Se, per individuare gli elementi che compongono la nostra vocazione
carmelitana e per conoscere la maniera adeguata di viverli, non dobbiamo
far altro che guardare alla Santa Madre, questo, a maggior ragione, vale
per la preghiera, centro e peculiarità del carisma teresiano, e quindi
elemento essenziale della nostra esistenza nella Chiesa.
La preghiera è indubbiamente la parola della nostra Santa Madre. Senza
di essa non si spiega né la sua persona né il suo messaggio. E neppure
il Carmelo di oggi. Perché, mentre ci apre l'accesso alla sua vita e
alla sua dottrina, lo studio della preghiera teresiana ci porta a una
comprensione più radicale della nostra vocazione.
Questa è anche la parola che, prima del vivere insieme o della parola
vissuta, l'uomo moderno ha il diritto di aspettarsi da noi che, a causa
di Teresa e in lei, siamo entrati nella coscienza della Chiesa come un
Ordine particolarmente legato alla preghiera, comunità orante
per eccellenza.
Nella Santa Madre si trovano tutti gli elementi che concorrono a formare
un maestro qualificato di preghiera: esperienza ampia e abbondante;
intelligenza profonda della grazia che Dio gli accorda; capacità di
tradurre in parole e di comunicare la propria esperienza. Con
grandissima precisione ella scrive: "Una cosa è ricevere da Dio la
grazia, un'altra conoscere che tipo di grazia sia, e un'altra ancora
saper presentarla e far capire come sia" (V.17,5; cfr. V.12,6;
23,11; 30,4). Tre grazie mistiche che fanno di Teresa una maestra di
preghiera, e nello stesso tempo indicano le parti dello studio sulla
preghiera teresiana: Esperienza - Dottrina - Pedagogia.
1. ESPERIENZA TERESIANA DELLA PREGHIERA
Tutti sappiamo che l'accesso all'esperienza della Santa Madre è il
passaggio obbligato per comprendere la sua parola, il suo messaggio.
Perché l'esperienza è la fonte della sua conoscenza, ed è attraverso
la sua esperienza che ella ha compreso i punti fondamentali della vita
cristiana e l'ha meditata, al fine di illuminare le vie sulle quali
avanza la storia della salvezza personale, della relazione amicale di
ciascuno di noi con Dio.
Solo poche parole per inquadrare questa esperienza in una presentazione
schematica, che ci aiuterà a entrare nella sua parola e nel suo
messaggio.
Primo periodo: la preghiera facile e spontanea: Teresa scopre
la preghiera (cfr. V.1).
Secondo periodo: la preghiera difficile, arida, che va dalla
crisi della adolescenza fino alla conversione definitiva, avvenuta nel
1554 (V.1). La difficoltà che ella sperimenta proviene da una duplice
causa: da una parte, la sua incapacità al ragionamento discorsivo e
l'insubordinazione della immaginazione (V.4,8-9; 9,4); dall'altra la sua
resistenza a entrare nella via dell'amore totale, le contraddizioni
della sua vita. Di questo tempo ella dice: "Sembrava che io
volessi, a tutti i costi, conciliare fra loro questi due opposti - così
ostili l'uno all'altro - quali sono la vita spirituale, le sue gioie, le
sue soddisfazioni e i passatempi sensuali" (V. 7,17). D'altra
parte, dice, voleva restare fedele alla preghiera, ma vivere a suo
piacere (V.13,6). Un dramma autentico nell'anima di Teresa: divisa fra
Dio e le creature. "Al punto, confessa, che non so proprio come sia
riuscita a sopportarla per un mese, e a maggior ragione per tanti
anni" (V. 8,2). Per un anno o più abbandona la preghiera (V.7,11;
19,5). Ella definisce più tardi questo abbandono come la sua "più
grande tentazione" (V.19.10). La sua vita era presa da una grande
depressione morale: "Il periodo in cui l'ho tralasciata (la
preghiera) fu per me peggiore che perdere la vita" (V.19,11). Il
vero guaio è abbandonare la preghiera, dirà con chiaroveggenza
(V.15,3).
Terzo periodo: l'inizio del terzo periodo corrisponde
all'entrata nella vita mistica. Punto di partenza il 1554, anno della
sua conversione definitiva. Incomincia a rompere con le occasioni di
caduta e a dedicarsi seriamente alla preghiera, finché Dio si abbassa
letteralmente fino a lei. Annoterà spesso questa concomitanza.
"Appena ebbi cominciato a fuggire le occasioni e a darmi di più
all'orazione, il Signore prese ad elargirmi le sue grazie, quasi che per
darmele non avesse atteso altro che il mio solo consenso a
riceverle" (V.23,2; cfr, V.19,7; 9,9,-10).
Una lettura attenta della preghiera mistica, in tutte le sue forme e
manifestazioni, ci porterà a scoprire che, al di là e al di sopra dei
fenomeni e delle ripercussioni psicosomatiche, la preghiera mistica è
una comunicazione di Dio, comunicazione personale all'uomo, e da questi
sperimentata, ogni volta a livelli di maggior interiorità, fino a
pervenire alla comunione personale. Risalta chiaramente che la preghiera
mistica per Teresa è una "relazione di persona a persona",
una "relazione di amicizia". Nell'amicizia le persone, gli
amici, assumono un valore di assolutezza. Tutto il resto passa
inevitabilmente in secondo piano.
Così arriviamo al "modo" in cui Teresa visse la preghiera nei
suoi primi passi di "relazione" con Dio.
2. MODO DI ORAZIONE DI TERESA
Poche, ma precise e preziose, sono le testimonianze che noi possediamo
del "modo" o "maniera" di pregare di Teresa.
"Io facevo tutti gli sforzi per vivere con il pensiero di Gesù
Cristo presente in me" (V.4,8). "Ecco qual è stata la mia
maniera di pregare: cercavo di rappresentarmi Gesù Cristo dentro di
me" (V.9,4). Questo modo di orazione riveste un realismo
straordinario nel momento della comunione eucaristica. Parlando di se
stessa in terza persona, confida: "Credendo veramente che il
Signore entrava nella sua povera locanda" (C.34,7). Pregare:
attenzione alla persona di Cristo, e questo nell'intimo dell'anima, che
è il luogo dell'incontro personale: Pregare: stare con Lui,
"considerare" o "rappresentarsi", cioè rivivere,
rendere attuale la presenza. "Io restavo là con Lui" (V.9,4).
Unirsi alla persona. Quando tradurrà la sua esperienza in insegnamento,
ella non dovrà far altro che cambiare il soggetto: "stare vicino a
Lui" (V.13,22). Di questo modo di comportarsi nell'orazione - più
tardi la chiamerà "orazione di raccoglimento" - affermerà
nel Cammino: "Non ho mai saputo che cosa fosse pregare con
gusto, finché il Signore non mi ha insegnato questo modo"
(C.29,7). Ne diventerà l'apostolo infaticabile, con una convinzione
originata e sostenuta da una ricca e grande esperienza. Ridurrà a
sistema questa dottrina nel Cammino 26-29.
La sua personale esperienza dell'orazione la porta a equiparare
'l'orazione = perfezione'. Poiché è un "rapporto di
amicizia", l'orazione concerne la vita intera. L'orazione-amicizia
è totalitaria e assorbente. Pregare è scegliere Dio come amico. Teresa
ha trovato la spiegazione della sua crisi e il modo per risolverla,
quando scrive: "Se vi avessi ricambiato con un po' dell'amore che
Voi cominciavate a mostrarmi, non avrei potuto darlo che a Voi, e questo
sarebbe stato il rimedio di tutto". (V.4,4). Pregare è "voler
essere servi dell'amore" e "seguire nel cammino dell'orazione
Colui che tanto ci ha amati" (V.11,1). Vivere per l'Altro, per
l'Amico. "Siccome vi siete collocate ad uno stadio così alto qual
è quello di voler trattare da sole a solo con Dio, disertando i
passatempi del mondo, che Sua Maestà ci guidi per dove vorrà, noi non
ci apparteniamo più, noi siamo suoi" (V.11,12). La vita segue
l'andamento della orazione. E l'orazione segue l'andamento della vita.
Noi siamo ciò che è la nostra orazione, ossia ciò che è la nostra
amicizia con Dio. Perché pregare è "scambiarsi l'amicizia",
realizzare e approfondire le relazioni amicali con Dio.
3. MESSAGGIO TERESIANO DELL'ORAZIONE
Dalla sua esperienza dell'orazione, Teresa è passata a proclamare il
suo messaggio. Pregare è "avere un rapporto di amicizia",
intrattenersi spesso, sole e solo, con Chi sappiamo che ci ama (V.8,5).
Assieme alle enormi risonanze bibliche di questa definizione teresiana e
alla rivoluzione che suppone nella storia della spiritualità, si vuole
richiamare l'attenzione al fatto, del resto evidente, che la forza della
concezione teresiana dell'orazione spinge le persone che vivono una
relazione di amicizia le une verso le altre. La definizione teresiana
sottolinea che, pregare è attendere alla Persona, a partire dalla
propria persona: accoglienza e donazione, ascolto e comunicazione.
"Scambio".
Quando nel Cammino ella si domanderà espressamente: in che
cosa consiste l'orazione mentale? (C.22), non riprenderà la definizione
data nella vita; ma, in modo rivelatore, dirà alla fine del capitolo:
"l'orazione mentale, figlie mie, è capire queste verità".
Una lettura attenta del capitolo ci farà scoprire che "queste
verità", non sono verità astratte. Sono "le verità" di
Dio e dell'uomo: Scoperta orientata verso l'incontro esistenziale,
"conformare la mia natura alla Sua" (ibid.7).
Teresa vuole che tutta l'attenzione di chi prega, sia incentrata sulla
Persona divina. "Guardare" la Persona. "Io non vi domando
che di guardarlo" (C,26,3). "Rammentare, nel riposo
dell'intelletto, che Egli ci guarda" (V.13,22). Poco importa ciò
che Gli si dice o come lo si dice. Ciò che interessa è che si resti
con Lui. L'atto di presenza.
Attenzione alla Persona, diremmo noi. E con una sfumatura molto
teresiana: attenzione all'amore che Dio ci porta. Questo amore si pone
come elemento della definizione: "Con Chi sappiamo che ci
ama". Teresa annoterà con cura, che la prima lezione di Cristo,
Maestro di orazione, è l'amore che ci porta: "dalla prima (parola
del Pater Noster) voi comprenderete l'amore che Egli ha per voi"
(C.26,11). Sapersi amati. E' questo il punto di partenza per una
risposta d'amore: l'amore attira l'amore (V.22,4). Di conseguenza, in
tutte le cose bisogna considerare l'amore che Dio ci porta: "Tutto
quello che vi inciterà ad amare di più, fatelo" (4 M. 1,7).
Incontro nell'amore, ecco cos'è l'orazione. È incontro nella verità:
la verità di Dio e la nostra verità. Nell'orazione Dio si svela a noi,
ci mostra la sua verità: che Egli ci ama, che dona e si dona. "Dio
è amico del dare". "Egli non si stanca di dare", e ciò
"senza limiti". Egli cerca qualcuno a cui donare". Questo
è il Dio che Teresa ha scoperto nell'orazione. La conoscenza di
qualcuno - anche di Dio - si ottiene solamente per mezzo del rapporto
amicale con lui.
È scoperta anche di noi stessi. Pregare è "entrare nell'intimo di
se stessi". "Conoscerci": la nostra ricchezza, la nostra
miseria, il nostro stato morale: Noi siamo un "palazzo di diamante
o di purissimo cristallo". La nostra grande capacità, dignità,
bellezza. Queste sono le prime parole di Teresa che leggiamo all'inizio
del Castello. "Noi possiamo conversare nientemeno che con
Dio" (1M. 1,6).
L'orazione ci svela anche la nostra situazione morale. Conoscenza di
sé, di cui ella dice che "nella orazione vedeva il triste cammino
che percorreva" (V.19,12): "nell'orazione io comprendevo
meglio le mie colpe" (V.7,17).
Incontro personale, l'orazione è anche incontro
"trasformante". L'orazione genera uomini nuovi.
"Scambiarsi l'amicizia" significa rafforzare e consolidare
l'amicizia. E' questa la tesi che la Santa Madre difende in tutte le sue
opere. L'Autobiografia sostiene la tesi che l'orazione ci
trasforma. E per comprovare questa affermazione, Teresa ci racconta la
sua vita, che è il frutto dell'orazione. La struttura interna
dell'opera risponde a questa tesi. Il Cammino ritorna su questo
soggetto: l'orazione = cammino di perfezione; e le Mansioni
presentano l'orazione come un movimento di interiorizzazione, di
avvicinamento al centro di noi stessi, dove vive Dio. Approfondire i
rapporti con Lui.
L'orazione migliore sarà sempre quella che rinnova di più la vita:
"Io non desidero alcun'altra orazione, che quella che mi fa
crescere in virtù. Questa sì è l'orazione vera! Non quei certi gusti
che non fanno altro che soddisfarci e niente di più" (Lettera al
P.Graziano, 23.10.76; 133,8).
Di conseguenza, è sufficiente osservare la vita, per discernere la vera
orazione. Anche quando si tratta dell'orazione mistica: "è dagli
effetti e dalle opere che seguono, che si riconosce la verità di questa
orazione: infatti per provarla non c'è crogiolo migliore" (4M.
2,8; cfr.6M 8,10; CC.53, 16).
In concreto, per discernere la verità dell'orazione, basta osservare la
vita: "Volete, figlie mie, conoscere il vostro grado di
avanzamento? Che ciascuna di voi guardi se si considera come la più
disprezzabile di tutte (...) e non se ha più consolazioni spirituali
nell'orazione, più estasi, più visioni e altri favori del Signore. Per
conoscere il valore di questi beni, bisogna aspettare il mondo di
là" (C.18,7).
Poiché è incontro di amicizia, l'orazione resta essenzialmente aperta
alla crescita e allo sviluppo. L'orazione non è qualcosa di compiuto.
L'orazione è una realtà viva, dinamica, in costante progresso.
E' molto importante mettere in evidenza questa dinamica dell'orazione,
per non ostacolare, ma aiutare invece positivamente l'orazione della
persona in ogni tappa del cammino.
La Santa Madre ha parlato del dinamismo dell'orazione con il linguaggio
immaginoso delle comparazioni: i diversi modi di irrigare il giardino,
nella Autobiografia; i diversi gradi di comunicazione nella
vicenda delle relazioni personali fra Dio e l'uomo, nel Castello.
Nei due paragoni si vede come una progressività nella descrizione dei
due protagonisti: Dio e l'uomo. Cresce l'attività di Dio e,
parallelamente, cresce la passività dell'uomo. Nella Vita, la
Santa dice che il lavoro del giardiniere (= uomo) a volte è meno
intenso, e tuttavia il frutto è migliore. Nelle Mansioni, il
fatto di presentare la orazione come un movimento di interiorizzazione,
mette ancor più in evidenza i gradi nei quali si situa questo incontro:
Dio e l'uomo si incontrano a dei livelli sempre più intimi e profondi.
(Questo significano le diverse mansioni).
L'orazione mistica è il "campo" per eccellenza" del
magistero teresiano. Ella tenta di colmare una lacuna esistente nei
trattati di orazione (1M 2,7; V.14,7). In altri termini, afferma la cosa
più importante di questo rapporto di amicizia, che abitualmente passa
sotto silenzio: cioè che Dio opera. Egli è l'agente principale.
E così portare l'uomo ad un atteggiamento di passività-attiva, di
ascolto ricettivo. L'orazione per Teresa è fondamentalmente, da parte
dell'uomo, tempo di ascolto, tempo della manifestazione di Dio.
Epifania, svelamento. E' quanto fa vedere il paragone che serve da trama
all'esposizione del Cammino: Cristo - Maestro, l'uomo -
discepolo. Con esso indica l'atteggiamento che consentirà all'uomo di
accedere alla città della orazione, quando scrive: "Avvicinatevi
dunque a questo Maestro, ben decise ad imparare ciò che Egli vi
insegna" (C.26,11). Dio-Cristo "ammaestra" nell'orazione
"colui che vuole accogliere il suo insegnamento nell'orazione"
(C.6,3; cfr.2M 1,3; 4,3; V.16,1; C.28,3...).
Quando si colloca l'orazione a questo livello di incontro
interpersonale, di mutuo amore, allora si trova la soluzione radicale a
un "problema" che ha sempre una fondamentale importanza nella
"prassi" dell'orazione: le distrazioni e l'aridità. Teresa
non si stanca di dirci che, le distrazioni e l'aridità non impediscono
l'atto dell'orazione, anche se lo rendono certamente più difficile.
L'orazione non è una questione psicologica, ma teologale. A più
riprese, ella afferma che l'uomo può "essere" con Dio
"anche quando ha mille preoccupazioni inquietanti e pensieri
mondani" (V.8,6), "anche se è impossibile avere un buon
pensiero, non si disperino" (V.22,11; cfr. 2M. 1,9). E' per questo
che consiglia di "non far caso dei cattivi pensieri" (V.
11,11). Non è bene "lasciarci disturbare dai nostri pensieri, né
dar loro importanza" (4M. 1,11). Iniziando dal n.7, tutto questo
capitolo è straordinario.
4. CRISTO NELL'ORAZIONE TERESIANA
Ogni trattazione sull'orazione teresiana non può che mettere in
evidenza la dimensione cristocentrica di questa orazione. Cristo non è
un tema. Egli è la Presenza obbligata, inevitabile, in tutto il
cammino.
L'orazione di Teresa è sempre stata centrata su Cristo, dal principio
alla fine (cfr. V.4,8; 9,4). Cristo - UOMO (ibid.6). Ella ci dice della
sua abitudine "di rallegrarsi della compagnia di questo
Signore" (V.22,4), e che "in tutta la sua vita era stata molto
devota di Cristo" (ibid.).
Consiglierà ai principianti di "immaginarsi d'essere alla presenza
di Cristo; di imparare ad innamorarsi profondamente della sua sacra
Umanità, e vivere alla sua presenza" (V.12,2), considerando
"progrediti coloro che si sforzano di vivere in questa preziosa
compagnia" (ibid.); mentre esorta a non trascurare "troppo
spesso la Passione e la Vita di Cristo, da cui ci sono venuti e ci
vengono tutti i beni" (V.13,13).
L'orazione mistica conferma questo orientamento cristologico
dell'orazione teresiana (6M. 8,1). E' perché prende parte, con la forza
e la convinzione della sua esperienza, alla disputa sulla presenza
dell'Umanità di Cristo in tutto il processo spirituale, che Teresa
afferma che questa Umanità di Cristo è il cammino e la porta di ogni
bene, e per quanto la riguarda, lei "non vuole alcun bene, eccetto
quelli che le vengono da Colui dal Quale sono venuti tutti i beni"
(6M. 7,15).
L'orientamento cristologico dell'orazione teresiana fu definitivamente
confermato da un fatto decisivo: Cristo le si presentò come "il
libro vivente" o veritiero, dove s'impara "tutto quello che è
necessario sapere e fare" (V.26,6). E una serie di grazie mistiche
(visioni, parole, ecc...), che hanno Cristo per oggetto, porterà a
compimento questa scelta. Cristo la introdurrà nel matrimonio
spirituale e nel mistero trinitario (7M. 1,7; 2,1).
Dal "fissare i nostri sguardi su Cristo" (1M. 2,11) fino
all'apparizione del Signore nel centro dell'anima (7M. 2,3), l'orazione
si sviluppa come una manifestazione di Dio e dell'uomo in Cristo, un
incontro cristificante: "Camminiamo insieme..." (C.26,6).
5. PEDAGOGIA TERESIANA DELL'ORAZIONE
L'orazione si impara con la pratica. Di conseguenza, la preoccupazione
principale di Teresa è di insegnare a pregare, di disporre e di
ordinare gli elementi che compongono colui che prega.
L'orazione è un dono. Ma accordato ad un uomo libero. Questo significa
che, come ogni seme, l'orazione ha bisogno di un terreno e di cure, per
il suo sviluppo e la sua fioritura.
Il Cammino è il libro per eccellenza dell'orazione teresiana.
Lo schema interno dell'opera manifesta l'intenzione dell'autrice.
Indugia nella esposizione delle "cose necessarie", che devono
acquistare coloro che "vogliono seguire il cammino
dell'orazione". Conosce l'ansia delle sue lettrici di sentirla
parlare dell'orazione. Tuttavia ritarda nell'affrontare l'esposizione
diretta (cfr. C.16,1; 17,1; 20,1; 21,1).
Teresa è categorica: nessuno può essere contemplativo senza queste
virtù: la carità, il distacco e l'umiltà. Se qualcuno lo pensasse, si
ingannerebbe assai. Al contrario, chi le pratica "avanzerà molto
nel servizio del Signore", anche se non è un contemplativo puro,
anche se la sua orazione è povera e non raggiunge le orazioni mistiche.
Come si può presentare la pedagogia della Santa Madre?
Ci sembra di poter dire che per lei, insegnare a pregare è insegnare a
vivere. O, semplicemente, ad essere. Non si tratta di insegnare una
tecnica - almeno non proprio e non in primo luogo,- ma di rifare l'uomo
dall'interno. Costruire colui che prega, prendersi cura della persona
che si dà all'orazione. Teresa si mostra estremamente conseguente con i
suoi propositi e logica con la sua definizione dell'orazione:
"rapporto di amicizia", una opzione radicale e totalitaria per
Dio. Così, le tre "cose necessarie" mirano direttamente a
promuovere qualche comportamento che si opponga radicalmente all'uomo
del peccato, perfezionando l'uomo nuovo, l'amico di Dio.
Egocentrismo Carità Verginità
Possesso Distacco Povertà
Orgoglio Umiltà Obbedienza.
Possiamo formulare con le stesse parole della Santa lo scopo che
persegue la sua pedagogia: "Non sarete dunque molto sorprese, se in
questo libro ho insistito tanto perché vi sforziate di ottenere questa
libertà" (C.19,4). Libertà che è donazione totale: "Tutti
gli avvisi che troverete in questo libro, tendono a questo scopo, darci
interamente al Creatore e a Lui rimettere la nostra volontà"
(C.32,9; cfr. 28,12). E' il primo avviso con il quale ella comincia il
piccolo trattato dell'orazione: "Se non ci consegnamo interamente,
il tesoro dell'orazione non ci sarà dato" (V.11,1-4).
Una presentazione particolare delle "cose necessarie",
sconfina di molto dai limiti del nostro studio. E' sufficiente dire che:
con l'appello alla carità, Teresa vuole che l'uomo impari a trattare
con i suoi fratelli, a essere amico, a offrirsi agli altri, per poter
aver poi il suo "rapporto" con Dio; con il distacco da tutte
le cose create o la libertà, la Maestra di orazione ci esorta a rompere
gli ormeggi, a controllare l' "appetito" del possesso, e a
liberarci da tutto; con la umiltà, ella ci insegna ad accettare Dio
come protagonista della nostra vita, a lasciarci condurre da Lui, senza
volergli imporre o "consigliare" la strada sulla quale deve
condurci.
In consonanza con queste "cose necessarie", la Santa ci ha
parlato molto della "ferma decisione - determinada
determinaciòn". E' un punto centrale della sua pedagogia. Ferma
determinazione contro i timori esterni, contro certi teologi che dicono
"che l'orazione mentale non è necessaria; e anche contro le
indolenze e le stanchezze interne; le resistenze ad entrare nel cammino
dell'amore, perché noi siamo avari; ci si affretta a fare a Dio il dono
totale di noi stessi (V,11,1), ma "dopo un primo slancio generoso,
ci mostriamo tanto avari" (C.32,5).
Che cosa intende la Santa Madre per ferma determinazione? Uno slancio
di tutto l'essere verso Colui che ci libera da noi stessi e ci converte
a Sé. Determinarsi è convertirsi a Lui. Implica cioè un atteggiamento
d'amore puro, d'amore gratuito. Già ai principianti nella via
dell'orazione, dà questa consegna: "l'intenzione (di chi comincia)
non dev'essere di accontentare se stesso, ma di contentare Lui"
(V.11,10).
E questo si traduce concretamente in sopportare con animo virile,
senza drammatizzare egoisticamente, la croce della aridità: l'orazione
difficile. Personalizzando - ciò a cui la Santa è grandemente portata
- "determinarsi" è: aiutare Cristo a portare la croce,
"non lasciarlo cadere sotto la croce". Questa è la risposta
ad una domanda molto seria, con la quale espone l'orazione dei
principianti: "Che farà colui che da molti giorni non prova altro
che aridità, fastidio, ripugnanza estrema nell'andare ad attingere
acqua?". Ella risponde: "dovrà rallegrarsi, consolarsi, e se
Egli (Dio) lo vuole, anche senza salario, prendersi cura di ciò che gli
è stato raccomandato; che Lo aiuti a portare la croce; che prenda la
decisione di non lasciar cadere Cristo sotto la croce" (V.11,10).
Nei capitoli seguenti, ella dirà loro di nuovo: "è un grande
impegno per le anime che cominciano nell'orazione, il distaccarsi da
ogni sorta di soddisfazione, mettersi risolutamente ad aiutare Cristo a
portare la sua croce, come buoni cavalieri che, senza paga, vogliono
servire il loro re" (V.15,11). Consiglierà alle sue figlie questo
atteggiamento di puro amore: "Prendete, figlie mie, la vostra parte
di questa croce, poco importa se i giudei vi insultano, se voi alleviate
la sua pena" (C.26,7). Questo sarà l'impegno, quello sostanziale;
tutto il resto è accidentale. "Abbracciate la croce che il vostro
Sposo ha portato, e comprendete che qui sta il vostro impegno: il resto
non è che accessorio" (2M. 1,7).
La ferma determinazione deve essere radicale (V.11,1-4), irrevocabile
(C.20,2; 23,1-2), perseverante (2M. 1,6). In una parola, deve mettere
l'uomo sul piano di Dio: affinché l'amicizia duri e l'amore sia vero,
le condizioni tra i due devono essere parificate (V.8,5). Dio aspetta
solamente questa determinazione (V.11,1; 12,3; 3M. 1,7).
Assieme a questi presupposti o inizi dell'orazione, che potremmo ben
chiamare teologali, esigenze intrinseche dell'orazione-amicizia, Teresa
insiste su altri elementi, non meno importanti. Noi li chiameremo
presupposti psicologici. Con essi si mette in rilievo la solitudine.
Essa è come un elemento integrante nella definizione dell'orazione:
"intrattenersi sola con il solo". L'amicizia - e l'orazione è
la versione divina dell'amicizia umana, "a lo divino" -
l'amicizia cerca l'atmosfera della solitudine e crea la solitudine.
Veramente ogni preghiera è un 'sola a solo' con Dio.
Educarci alla solitudine: essa è necessaria per arrivare ad essere
degli oranti, per essere persona. E' necessaria per fissare le
esperienze e scoprire gli aspetti della realtà che ci sfuggono. E'
necessaria per lo sviluppo di tutte le dimensioni dell'essere. La
solitudine è per "l'ascolto", per arrivare agli strati del
nostro "io" che di solito ci sfuggono e che non si sfruttano,
perché non li conosciamo. La solitudine ci permette di sapere con chi
siamo. Solitudine abitata. "Poiché voi siete sole, cercate una
compagnia. Ce n'è una di migliore di quella dello stesso Maestro che ha
insegnato la preghiera che state facendo?". (C.26,1). Orazione sola
con il solo, non vuol dire fuggire qualcuno, ma andare verso qualcuno.
Essa non è assenza, ma presenza.
Il legame tra orazione e solitudine è così intimo, che Teresa lo
usò come criterio di discernimento dell'orazione: "questo
desiderio (della solitudine) è continuo presso le anime che amano Dio
veramente" (F.5,15). Si vede la crescita nell'orazione, a misura
che cresce il desiderio della solitudine.
Solitudine materiale: di questa ella dice che "abituarci alla
solitudine è una grande cosa per l'orazione" (C.4,9). Si rifà
alla pratica e all'insegnamento di Gesù: "Voi sapete già che Sua
Maestà ci insegna a pregare nella solitudine, come faceva sempre Lui
stesso" (C.24,4).
Solitudine spirituale: solitudine degli "amori" e presenze che
inquinano alla radice l'incontro con Lui. La solitudine spirituale è
attenzione seria, gravitazione amorosa attorno all'amico, presenza di
tutto l'essere a Lui. Essa arriva al culmine quando "non ci si
allontana più da questo centro". L' "essenziale" e la
"cosa migliore" per l'uomo "è di essere sempre con
Lui". La solitudine spirituale è interiorizzazione (7M 1,11; 2,5).
La Santa raccomanda pertanto "di cercare l'amicizia e la compagnia
di altre persone che si danno anch'esse all'orazione".
"Orazione partecipata" (V.7,20-22; C.20,4). Il rapporto
amicale con coloro che pregano - al primo posto, i membri della propria
comunità - salvaguarda e fortifica l'orazione personale, educa
all'orazione.
Teresa ci parla di un gruppo eterogeneamente composto (V.16,7) e di una
Comunità orante stabile, che hanno scambi sulla orazione, e che non
devono perdere la propria identità davanti agli altri (C.20,4-6).
Ella assegna al gruppo un valore straordinario nella promozione, nel
mantenimento e nell'esigenza dell'orazione: "il solo rimedio che
può trovare un'anima, è il rapporto con gli amici di Dio"
(V.23,4), cioè con persone di orazione. "E' una grande cosa
frequentare coloro che parlano di questo" (2M. 1,6). Teresa si
rallegra molto di una consuetudine delle sorelle: "allorché noi
siamo tutte riunite, mi capita qualche volta di provare una gioia
particolare nel vedere le sorelle manifestare la loro contentezza
interiore e gareggiare nelle lodi a Nostro Signore" (6M. 6,12).
L'importanza che ella attribuisce al "maestro di orazione", è
in relazione con questo . E' convinta che, senza di lui - "un
maestro saggio e sperimentato", - sarà impossibile progredire
nell'orazione personale. Si lamenta di non averne di tanto buoni, come
ella vorrebbe. E il suo insegnamento cerca appunto di supplire in
qualche modo a questa possibile lacuna.
CONCLUSIONE
L'orazione, secondo Teresa, definisce e abbraccia tutta la vita
spirituale. Interrogarsi su di essa, vuol dire interrogarsi su ciò che
ci caratterizza e ci identifica nella comunità ecclesiale.
QUESTIONARIO
Alla luce dell'esperienza teresiana sulle difficoltà personali
nell'orazione,
1 Quali ha sperimentato più vivamente nella sua?
e tenendo presente il "suo modo di procedere
nell'orazione", e che ci propone più dettagliatamente nel Cammino,
capitoli 26-29,
2 Come e fino a dove le è servito nella sua preghiera personale?
Sapendo che l'orazione: "il tratto di amicizia con Dio", è
qualche cosa di vivo, in continuo progresso,
3 Quale tratto dell'orazione, nelle sue varie tappe, giudica
più illuminante oggi per discernere la sua?
Nella pedagogia dell'orazione che in modo particolare la Santa Madre ci
offre nel Cammino,
4 Quale importanza dà alla impostazione teresiana per formarsi
alla relazione fraterna, nella libertà e nella verità?
5 Cosa le sembra essere maggiormente originale della pedagogia
teresiana? e perché?
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