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« Missio ad Ruthenos »

P. Leonardo Kowalowka OCD

Il problema di importanza decisiva per la fonda­zione di un convento di Carmelitani in Polonia e il motivo che convinse i gremiali del Capitolo del 1605 ad approvarla, era il problema dei Ruteni scismatici e uniti, la loro unione con la Chiesa romana, e con i moscoviti. I padri prendevano immediato contatto con questa situazione a causa dei loro viaggi nelle terre orientali del regno di Polonia e nelle regioni che passavano successivamente dalle mani dei Moscoviti ai Polacchi, e viceversa, come, per esempio, il ducato di Smolensk. Le diverse relazioni e le lettere dei mis­sionari, specialmente del P. Paolo Simone, ci fanno vedere la condizione miserevole della Chiesa ortodossa, la situazione morale e religiosa dei Ruteni e Moscovìti, degli scismatici e uniti.

Probabilmente incontrano, per la prima volta, i Ruteni uniti a Janovia, dove si fermarono due giorni, presso il vescovo latino di Luck, amico e protettore dei Ruteni e fautore della loro unione con Roma. Questo zelante pastore poteva far cono­scere ai missionari il problema dei Ruteni, e dell’unione che era in parte il suo problema. Difatti a lui Clemente VIII rac­comandava caldamente la causa dell’unione il 23 ottobre del 1604, alcuni mesi dopo la presa di possesso della diocesi di Luck.

  Però i missionari sarebbero entrati nel cuore del problema solo a Vilna, prendendo contatto prima di tutto con due grandi protagonisti dell’Unione, il metropolita ruteno di Kiev e di tutta la Russia, Ipazio Potsiej e il signor Giovanni Velamin Rutski, futuro metropolita, e poi con il vescovo latino di Vilna, Benedetto Wojna e il Gran Cancelliere di Lituania, Leone Sapieha a Ikazn, tutti due amici, protettori e difensori del’Unione, con i Padri Gesuiti a Polock, quando passarono con loro il Natale del 1604, dopo il tentativo non riuscito di penetrare in Moscovia; ed infine, per diretta esperienza. Il P. Paolo Simone ce lo dice espressamente nella sua lettera scritta a Varsavia il 23 di gennaio deI 1605, nella quale racconta al Card. Aldobrandini, tutta la storia del non riuscito viaggio in Moscovia, la situazione politica di questo paese, i suoi con­tatti apostolici con i Ruteni ed anche i suoi piani apostolici.

« Venivano al Santo Sacrificio della Messa, la quale ogni giorno dicevamo in un luogo ritirato; asistevano con riverentia; non solo non ci aborrivano, ma desideravano che li insegnassimo ancorché per interpreti; credo si faria gran frutto in quella gente... Col seguente ordinario darò parte a Vostra Signoria Illustrissima il modo conché credo si farla gran frutto nelli Moscovitì, Rutheni et Greci. L’ho comunicato col vescovo di Luceoria (?), il quale l’ha approvato molto. Desidero comu­nicarlo col Metropolita de Rutheni, il quale desidera molto che la unione fatta delli Rutheni, con la Santa Chiesa Cattolica Romana vaddi avanti, ma ha poco agiutto... ».

  Lo stato religioso e morale dei Ruteni al di là della fron­tiera del regno di Polonia è pressappoco come quello dei mosco­viti stessi, cioè spaventoso. L’atteggiamento verso i latini ostile. Le diverse relazioni dei missionari aggiungono sempre nuo­vi particolari a questo riguardo. Il P. Paolo Simone, scrivendo da Mosca al P. Pietro della Madre di Dio in una frase esprime tutto l’orrore che ne sente: — « Quando il Rdo. Pre. della Com­pagnia di Gesù che abita con noi ci racconta la loro dissoluzione mi si arricciano i capelli, et temo maggior castigo che quello di Sodoma ». Le stesse parole del P. Paolo Simone sono la mi­gliore spiegazione e descrizione: « ... Lì ecclesiastici possono as­sai e si tirano dietro molti secolari figli spirituali loro, et obe­dientissimi sono tutti idioti. Aboriscono li latini più che Turchi e Tartari, tanto che se alcuno vuoi stare jn Moscovia, o pigliare il loro rito lo batezzano di nuovo, reputandoci li Gentili. Nella vita sono viziosi, avari, imbriacano publicamente, carnali mas­sime con putti, vizio abominevole ma tanto comune in questo paese, che nutriscono putti in quel fine. Sono tanto pubblici li vizi delli Prelati e monachi che li secolari pubblicamente dicono: il     Patriarca s’imbriaca, è sodomita. Anzi reprehendoli il Rdo. Pre. Gesuita, risposero: «non è peccato poiché il Patriarca lo fa... ».

          In un’altra relazione troviamo altri particolari: « Circa la Religione di questi, fuor che hanno chiese et nome di Christiani pocco differiscono da Tartari. Vi sono molti Monasteri di Mo­nachi in questa città, et Monache che hanno l’istesso habito che le nostre, levata la capa-biancha, ma non sanno che cosa sia disciplina monastica. Le monache escono fuori. Li monachi non fanno tre voti; il meno vizio è imbriacarsi, poiché publicamente hanno concubine, putti ecc... Non crederà V. R. li vitii et disso­lutione delli Religiosi, massime in materia di carne et tratto col demonio... ». I monaci stanno molto spesso nelle case delle loro mogli che si sono sposate, e le monache nelle case dei loro mariti che han­no preso nuove mogli. Non c’è da meravigliarsi che per gli scandali che danno sono poco stimati. Conta molto l’esteriore, all’interiore nessuno bada. « Alcuni stanno ritirati et hanno mol­ta apparentia esteriore, massime in digiunare assai et mangiare poco, mai carne (il che tutti li Religiosi osservano) que poi tali sono stimati assai. Alle volte massime in quadragesima per tre giorni sono digiuni e non beveranno...  Per questa stima delle cose esterne, per esempio, è importante solo morire rive­stiti dell’abito. A questo riguardo scrive il Padre Paolo Simone « pigliano l’habito quando stanno per morire ».

          L’avversione, l’odio e l’ostilità dei Russi verso i latini si deve pure in parte ai diversi eretici stranieri, come spiega P. Paolo Simone: « Eretici inglesi spargevano molte bugie che credono del Papa e delli Religiosi ».

 Questo stato in cui si trovava il clero, i monasteri e il popo­lo, era causato anche dal fatto che era il governo che eleggeva alle cariche ecclesiastiche, anche nei monasteri, uomini di sua fi­ducia. Il P. Paolo Simone anche in questo vede una delle cause di poca stima, considerazione e importanza. « Il Principe la su­prema potestà soprattutti, etiam ecclesiastici. Elegge e dipone quando li pare (come ha fatto del Patriarca passato). Li superiori delli monasteri, li Popi cioè li sacerdoti secolari sono pochissimo stimati, quasi come secolari... »

 Il     Metropolita Ipazio Potsiej, che diede tutte le sue forze e avrebbe dato anche la vita per la causa dell’Unione, conoscen­do la situazione della Chiesa Rutena, del clero e del popolo e desiderando salvarla dalla decadenza a tutti i costi, concepì il progetto di invitare i carmelitani a evangelizzare il suo popolo.

             Gli scrittori Basiliani spinti dal loro amore e venerazione verso il gran riformatore, anzi quasi fondatore dei Basiliani, Gio­vanni Giuseppe Velamin Rutski, Metropolita di Kiev e di tutta la Russia, attribuiscono non ad Ipazio Potsiej, ma a lui, an­cora laico, l’idea di far venire i Carmelitani in Lituania e la pro­posta di fondare per loro il convento nei suoi territori. Anche la lettera mandata dal Vicario del Metropolita Ruteno al P. Pie­tro della Madre di Dio, commissario della Congregazione, viene attribuita al Rutski. Però i documenti citati da questi scrittori non possono essere, spiegati come vedremo in seguito in tal mo­do. Le altre loro conclusioni che riguardano il viaggio di Rutski in Persia con i carmelitani o solo in Moscovia per convincere il Gran Duca ad accettare l’Unione, sembrano appartenere al campo della fantasia.

             I missionari avrebbero conosciuto e incontrato il Signor Gio­vanni Velamin Rutski, per la prima volta probabilmente du­rante il loro primo soggiorno a Vilna, in Lituania, o certamen­te durante il secondo che ebbe luogo dopo il tentativo non riuscito di passare in Moscovia. Qualche incontro poté avere luogo an­che a Cracovia. La conoscenza reciproca prima dell’arrivo dei carmelitani in Polonia, specialmente a Roma, quando Rutski stu­diava nel collegio di S. Atanasio, è una pura supposizione che non ha fondamento nei documenti che si conoscono finora. Tale conoscenza poté avvenire semplicemente per mezzo del Metropolita il quale avendo un uomo come il Signor Rutski pio, dotto, zelante a cui poteva affidare alcune importanti cariche, (nonostante fosse laico), lo presentò ai Carmelitani raccoman­dandogli di porger loro aiuto, consiglio se ne avessero avuto bisogno, e suggerendogli di guadagnarli alla causa dell’Unione.

     Per questo scopo il Metropolita Ipazio Potsiej si decise a mandare una lettera al P. Pietro della Madre di Dio, scritta più caldamente che le altre a tale proposito. Con tutta proba­bilità fu scritta nei primi due mesi del 1605 o al più tardi nei primi giorni di marzo dello stesso anno per essere spedita a Ro­ma insieme con le altre dovendosi, al più presto possibile, cele­brare il prossimo capitolo generale dei Carmelitani Scalzi in maggio. Il P. Eusebio di Tutti i Santi, autore della « Storia delle Missioni dei Carmelitani Scalzi della Congregazione di S. Elia »in cinque volumi, già preparata alla stampa e con « Imprima­tur » osserva che si fecero « volare » a Roma le suddette let­tere.

    Il      P. Eusebio di Tutti i Santi nella sua “Storia delle Mis­sioni”, spiegò brevemente il motivo che spinse il Metropolita a chiedere ì Padri: « Il vescovo di Vilna, Metropolita dei Rutheni, bramando col mezzo dei nostri provvedere di missionari evangelici quel suo Popolo... ». Più avanti cita il testo del P. Giovanni di Gesù Maria che ci precisa il contenuto della lette­ra del Vicario, da lui vista e letta, quale membro del capitolo del 1605: « Avesse il P. Pietro ricevuta lettera dal Metro­politano della Chiesa Ruthena, con cui implorava l’aiuto della no­stra Congregazione per unir la Sua alla Chiesa Romana; letta la quale nell’adunanza, fu risposto con meravigliosa concordia, do­versi quanto prima colà mandare nostri Religiosi, per soddisfare a pii desideri di quel Metropolitano, poiché parve opportuna la Missione in Polonia, per aiutar Rutheni».

    Il      P. Isidoro di S. Giuseppe riferisce: — « Reverendissimus... Vicarius Metropolitae Vilnensis Ruthenorum... precatus est ut instituti nostri Patres Vilnae posset obtinere: quorum exemplo ac doctrina sperabat, comissum sibi gregem ad unitatem Eccle­siae Romanae reduci posse et hac de re litteras ad capitulum ge­nerale dedit et favorabile responsum tulit quod P. fr. Petrus a Matre Dei missionariis Cracoviae sistentibus remisit ».

    Dai diversi elementi di questi documenti possiamo conosce­re il contenuto della lettera che il Vicario del Metropolita Rute­no scrive a nome di lui, al P. Pietro della Madre di Dio, commis­sario della Congregazione. Chiede l’aiuto nell’evangelizzazione dei Ruteni affinché tutti accettino l’Unione con Roma. Benché i Padri non sappiano né la lingua polacca né la Rutena, spera che l’esempio della loro vita come anche la scienza serviranno molto a proposito. Per questo scopo offre la possibilità di fonda­re un convento a Vilna.

   Il    capitolo al quale P. Pietro trasmise la lettera del Vi­cario del Metropolita Ruteno rispose positivamente e racco­mandò di inviare quanto prima i religiosi in Lituania. La ri­sposta al Metropolita fu spedita dal P. Pietro per mezzo dei missionari. Ce lo dice lui stesso nella sua lettera al P. Vincen­zo di S. Francesco: « Invii l’ingiunta dopo averla letta, à Vilna e procuri saper lo stato e dispositione di quel negotio affinché, secondo esso, posiam proseguirlo »

 Riguardo alla possibilità di fondare il convento dei Carme­litani a Vilna o in altra località della Lituania, era favorevole il Vescovo latino di Vilna, Benedetto Wojna; anche il Gran Can­celliere di Lituania dava il suo appoggio al Metropolita, come dice il P. Paolo Simone: — « ... Scrissi a V.R. alla lunga del stato... di questo Regno et provintie in quanto alla fede, e Religione, il frutto che si faria fondando in queste parti, e la commodità che vì è di fondarvi, massime dimandando il Gran Cancelliere fondazione dei Padri al quale credo faria bene che V.R. scrivesse sopra di questo, havendoli io detto che V.R. lo faria, e li facesse scrivere dal Cardinale S. Giorgio col quale professa amicitia, et ha corrispondentia di lettere et al vescovo di Vilna dal Cardinale Aldobrandini... ». Ma pure il Signor Giovanni Velamin Rutski appoggiava presso il Metropolita la opportunità della fondazione dei Carmelitani.

 P. Paolo Simone che si entusiasmava per quella missione e la fondazione a Vilna piuttosto che a Cracovia aveva anche dei dubbi se i padri, non conoscendo la lingua polacca o rute­na, avrebbero potuto far del bene e poi se non ne avrebbe subito danno la loro vita carmelitana. Lo tranquillizza su que­sto duplice argomento il Rutski:  « Il Signor Giovanni Ru­teno », scrive il P. Paolo Simone, « si contenta di frati italiani e spagnoli non potendo haverli che sappino la lengua. Il luo­go di ritirarsi non li mancherà perché vi sono molte selve in Lituania. Egli è rico et ha terre sue; oltre che il Signor Can­celliere di Lituania li ha promesso un luogo ».

 Il 5 maggio del 1605 il Capitolo Generale aveva espresso il suo consenso alla missione per aiutare i Ruteni. La risposta positiva veniva spedita al Metropolita negli ultimi giorni di maggio o nei primi di giugno. Ma fino al 1 settembre o no­vembre del 1605, non si fece nulla a proposito. Perciò il P. Paolo Simone faceva pressione scrivendo una lettera il 1 di settembre o novembre, cioè prima di partire definitivamente per Moscovita.

   Appena fu eletto il Papa Paolo V, il Metropolita Potsiej, probabilmente mosso da questi e simili fatti, gli inviò le sue congratulazioni per l’elezione al trono pontificio, ricordando la promessa dei Carmelitani e chiedendo il suo appoggio in que­sta impresa.

   Il Metropolita chiedeva che i Carmelitani venissero in Lituania per evangelizzare il popolo Ruteno e unirlo alla Chiesa di Roma.

    Dalle lettere del P. Paolo Simone di Gesù Maria, possiamo conoscere il suo grande entusiasmo per la “Missio ad Ruthenos”.

  La “Missio ad Ruthenos”, secondo il pensiero e i desideri del P. Paolo Simone, doveva comprendere Moscoviti, Ruteni, Greci, scismatici ed eretici: Lituania, Russia, Moscovia. Dopo quel breve soggiorno del 1604 in Moscovia, il Padre tornò mol­to incoraggiato. Comunica i suoi piani al Vescovo di Luck, vuole comunicarli al Cardinale Aldobrandini e specialmente al Metropolita Potsiej. Scrive da Varsavia il 23-1-1605 al P. Pie­tro della Madre di Dio: — « Desideriamo più compagni perché si aprono molte porte per la conversione di questi infedeli e schismatici ».

  In una sua seguente lettera da Varsavia, scritta il 5 di feb­braio del medesimo anno, parlando del corredo dei missionari, osserva che sarà necessario portare dei libri. Logicamente non quelli ordinari, come i Santi Padri, primo per non caricarsi troppo in viaggio, e poi perché questi possono comprarsi a Cracovia, nelle librerie che mantengono il contatto con le libre­rie di Venezia. Ma occorreva portare alcuni libri meno cono­sciuti. «Come il Concilio Fiorentino, Genesio Patriarca Constan­tinopolitano che scrisse de primatu Ecclesiae Romanae, pro­cessione Spiritus Sancti, et contra li greci un opusculo di S. To­maso, contra li stessi et altri che confutino li errori delli Rutheni o Greci, e perché in Lithuania vi sono d’ogni sorte d’heresie, e li tartari i quali sono mahometani. Sarà necessario armarsi di costi con libri i quali non sono comuni ne si ritrovano in ogni luogo ».

    In un’altra relazione soggiunge a proposito: — « Li Ruthe­ni e Moscoviti sono molto curiosi in leger libri e come loro non hanno stampa stimano li libri stampati in Rutheno et li do­mandono. Si faria gran frutto se S. Stà comandasse stampare in Rutheno (sopra citati)... et li facesse stampare qua... Li heretici et Rutheni scismatici sono più diligenti che li Catholici, perché hanno sparso alcuni libri rutheni pieni di molte heresie col che hanno fatto gran danno ». 

  Quando nell’ottobre o nei primi giorni di novembre del 1605, il gruppo dei missionari parte per Moscovia, si unisce a loro il signor Giovanni Velamin Rutski, futuro Metropolita Ruteno. Lo scopo del suo viaggio sono gli affari dell’Unione, come si può dedurre dalle relazioni del P. Paolo Simone. Con tutta probabilità questo viaggio è avvenuto di comune accordo tra i missionari ed il Metropolita, il quale voleva conoscere delle cose in Moscovia e le possibilità di condurla all’Unione. Certamente il Rutski non andò con i Padri come loro inter­prete, infatti ne avevano già due. La sua presenza più che per l’aiuto, fu molto gradita ai Padri. « Mi ha consolato molto in questo viaggio », scrive il P. Paolo Simone, « con le sue virtù, e la bonissima natura, hu­mile, modesto, obedientissimo, penitente, sano... »

 Il P. Paolo Simone stando a Mosca vede, considera e di­scute con gli altri, cioè con il P. Nicolao Czyzowski, gesuita, e il   Signor Giovanni Velamin Rutski, la possibilità e i mezzi per unire alla Chiesa Romana i Ruteni.

 In primo luogo dovrebbero essere riformati i prelati ed altri ecclesiastici, e specialmente i monaci. Senza aver prima riformato loro, non si potrà riformare il popolo e condurlo all’Unione con Roma. L’unico mezzo per questa riforma sareb­be l’arrivo dei religiosi o sacerdoti secolari latini che dovrebbero cambiare il rito, almeno “ad tempus”, e nel vestito si potrebbero adattare al loro uso. Ruteni, Moscoviti, Greci devono mante­nere il loro rito. Ma diamo la parola al P. Paolo Simone: —« Se non si riforma li monachi da quali sempre si cavano li Pre­lati... né la unione di questa Chiesa con la latina sarà mai per­fetta e stabile. Ho discosso alcune volte con questo Reverendo Padre Gesuita e con il Signor Giovanni Velamin, come si pote­riano riformare. E non havevamo trovato mezzo né più sicuro, né più utile, né più sensibile, quanto che Sua Santità mandi Religiosi de altre Religione o sacerdoti secolari con l’abito di S.to Basilio e col rito greco. Li quali seranno bene ricevuti da questi monachi e Prelati...»

 Un altro mezzo, senza il quale l’Unione non poteva proce­dere, erano le scuole per i Ruteni, dirette dai religiosi Ruteni uniti, o da altri religiosi latini che avrebbero accettato il rito greco e l’abito di San Basilio. Per questo i Ruteni non volevano mandare i loro figli dai Gesuiti, preferivano piuttosto che restas­sero ignoranti. 

 Nelle sue relazioni il P. Paolo Simone accenna ancora ad un altro mezzo di grande importanza per l’Unione: Il calenda­rio greco. I latini in quelle zone sono meno numerosi dei Ru­teni, e per evitare di scandalizzarli dovrebbero adattarsi al loro modo di celebrare le feste.            Ecco la missione per aiutare i Ruteni, e i problemi con essa connessi, che si sarebbero posti ai Carmelitani Scalzi, ri­chiesti dal Metropolita Ruteno per evangelizzare il suo popolo. Il  P. Paolo Simone, superiore della missione in Persia, partendo con tutto il gruppo nell’autunno, da Cracovia per Moscovia, sa­peva che quasi contemporaneamente, partivano i Padri per fon­dare un convento a Cracovia. Però non perdeva la speranza dì fondare un’altro convento a Vilna, dove i Padri avrebbero potuto avere maggiori possibilità di lavorare per la salvezza delle anime. Continuava a spedire a Roma sia al Cardinale Aldo­brandini, sia al P. Pietro della Madre di Dio le sue relazioni e lettere, che a volte divenivano un forte richiamo per ottenere aiuto per l’evangelizzazione dei Ruteni.

 Si può porre brevemente la questione come i Carmelitani Scalzi avevano di fatto risposto alla richiesta del Metropolita Potsiej, al suo “pium propositum “. Alcuni sostengono che non hanno fatto niente. Anzi si afferma che la Provincia Carmelitana di Polonia, fondata nel 1605, si opponeva sempre ed era contraria a mandare i suoi religiosi per aiutare la riforma dei Basiliani, nonostante i decreti della S. Sede e le decisioni del Definitorio Generale dei Carmelitani Scalzi. Per provare questa affermazione, viene citata una lettera del 29 febbraio 1623 del Metropolita Rutski, e viene estesa alla richie­sta di Potsiej del 1605. Si deve osservare che Rutski parla di un caso solo, cioè della riforma dei Basiliani che doveva essere fatta dal P. Andrea di Gesù, il quale fu destinato per quell’opera nel 1628, e non della risposta alla richiesta di Potsiej, che riguardava l’evange­lizzazione dei Ruteni. A questa richiesta, i Carmelitani della Provincia di Polonia risposero successivamente e in un modo probabilmente un po’ diverso da quello che desiderava il Potsiej

     
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Updated 06 giu 2003  by OCD General House
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