto ivi riportato di congregazione preposta alla propagazione delle fede, con sede in Roma, composta da pochi uomini prudenti e zelanti i quali, riunendosi spesso, trattassero della conversione dei popoli, inviassero lettere esortatorie e libri scritti nel­le diverse lingue, mantenessero i contatti con vescovi e parroci. La con­gregazione si sarebbe interessata praticamente di tutto il mondo cono­sciuto, ivi comprese le nazioni d’Europa in cui si professava il cristiane­simo secondo le diverse confessioni protestanti (“eretici”) e le chiese di ri­to ortodosso (“scismatici”). Sembra comunque che il progetto non risa­lisse a Tommaso, ma fosse a lui preesistente: si sarebbe trattato di un me­moriale presentato nel 1589 a Sisto V da Jean Vendeville, vescovo di Tour­nai, trovato da Tommaso tra le carte di Pietro della Madre di Dio. Allo scrittore carmelitano spetta tuttavia il merito di averlo inserito e divulga­to ampiamente nella sua compilazione.

       Tommaso propugnava inoltre il potenziamento dei seminari, fondati in Roma fin dal tempo di Gregorio XIII, destinati ad alunni di diverse na­zioni, per metterli in grado di tornare nelle rispettive patrie a diffondervi la fede cattolica. In particolare sosteneva che gli alunni dovessero riceve­'re una preparazione specifica, sia linguistica che dottrinale, in base al­'l’ambito in cui sarebbero stati chiamati ad operare. Fornisce un esempio di ciò la seconda parte dell’opera, che comincia con il sesto libro, dedi­cata ad esporre le dottrine (“errori”) dei diversi gruppi ed alla loro con­futazione, secondo i metodi dell’apologetica. Vi si tratta dei Greci e dei Ruteni e della loro riunione alla Chiesa cattolica, delle diverse chiese orientali, degli eretici, ebrei, saraceni e pagani.

       L’opera si presenta come un insieme di materiali di provenienze di­verse: brani scritturistici e patristici, relazioni, opere edite ed inedite lar­gamente citate o compendiate. Ne sono un esempio l’utilizzazione degli scritti di Giovanni di Gesù Maria per dimostrare la compatibilità tra il ge­nere di vita mendicante e l’azione missionaria, come pure gli interi capi­toli ripresi dall’opera del gesuita José de Acosta in cui questi tratta della conversione degli indiani d’America. L’originalità di Tommaso di Gesù consistette soprattutto nell’utilizzare il vasto materiale con l’intento di fornire agli operatori missionari un prontuario in cui essi potessero tro­vare strumenti di lavoro adatti alle loro necessità, piuttosto che trattazio­ni scientifiche importanti sul piano teorico ma di scarsa utilità nella pa­storale quotidiana. Proprio in quanto manuale di apostolato missionario l’opera ebbe un successo immediato, dal momento che venne adottata an­che dalla nuova congregazione di Propaganda Fide, la quale lo consiglia­va ai missionari; nel 1632 ne richiese una nuova edizione al capitolo ge­nerale dei Carmelitani Scalzi, realizzata nel 1640.

 Domenico di Gesù Maria

 Nell’ambito della collaborazione tra i Carmelitani Scalzi e la Santa Sede in campo missionario si distinse la figura di Domenico di Gesù Maria. Giunto in Italia nel 1604 per partecipare alla spedizione persiana, si stabilì invece a Roma, entrando presto a contatto con gli ambienti della curia. Alla morte di Pietro della Madre di Dio, Paolo V gli affidò l’incari­co di sovrintendente delle missioni, già ricoperto dal defunto. Domenico di Gesù Maria prese parte alle attività della congregazione di Propa­ganda Fide, alla quale fu ascritto come membro effettivo mediante la bolla di fondazione Inscrutabili divinae providentiae. A partire dall’8 marzo 1622 il religioso presenziò regolarmente alle sedute di Propaganda, «ius­su Sanctissimi Domini nostri propter famam sanctitatis ipsius in Congre­gatione adscriptus»

Padre Domenico operò soprattutto come collettore di offerte, incari­co che gli venne conferito da Gregorio XV mediante il breve Tua singularis pietas del 1 marzo 1622. Il religioso si valse delle sue numerose conoscenze a Roma e in Europa, provenienti dagli ambienti più diversi, per espletare il suo compito. Gli atti delle sedute di Propaganda Fide regi­strano puntualmente le somme da lui raccolte e consegnate di volta in volta, assieme ai nomi dei donatori. Dato che padre Domenico dal 1608 al 1630 operò costantemente ai vertici della Congregazione italiana dei Carmelitani Scalzi come membro del definitorio generale, la sua presen­za valse a rafforzare i rapporti di collaborazione tra i Carmelitani Scalzi e Propaganda Fide.

 Le missioni in Europa

     Come mostrano le competenze assegnate alla congregazione de Pro­paganda Fide al momento della sua fondazione (6 gennaio 1622), il con­cetto di missione non era limitato agli infedeli, ma si estendeva anche agli eretici e agli scismatici, da ricondurre alla vera fede. Durante il primo trentennio del Seicento i papi si adoperarono costantemente per far pro­gredire il processo di ricupero al cattolicesimo dei territori dell’Europa centrale iniziatosi dopo la chiusura del concilio di Trento. Le iniziative di Clemente VIII, Paolo V e Gregorio XV, che si valsero dell’opera dei nun­zi apostolici come pure dei Gesuiti e dei Cappuccini, ottennero consi­stenti risultati. Il ciclo favorevole si chiuse alla fine degli anni ‘20, quan­do la situazione prodotta dal riaccendersi della guerra dei Trent’Anni re­se problematico il proseguimento di un’azione efficace.

    Anche i Carmelitani Scalzi collaborarono attivamente, secondo le lo­ro forze, alla missione europea. La fondazione di Cracovia, approvata dal capitolo generale il 5 maggio 1605, si effettuò in seguito alla richiesta di collaborare all’evangelizzazione dei Ruteni presentata dal vicario del me­tropolita di Kiev Ipazio Pociej. La lettera era stata scritta in collaborazio­ne con Paolo Simone Rivarola e gli altri carmelitani presenti in Polonia, in viaggio verso la Persia, dopo che essi avevano potuto constatare le dif­ficili condizioni dei Ruteni e la scarsa preparazione del loro clero. Il 10 ottobre 1605 fu stabilito di fondare un convento a Cracovia; tuttavia, a causa delle difficoltà organizzative dei carmelitani e delle controversie esistenti in seno ai Ruteni, la missione vera e propria venne intrapresa so­lo alcuni decenni più tardi.

    In Polonia, allora definita “paradiso degli eretici”, i Carmelitani Scal­zi svolsero attività controversistica e parteciparono ad alcune pubbliche dispute con gli antitrinitari. In particolare meritano di esserne ricordate due, nelle quali si confrontarono Giovanni Statorius, di parte ariana, e Giovanni Maria di san Giuseppe, di parte cattolica, carmelitano scalzo genovese della famiglia Centurione, che sarebbe divenuto il primo pro­vinciale di Germania. La prima disputa ebbe luogo il 13 luglio 1616 a Lu­blino, nella chiesa dello Spirito Santo, appartenente ai Carmelitani, e sembra sia terminata pacificamente, con la vittoria della parte cattolica. Nella seconda, tenutasi nel 1620 tra gli stessi protagonisti, si discussero tesi circa la Trinità, la divinità di Cristo e la giustificazione. Anche questa volta prevalsero i cattolici, ma, probabilmente per l’eccitazione della folla, vi furono spiacevoli conseguenze: un tempio calvinista venne saccheggiato e distrutto.

            Nel 1614 ebbe inizio, ad opera di Simone Stock di santa Maria e di Eliseo del santissimo Sacramento, la missione inglese dei Carmelitani Scalzi. Essa fu approvata dal capitolo generale il 23 aprile 1614, però già dal 1610 la congregazione dell’Inquisizione aveva dato ai due religiosi le necessarie facoltà. Simone Stock, di nazionalità inglese, nato verso il 1576, proveniva da una famiglia cattolica. Perseguitato dalla polizia a motivo delle sue convinzioni religiose, viaggiò per l’Europa fino a quan­do, nel 1606, entrò nel collegio inglese di Roma per studiarvi teologia, per poi rientrare in Inghilterra come missionario. Conobbe i Carmelitani Scalzi del convento romano di Santa Maria della Scala, presso i quali fe­ce una breve esperienza, e trascorse il noviziato nel convento di Bruxel­les, dove emise la professione il 6 ottobre 1613. La missione inglese co­minciò in sordina, con Simone Stock e un fratello laico, che rimase in Inghilterra solo alcuni mesi. Simone entrò nel circolo dell’ambasciatore spagnolo Diego Sarmiento de Acufia, conte di Gondomar, del quale di­venne in seguito confessore, il che gli assicurò una certa libertà di movi­mento.

            Dopo che il capitolo generale del 1617 ebbe diviso la congregazione in province, la missione inglese fu affidata alla responsabilità del provin­ciale di Fiandra, sotto il controllo del definitorio generale. Poco dopo ven­ne inviato in Inghilterra un secondo missionario, Eliseo di san Michele, anch’egli inglese, nominato vicario provinciale. Un terzo, Edmondo di san Martino, si aggiunse nel 1621. I Carmelitani Scalzi in Inghilterra non furono mai numerosi. Simone Stock, in una sua lettera a Propaganda Fide (22 aprile 1626), affermava che i membri della missione erano cinque, di cui due infermi e due in carcere, per cui era rimasto praticamente solo. Apostolato da essi esercitato consisteva nell’assistere i cattolici rimasti, compatibilmente con le difficoltà proprie dei tempi di persecuzio­ne, e nel convertire protestanti e anglicani. Per formare i canditati alle missioni inglese, olandese ed irlandese, le due ultime non ancora inizia­te, in cui si studiassero le lingue e le controversie, sul modello di istitu­zioni analoghe, patrocinate dalla Spagna e dalla Santa Sede, fu stabilito a Lovanio seminario, che cominciò a funzionare nel 1622.

                        I conventi fondati nel territorio dell’Impero rispondono anch’essi ad una logica di missione tra gli eretici e di rafforzamento della presenza cattolica, soprattutto in un momento in cui l’autorità dell’imperatore, tra­dizionale baluardo del partito cattolico, veniva messa in crisi. L’elezione alla corona imperiale di Ferdinando d’Asburgo, avvenuta nel 1619, rap­presentò per Paolo V il coronamento di una lunga azione diplomatica, ma allo stesso tempo fece esplodere i conflitti latenti nell’Impero. Gli Stati boemi deposero Ferdinando dalla dignità di re, scegliendo in suo luogo l’elettore palatino Federico V, aderente alla confessione calvinista, e si as­sociarono alle forze protestanti dell’Austria e dell’Ungheria. In campo cattolico si formò un’alleanza tra l’imperatore, Massimiliano di Baviera e le forze spagnole presenti in Fiandra, cui si unì l’elettore di Sassonia.

                        In vista di un’inevitabile prova di forza, alla richiesta di finanziamen­ti, rivolta soprattutto alla Corte pontificia, usuale in tali circostanze, si unì da parte dei sovrani cattolici il desiderio di assicurarsi la protezione celeste. Nell’impossibilità di godere della presenza del cappuccino Giacin­to da Casale, buon conoscitore delle cose di Germania, Massimiliano di Baviera chiese a Paolo V l’invio presso il suo esercito di Domenico di Gesù Maria, celebre in Roma come visionario e taumaturgo: «Per ottenerlo [l’aiuto divino] più facilmente, con la preghiera ed il consiglio, ci è ne­cessaria la presenza di coloro che sono veri servi ed amici di Dio; tra que­sti giustamente annoveriamo il molto reverendo padre Domenico di Ge­sù Maria, preposito generale dei Carmelitani Scalzi. Padre Domenico non deluse le aspettative in lui riposte: la vittoria riportata dai cattolici l’8 novembre 1620 presso Praga fu da più parti attribuita al suo intervento. Successivamente padre Domenico venne invitato a Vienna da Ferdinan­do Il, del quale si guadagnò la fiducia.

Questo ascendente aprì le porte dell’Impero ai Carmelitani Scalzi e, data l’urgenza di avere religiosi riformati per restaurare la religione cat­tolica, permise di realizzare in tempi brevi le fondazioni di Vienna e di Praga. Tale aspetto è messo in risalto nella concessione di Ferdinando II, enumerante i privilegi attribuiti al nuovo convento di Vienna e nella li­cenza data dal nunzio Carlo Carafa per erigere il convento e la chiesa: «Ut in tenebris haeresum iacentes ad verae Religionis lumen divino adiuti auxilio revocentur, ut maioreni frugem ex religiosorum virorum vigiliis et ora­tionibus consequi possint».

Nel 1624 i Carmelitani Scalzi fondarono il convento di Praga, rice­vendo in dono la splendida chiesa della Trinità, da poco costruita per i calvinisti da un architetto italiano. Il ricordo della battaglia di Praga e del ruolo in essa svolto da padre Domenico convinse l’imperatore a donare loro la chiesa, disputata tra diversi ordini religiosi a motivo della sua fe­lice situazione. Essa fu dedicata a Santa Maria della Vittoria. Tuttavia, proprio in quanto rappresentanti delle forze di occupazione, i religiosi sperimentarono l’ostilità della popolazione locale e, dovendo appoggiar­si ai sostenitori del partito asburgico, videro notevolmente ridotta la pos­sibilità di un’azione efficace. All’influsso di Domenico di Gesù Maria si devono ancora la fondazione del convento di Graz, patrocinato da Ulrich von Eggenberg, ministro di Ferdinando Il, e la fondazione di Munchen, offerta da Massimiliano di Baviera, entrambe del 1629.

  Conclusione  

                        Alla fine del 1650 i Carmelitani Scalzi della congregazione di sant’E­lia possedevano 56 conventi in Italia e nelle isole adiacenti ed altri 96 di­stribuiti tra l’Europa e l’Asia, per un totale di 152 case, nelle quali vive­vano, secondo le cifre presentate al capitolo generale di quell’anno, 2.324 religiosi37. Il movimento si era sviluppato nell’arco di 45 anni, partendo dai quattro conventi esistenti in Italia nel 1605.

                        I Carmelitani Scalzi si erano imposti all’attenzione della Curia roma­na in quanto religiosi riformati, che avevano integrato nel loro genere di vita l’osservanza regolare secondo gli schemi di derivazione tridentina privilegiati da Clemente VIII; conseguentemente furono chiamati da Genova a Roma allo scopo di riformare l’ordine del Carmine e fu loro im­mediatamente consentito ricevere novizi. La presenza a Roma ed il contatto con la Curia pontificia provocarono un ampliamento dei loro orizzonti: con l’aprirsi di nuove prospettive missionarie per la Chiesa romana, sia tra gli infedeli sia tra gli eretici, la necessità di inviare personale a quei luoghi e la convinzione che i religiosi osservanti fossero i più adatti ad espletare determinati compiti favorì il loro inserimento.

                        Le esigenze pontificie provocarono in seno al gruppo una discussio­ne circa l’identità: si trattava di decidere se attenersi all’impostazione vigente, che metteva l’accento sulle prescrizioni di indirizzo eremitico rac­chiuse nella regola dell’Ordine, oppure se permettere una diversa attività apostolica, sentita come dissonante dalla forma di vita generalmente accettata. La discussione si sviluppò quando i Carmelitani Scalzi erano già di fronte al fatto compiuto, cioè dopo che il papa aveva loro ordinato di partire per la Persia; non meraviglia quindi che la soluzione adottata dopo una conveniente gestazione si inchinasse verso la seconda ipotesi. Ma non si deve credere che i Carmelitani Scalzi si strutturassero come un istituto prettamente missionario, o che rinunciassero alle vigenti strutture comunitarie, come avevano fatto i Gesuiti: per loro rimase sempre im­portante l’osservanza regolare. Dal punto di vista numerico i missionari in servizio attivo furono una minoranza, il cui ideale spesso era riprodurre la vita conventuale che avevano appreso in noviziato. Non era infrequente, nella corrispondenza con il centro dell’Ordine, che essi si van­tassero, con una buona dose di retorica, di poter seguire con puntualità nei paesi lontani lo stesso orario osservato nel convento romano di San­ta Maria della Scala.

  Il contatto con la Sede apostolica fu comunque determinante, per il fatto che suggerì importanti linee-guida alla maturazione interna dell’Ordine ed al suo sviluppo geografico. Come in Spagna la Congregazione di san Giuseppe fiorì all’ombra del re Cattolico, così in Italia la Con­gregazione di sant’Elia trovò un valido supporto alla sua crescita negli indirizzi della politica religiosa pontificia.

 

     
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Updated 02 giu 2004  by OCD General House
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