[News] [Curia]
[Addresses] [Carmelite
sites] [o.c.d.s.]
[Mission] ![]()
++39 (06) 854431 FAX ++39
(06) 85350206
|
SECRETARIATUS GENERALIS PRO MONIALIBUS O.C.D. - ROMAE PROGETTO DI RIFLESSIONE TEOLOGICO SPIRITUALE IL CRISTO VIVO DI SANTA TERESA |
|
| Quello che di più originale c'è nel vangelo di Santa Teresa
lo si trova nella sua dottrina circa la persona e l'essere di Gesù
Cristo. Da questa visione tanto particolare deriveranno la sua
esperienza e i suoi insegnamenti, il suo realismo religioso, come pure
il non aver mai dissociato il quotidiano da ciò che è trascendente.
Teresa è diventata persona e maestra di una nuova spiritualità
nella sua intensa esperienza di Cristo(1).
Nello svolgimento del tema che ci interessa, svilupperemo i seguenti
aspetti: I. ESPERIENZA TERESIANA DI CRISTO Vediamo a grandi linee quanto le sta accadendo. "Quando il Signore si compiace di favorire qualcuno con maggior affetto, gli mostra chiaramente la sua sacratissima Umanità sotto la forma che vuole, come era quando viveva sulla terra a come era dopo la sua resurrezione. E sebbene avvenga con tanta rapidità da fare pensare a un lampo, tuttavia la sua immagine resta impressa nella mente tanto da non poter essere cancellata fino al giorno in cui lo vedrà e ne godrà senza fine" (6 M 9,3). Allude ad una delle tante visioni immaginarie che il Signore le sta donando. Ma gode pure di un altro tipo d'esperienza. Confessa: "Mentre l'anima è in tutt'altri pensieri fuorché in quello di avere tali grazie ... sente vicino nostro Signore, ma senza che lo veda, né con gli occhi del corpo, né con quelli dell'anima ... E intendeva così chiaramente essere Gesù Cristo colui che le appariva, da non poterne dubitare" (6 M 8,2). Parlando della durata di questa presenza affermerà una cosa che non sembra credibile: "Non è come le visioni immaginarie che passano presto: qui durano molti giorni e, alle volte più di un anno" (6 M 8,2)(2). Alle forti impressioni che queste manifestazioni di Cristo lasciavano nel suo essere fa riferimento in molti luoghi. Ricordiamone uno. Dopo aver descritto un'esperienza del Signore molto sublime, commenta ammirata: "Purifica l'anima mirabilmente e sembra togliere quasi ogni forza alla nostra sensualità. È come una grande fiamma che brucia e consuma tutti i desideri della vita" (V 38,18). Prima di terminare l'autobiografia, quando ancora non ha toccato la vetta della sua esperienza, ci descrive le sensazioni che si sono impadronite del suo spirito totalmente ferito da ciò che è divino. "Quello che vedo con gli occhi del corpo non mi sembra che sogno o illusione, e non desidero se non quello che l'anima ha visto, ma, sentendomene lontana, pro vo una pena da morirne" (V 38,6). C'è qui l'autentica Santa Teresa. Con così veementi percezioni si prepara ad iniziare la relazione della sua vita che si divide in due grandi parti e la cui linea divisoria è costituita da un avvenimento cristologico: la sua conversione di fronte ad un'immagine di Cristo "molto piagato". La divisione è fatta in maniera che nella prima parte - capitoli 1/9 - narra il suo lungo cammino alla ricerca di Cristo e, nella seconda, - cc.10/40 - l'iniziativa del Risorto che le va incontro. Che questa divisione appartenga alla struttura basilare del discorso teresiano oggi nessuno lo mette in dubbio, dato che è affermato esplicitamente dagli stessi testi(3). A partire dal capitolo nono inizia un novum nella vita di Teresa: la mistica, in cui viene introdotta grazie all'Umanità di Cristo: "Mentre nel far orazione cercavo di mettermi ai piedi di Gesù Cristo nel modo che ho detto(4), e talvolta nello stesso atto del leggere, mi sentivo invadere d'improvviso da un sentimento così vivo della divina presenza, da non poter in alcun modo dubitare essere Dio in me e io in Lui. Ciò non era in forma di visione, ma credo in quel modo che chiamano mistica teologica" (10,1). Ora, però, riprendiamo l'itinerario storico del lungo cammino di
Teresa alla ricerca di Cristo. Il primo indizio che il Dio di Teresa s'incentra su Gesù Cristo appare nel capitolo terzo dell'autobiografia. Probabilmente il Dio-uomo è emerso nella costellazione dell'anima di Teresa quando lei percepisce il vuoto profondo lasciato dalla rinuncia ad un amore umano che iniziava a spuntare(5). Comunque sia, è un fatto che le conversazioni della giovane Teresa avute presso le Agostiniane di Avila con quella eccellente monaca - Maria de Briceño - circa l'ideale della vita religiosa, insieme alle letture e meditazioni sulla Passione, la portarono ad un cambiamento e all'inclinazione verso la vita religiosa. La sua decisione vocazionale è di per sé già cristologica come è facile dedurre dal seguente testo: "Il demonio mi suggeriva che non avrei potuto sostenere i rigori della religione. A questo mi difendevo col richiamarmi alla mente ciò che il Signore aveva sofferto e che non era certo gran cosa che anche io soffrissi un poco per Lui" (V 3,6)(6). Il tono cristologico è pure presente nella delicata narrazione della sua professione religiosa(7). Sui primi anni della sua vita consacrata e anteriori al suo ingresso nella mistica, disponiamo di una serie di testi che ci rivelano i primi cristologici della sua spiritualità. Ascoltiamola: "Cercavo di tutto per tener presente dentro di me Gesù Cristo, nostro Bene e Signore. Questo era il mio metodo di preghiera: se meditavo una scena della sua vita, cercavo di rappresentarmela nell'anima" (V 4,7)(8). Quando insegna al principiante i gradi dell'orazione, non si stanca di ripetere:"S'immagini di trovarsi innanzi a Gesù Cristo, conversi spesso con Lui e cerchi d'innamorarsi della sua santa Umanità, tenendola sempre presente ..." (V 12, 2)(9). Il tema dell'Umanità di Cristo era il suo punto forte. Benché si mostri tanto aperta e comprensiva sui diversi modi di avvicinarsi alla santità, dopo aver affermato la convenienza di meditare e riflettere sulla realtà intera della creazione, conforme allo stile spirituale di ognuno, aggiunge con accento cristologico inconfondibile: "È una maniera assai utile, purché non si lasci di tornare spesso alla vita e alla passione di Cristo, da cui ci è venuto e ci viene ancora ogni bene" (V 13,13). La sua religiosità in questo periodo rimane fissata in due testi che
riverberano le esperienze conservate nella sua anima. Uno si riferisce a
quel breve spazio di tempo in cui abbandonò il suo metodo di
raffigurarsi il Signore Gesù a causa dei cattivi orientamenti dei suoi
confessori. Afferma con profondo senso di pena: "Sono sempre stata
molto devota di Cristo ... Ma stetti poco in tale opinione: tornavo
sempre al mio costume di ricrearmi con questo dolce Signore" (V
22,4). L'altro passo allude al suo stile di preghiera: "Potevo
pensare a Cristo solamente come uomo" (V 9,6), commenta
laconicamente. Il capitolo nono dell'autobiografia è la chiave per la retta comprensione della vita di Santa Teresa. In esso ci parla di una virata nella sua vita. Era qualcosa che aveva sempre desiderato ma che, nonostante estenuanti sforzi, non era mai riuscita ad ottenere. Qui, davanti ad un'immagine di Cristo, che evidenziava con grande plasticità i dolori della sua Passione, si sentì profondamente commossa. Qualcosa dentro di lei iniziò a crollare, mentre sentiva sorgere dal più profondo di se stessa un totale rinnovamento o, meglio ancora, una ricreazione del proprio essere. Questo fatto ci obbliga ad analizzare - anche se brevemente - la storia teresiana per chiarire meglio la novità che da questo momento inizia a spuntare. Santa Teresa subì, nell'arco della sua esistenza, due conversioni fondamentali. Come è noto, il risvegliarsi della sua coscienza coincide con una marcata tendenza a ciò che è sacro, a ciò che è eterno, al martirio e alla vita di clausura. Questi sentimenti si assopiscono con l'età della pubertà e della scoperta dell'amore umano, anche se, come lei stessa assicura in modo netto, mai si estinse nel suo cuore il rispetto e il timore riverente per Dio. Con la decisione di chiudersi in convento recuperò i bei sentimenti della sua infanzia - sempre così tanto onorati ed esaltati - e ritornò "alla verità di quando ero bambina". Il ritorno alla natura pura dei giorni meravigliosi della sua fanciullezza lo fece per Gesù Cristo che tanto aveva sofferto per lei. Dopo intense esperienze religiose, la sua crescita spirituale fu bloccata a causa dell'affettività che non riusciva ad armonizzarsi con gli imperativi, sempre più rigorosi ed esigenti, della sua coscienza. Non si trattava di deviazioni gravi; la sua piena e totale corrispondenza alla voce di Dio era il problema che l'inquietava. Il danno maggiore le venne dall'amicizia con qualcuno di cui ignoriamo l'identità. Appena ebbe iniziato ad assaporare la gioia dell'amicizia, le apparve Gesù Cristo. "Mi si presentò Cristo con aspetto molto severo - dice tremando -, dandomi a conoscere quanto fosse dispiaciuto. Lo vidi con gli occhi dell'anima, ma più chiaramente con quelli del corpo, e mi rimase così impresso che, nonostante siano trascorsi ventisei anni, mi pare ancora di vederlo. Ne fui così spaventata e confusa che non volevo più vedere la persona con cui stavo parlando" (V 7,6). Così iniziò a soffrire un penoso conflitto interiore: "Posso dire che la mia vita era delle più penose che si possano immaginare, perché né godevo Dio, né mi sentivo contenta con il mondo" (V 8,2). Benché cercasse di dimenticare, pensando che la visione del volto di Cristo fosse stata un'allucinazione, non riusciva a spegnere quello sguardo oltraggiato che reclamava il suo amore. Cristo entrava nell'intimo dell'affettività di Teresa la cui crisi, benché non fosse solamente affettiva, tuttavia passava principalmente per qui. Questa è la ragione per cui nel momento della sua conversione definitiva si vedrà obbligata a scrivere: "Quelle parole si avverarono esattamente, perché da allora in poi non ho più potuto avere consolazione, amicizia ed amore speciale se non con persone che vedevo amare e servire Iddio" (V 24,5). Si trovava in questa situazione quando un giorno, vedendo quella
immagine di Cristo, si sentì profondamente afflitta. Il volto e il
corpo di Cristo sfigurati dai flagelli e dagli scherni mostravano
chiaramente il prezzo dell'amore e la tragedia della grazia. "Mi
sentii tutta commuovere nel vederla... ebbi tal dolore al pensiero
dell'ingratitudine con cui rispondevo a quelle piaghe, che parve che mi
si spezzasse il cuore" (V 9,1). Lo sguardo supplice del Signore
finiva col cambiare l'anima di Santa Teresa. Poco dopo, appena si
ricordava di Cristo, quando sperimentava Dio, si trovava subito immersa
in Lui(10). Così culminava - in Cristo
- la prima parte della sua historia salutis. Non è necessario
aggiungere che nella mente della sua autrice la narrazione antecedente
si incamminava verso questo punto. "Dopo due anni di continue preghiere, fatte sia da parte mia che da parte di altre persone, per ottenere che Dio mi guidasse per un'altra via o mi mostrasse la verità, perché continuava a parlarmi molto spesso, mi accadde questo: nella festa del glorioso S.Pietro, mentre ero in orazione, vidi o, per meglio dire, sentii vicino a me Gesù Cristo. Dico così perché non vidi nulla, né con gli occhi del corpo né con quelli dell'anima. Ma compresi - così almeno mi parve - che chi parlava era Lui" (V 27,2). Così Santa Teresa inizia la narrazione dei suoi numerosi incontri pasquali. La visione che abbiamo appena riportato è qualificata dall'autrice come "intellettuale". La presenza di Cristo le si imponeva in maniera tale che era più forte di lei stessa. Presto irromperanno le visioni immaginarie in cui non solo capterà la presenza ma anche la figura: "Un giorno, mentre ero in orazione, il Signore si degnò mostrarmi le sole sue mani: erano così belle che non so come descriverle ... Di lì a pochi giorni vidi il suo volto divino e ne rimasi completamente rapita" (V 28,1). In seguito il Signore le si manifesterà più pienamente: "Un giorno, nella festa di S.Paolo, mentre assistevo alla Messa, mi apparve tutta intera l'Umanità di Gesù Cristo" (V 28,3). Seguire tutto l'itinerario delle sue visioni è impresa impossibile(11). Abbiamo già fatto allusione al particolare che alcune di esse raggiungevano la durata di un anno. Ma vanno ancor più crescendo in intensità e si fanno sempre più sublimi. Scrive nelle Settime Mansioni: "Si direbbe che per quella persona non fosse una novità, perché il Signore le si era mostrato così varie volte. Ma allora lo fece in tal modo da lasciarla fuori di sé e piena di spavento ... Perché dovete sapere che c'è molta differenza tra le passate visioni e quelle di questa mansione" (7 M 2,2). Nel caso di Teresa i fenomeni mistici non sono avvenimenti marginali, ma entrano a far parte del nucleo della sua religiosità; per questo motivo entrambe le realtà si sincronizzano. Il deprezzamento o l'occultamento di queste esperienze comporta una incomprensione della nostra autrice. Senza riferimento a Cristo è impossibile svelare il mistero di Teresa. Incapace di raccogliere le innumerevoli volte in cui vide il Signore, ce le ha sintetizzate in formule sacre in cui condensa magistralmente le sue inesprimibili esperienze, che possono paragonarsi ai famosi sommari del libro degli Atti. Dice in una di esse: "In via generale, il Signore mi si faceva vedere da risorto, oppure quando mi appariva nell'Ostia. Però qualche volta, volendomi incoraggiare nelle mie tribolazioni, mi si mostrava con le sue piaghe, talvolta in croce, o nell'orto, talora sotto il peso della Croce, raramente con la corona di spine, sempre in conformità dei miei bisogni e di quelli di altre persone. Ma sempre la sua carne appariva glorificata" (V 29,4)(12). L'effetto di così intensi fenomeni ce lo ha lasciato descritto in alcune righe: "La visione di Gesù Cristo m'impresse nell'anima la sua incomparabile bellezza che ancor oggi ho presente. A ciò sarebbe bastato vederlo una sola volta; a maggior ragione dopo averlo visto tante volte, come il Signore ha voluto" (V 37,4). Quando scriveva questo non aveva ancora scalato le cime delle settime mansioni, dove le esperienze di Cristo sorpassano di molto le precedenti, come abbiamo appena udito dalla nostra Santa. Così l'io di Teresa si vedeva tridimensionato dalla bellezza del Risorto. A partire da questa commozione lirica dell'Umanità di Gesù parlerà sempre Santa Teresa. Le esperienze e le percezioni di Cristo erano ogni volta più indescrivibili. Teresa aveva sempre anelato di poter rappresentarsi il Signore dentro di sé, cosa che non le riusciva nonostante che ponesse in ciò un continuo sforzo. Alla fine del libro della Vita ci narrerà entusiasta il dono di questa grazia. Scrive: "Una volta, mentre recitavo le Ore con la comunità, l'anima mia si senti improvvisamente raccolta, e parve trasformarsi in uno specchio tersissimo, luminoso in ogni parte, al rovescio, ai lati, in alto e in basso. Nel suo centro mi apparve il Signore Gesù Cristo nel modo che sono solita vederlo, parendomi di vederlo in ogni parte della mia anima come di riflesso. E in tanto lo specchio si rifletteva tutto nel Signore per una comunicazione amorosissima che non so dire" (V 40,5). Siamo alla fine dell'autobiografia e in piene seste mansioni, nella realtà spirituale che avvolgeva Teresa mentre stava redigendo gli episodi della sua esistenza. Da queste vette, e solamente da esse, contemplava il panorama della pianura. Una così accresciuta esperienza serviva da preannuncio agli incontri che stava per avere col Signore nelle settime mansioni. In effetti, qui le si rivelerà in forma ancor più sublime e nel più intimo del suo essere. "Il Signore - afferma - appare nel centro dell'anima non per visione immaginaria ma intellettuale - sebbene in un modo più delicato che non in quello già detto - come apparve agli apostoli senza passare per la porta quando disse loro: 'Pax vobis!" (7 M 2,3). In uno di questi incontri avviene la trasformazione in Dio o il matrimonio spirituale con Cristo(13). Oltre a godere delle apparizioni di Cristo, Santa Teresa godette della sua parola. Per un certo tempo notava che le venivano dirette delle parole misteriose, piene di forza e tenerezza, ma ignorava la loro origine. Nelle seste mansioni le identifica come provenienti dalle stesse labbra di Gesù. "Intendeva però chiaramente - scrive - che era questo Signore colui che le parlava molte volte nella maniera che ho detto; perché fin tanto che non le fece questa grazia che dico, mai aveva saputo chi le parlasse, benché intendesse le parole" (6 M 8,2). E ce le descrive così: "Si tratta di certe parole che Egli dice all'anima e che possono essere di diverso genere. Alcune sembra che vengano dal di fuori, altre dall'intimo più segreto dell'anima, altre dalla sua parte superiore, ed altre dall'esterno, in modo da udirle con le orecchie del corpo e da sembrare che siano dette con voce articolata" (6 M 3,1). Esse precedettero le visioni e proseguirono poi lungo tutta la sua esistenza"(14). Benché le parlassero anche le altre persone divine(15),
e alcuni beati, la maggior parte delle volte lo faceva la sacra Umanità(16). II. GESÙ CRISTO E LA NOSTRA VITA SPIRITUALE In entrambi i capitoli inizia chiamando l'attenzione sull'importanza e la trascendenza del tema che sta svolgendo. Già nello stesso titolo del libro della Vita prende le distanze dall'opinione comune quando scrive: "Come l'Umanità di Cristo debba essere il mezzo per la più alta contemplazione" (V 22, tit.). Nelle Mansioni si mostra ancora più energica: "Afferma che si cade in gravissimo errore, per spirituali che si possa essere, quando non si procura di aver sempre innanzi l'Umanità di nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo" (6 M 7, tit.)(17). La spiritualità di quel tempo insegnava che a partire dalla conversione il credente doveva proseguire nella sua maturazione religiosa attraverso l'orazione che, in un primo tempo, si manifestava come meditazione. Tanto questa come l'ascesi avevano come oggetto preferenziale la vita di Cristo. Fin qui non esistevano discordanze tra Teresa e i suoi oppositori. Il problema sorgeva quando giungeva il momento di passare alla mistica. Benché tutti fossero d'accordo che questa fosse totalmente gratuita, la nostra Santa si dissociava da loro in quanto non ammetteva la convenienza di fare una preparazione psicologica dell'atto mistico, rendendo inabile il processo normale delle nostre facoltà e potenze o cercando di lasciar vuoto l'intelletto coll'astrazione da esso, prescindendo, per quanto possibile, dalle immagini e dalle forme corporee(18). Benché il prescindere dal corporeo fosse in alcune circostanze conveniente, quello che in nessuna maniera ammetteva era che in questo venisse inclusa l'Umanità di Cristo. In questo punto lei situava il cuore della polemica. Si distanziava da quegli autori, inoltre, nella preparazione psicologica dell'atto mistico e nel contenuto della mistica, che, secondo Teresa, aveva come oggetto preferenziale l'Umanità di Cristo o, meglio, Cristo Risorto e le altre persone della Trinità, e non l'astrazione e l'incorporeo(19). Inoltre sosteneva che l'accesso alla maturazione cristiana e alla profonda esperienza religiosa - mistica - si collocava esattamente in ciò che gli altri consideravano impedimento: la corporeità di Cristo o la sua Santa Umanità. Seguiamo ora più da vicino lo sviluppo del discorso di Teresa che confessa di aver letto alcuni libri(20) dove si insegnava: "È necessario tenersi lontani da ogni immaginazione corporea per fissarsi unicamente nella Divinità. Dicono che per chi è arrivato a questo punto è d'ostacolo anche l'Umanità di Cristo, la quale sarebbe di imbarazzo o d'impedimento a una contemplazione più perfetta" (V 22,1). Lei stessa aveva seguito per qualche tempo questa opinione(21), verificando che le sue esperienze religiose erano rimaste come atrofizzate o bloccate. Confessa ingenuamente: "Vidi chiaramente che andava male ... il pensiero andava di qua e di là, e l'anima ... come un uccello che svolazzava senza sapere dove posarsi. Perdevo tempo, non progredivo in virtù, non avanzavo nell'orazione" (6 M 7,15). Persuasa che questa fosse una cattiva strada(22), affermerà chiaro e tondo che nessuno riuscirà a convincerla del contrario: "Né nessuno mi farà intendere, per quanto spirituale sia, che è bene camminare per di qui" (6 M 7,12)(23), offrendo come ultimo argomento di questa sua sicurezza qualcosa di inaudito: "Me lo ha detto il Signore" (V 22,6). Questo spiega come lei, quando ha l'opportunità, cerca sempre di difendere il suo punto di vista. Così scrive: "Su questo argomento ho già scritto a lungo in un altro luogo, e benché alcuni mi abbiano fatto opposizione e detto che non me ne intendo ... non mi faranno confessare mai che questo sia un buon cammino ..." (6 M 7,5). Nonostante che alcuni l'accusino di non comprendere il problema(24), resterà salda nella sua convinzione che l'unico mezzo per giungere alla mistica è la Umanità del Signore, pronosticando ai suoi avversari che non riusciranno ad avere un'esperienza così ricca come la sua: "Assicuro, se non altro, che non entreranno mai nelle due ultime mansioni" (6 M 7,6), incolpandoli di ignoranza. "Credo fermamente - afferma con coraggio - che se uno è giunto alla unione e non è arrivato più in su ... crederà che la dottrina di quegli autori sia la migliore, come del resto lo credevo anch'io. Ma se mi fossi attenuta ai loro precetti, credo che non sarei mai giunta dove ora mi trovo, perché essi mi sembrano in inganno" (V 22,2)(25). Il suo pensiero è chiaro: la vita spirituale ha da girare interamente attorno a Gesù Cristo. Già ci siamo riferiti al suo insegnamento per coloro che iniziano: "S'immagino di essere alla presenza di Gesù Cristo, gli parlino e godano di star con Lui senza affaticare l'intelletto" (V 13,11). Subito dopo, estendendo il consiglio a tutti, dice: "Questo modo di aver sempre presente Gesù Cristo giova in ogni stato, ed è un mezzo sicurissimo per farci presto avanzare e passare dal primo al secondo grado d'orazione, mentre negli ultimi gradi serve per metterci al sicuro dai pericoli del demonio" (V 12,3). Difende il fatto che non è corretto impedire l'esercizio delle nostre potenze, né di addormentarle nella contemplazione astratta. "Qui raccomando solo di non pensare, e tanto meno presumere di sospenderlo (l'intelletto) noi, perché se lasciamo di lavorare con l'intelletto, rimaniamo freddi e intontiti" (V 12,5)(26). Fare diversamente le sembra privo di umiltà e pericoloso perché ci obbliga a discernere il momento di abbandonare i modi ascetici per compiere il salto nella mistica(27). A questo proposito scrive: "Ma chi può essere come me, così superbo e miserabile, da non ritenersi per molto ricco e per ben ripagato se in ricompensa della sua vita, sia pur condotta fra ogni genere di fatiche, orazioni, penitenze e persecuzioni, il Signore gli permette di stare ai piedi della croce con San Giovanni? " ( V 22, 5 ) . Lei stessa ha potuto verificare come, purtroppo, alcuni spirituali, dopo molto tempo trascorso in meditazione e raccoglimento, credono di non potersi più trattenere sui misteri di Cristo. Lo spiega perché la compenetrazione con la vita del Maestro è così intensa che rimangono estasiati con qualsiasi circostanza o fatto evangelico senza necessità di andare dall'uno all'altro né trarre conseguenze per la vita; sono giunti alla compenetrazione con la sua persona, a una specie di raccoglimento cristico già acquisito. Ascoltiamo le sue parole: "L'anima comprende questi misteri in modo più elevato. L'intelletto li rappresenta così al vivo e la memoria ne rimane così impressionata che la sola vista del Signore prostrato nell'orto con quel sudore spaventoso, le basta non solo per un'ora, ma per molti giorni" (6 M 7,11). Ma questo è totalmente diverso dal lasciare di raffigurarsi il Signore e la sua vita per buttarsi nella Divinità. Teresa non proibisce la meditazione e la riflessione in altre cose distinte da Gesù, come la creazione, i novissimi ecc.; ma avverte: "Non trascuriamo troppe volte la Passione e la vita di Cristo da cui ci è venuto e ci viene ogni bene" (V 13,13). È certo che gli spirituali a cui fa allusione erano molto cristologici e che non attribuivano a ciò che c'era di umano nel Signore un ostacolo al nostro progresso mistico, ma piuttosto alla nostra debolezza e inclinazione verso ciò che è terreno, per cui dobbiamo passare da ciò che è visibile (Gesù di Nazareth), all'invisibile (il Verbo di Dio). Come vedremo, questa forma di capire la realtà conteneva implicitamente una filosofia le cui radici si trovavano nel neoplatonismo. La nostra Santa non poteva sopportare questa svalutazione indiretta della sacra Umanità di Gesù Cristo. "Non lo posso soffrire" (V 22,1); "è inganno" (V 22,2); "non ricordo mai di questa illusione che ebbi, senza sentirne gran dolore, parendomi di aver consumato un ben grave tradimento, sia pure per ignoranza" (V 22,3); "Oh, quale cattiva strada percorrevo!" (V 22,6)(28); "Ho imparato a mie spese" (6 M 7,5); "Non credete a chi vi dice altra cosa" (6 M 7,5). Il lamento di queste frasi si percepisce ancor con più forza nel capitolo che incomincia il menzionato passaggio delle Mansioni: "Dice quale grande danno ci sia nel non esercitarsi, per quanto spirituale si sia, nel rendere presente l'Umanità del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo". Difende la sua posizione con argomenti biblici(29), della tradizione, adducendo esempi di santi(30), liturgici(31), argomentando sull'intrinsecità della stessa vita cristiana(32), sulla sua propria esperienza(33), e, infine, sulle conseguenze negative che ne deriverebbero, tra cui menziona: l'astrazione o l'ottusità dello spirito " - l'anima per aria - "(34), la perdita dell'esemplarità di Cristo(35), il calo dell'amore verso l'Eucarestia(36), della devozione alla Vergine e ai Santi(37); e la mancanza di umiltà che è la base dello sviluppo spirituale(38). Tutta l'argomentazione precedente la riassume in una verità di esperienza in base alla quale, nella misura in cui s'addentrava nella più alta mistica, la presenza di Cristo cresceva in intensità. Per dimostrare scrive i capitoli 8 e 9 delle seste mansioni. "Perché possiate vedere più chiaramente, sorelle, la verità di quello che vi ho detto e che quanto più un'anima va innanzi, tanto più continua si fa la sua compagnia col buon Gesù, secondo quello che si apprende dalle diverse maniere con cui Egli si comunica alle anime, mostrando l'amore che porta mediante alcune visioni e apparizioni molto ammirabili" (6 M 8,1). Ma la sua convinzione raggiunse il grado supremo quando le fu concessa la grazia del matrimonio spirituale con Gesù Cristo Risorto: questo fatto fu preceduto da altissime esperienze della Trinità; dopo avrà luogo l'ingresso nel mistero Trinitario dove si trova anche la sacra Umanità. L'umano di Cristo non scomparirà mai dall'itinerario religioso di Santa Teresa. Sulla presenza del Signore nell'ultima tappa del vivere cristiano affermerà: "Non bisogna mai lasciare di stare con Cristo Signore Nostro in quella maniera ammirabile dove il divino unito all'umano sono sempre in sua compagnia" (6 M 7,9). III. CRISTOLOGIA TERESIANA E SPIRITUALITÀ Dall'adorazione della realtà umana del Signore passerà all'accettazione piena della corporeità dell'uomo e ciò che questa significa, in opposizione all'angelismo della mistica(39). È qui che bisogna cercare una delle cause del suo realismo. Il rifiuto frontale del neoplatonismo dipende logicamente anche da questa cristologia. In questa prospettiva il cristianesimo più che una mistica diviene un'etica o sequela, anche se alla fine quando sbocca in una mistica del Risorto. Naturalmente tale esperienza non deve essere cercata. La sua visione di Dio è cristica; è un Dio che sorge innanzi tutto dal Vangelo e sa di Cristo. Anche il processo ascensionale fino al mistero divino segue molto da vicino quello del Nuovo Testamento: da Gesù di Nazareth a Dio, e da questi alla Trinità, senza lasciare l'Umanità. Gesù è il bene assoluto di Dio(40); in cui il Padre si compiace e in cui anche tutto l'uomo deve avere, di conseguenza, le sue compiacenze(41). Quando Teresa parla della sacra Umanità quasi sempre sta pensando alla realtà totale di Gesù, non esclusivamente al suo aspetto umano. Da questa grandiosa teologia su Gesù deriva una spiritualità; si potrebbe dire che di qui nasce Teresa stessa. Vediamo a grandi linee le caratteristiche principali della spiritualità teresiana. È essenzialmente cristocentrica(42) e, di conseguenza, evangelica; ancorata nella fede pura senza ricerca alcuna di esperienza mistica, benché ansiosa di compenetrazione con la presenza di Cristo che ci offre la rivelazione, l'Eucarestia e la preghiera. La sua meta è la sequela. È spiritualità aperta e spiritualità del mistero perché, anche se in essa non si mira alla mistica, Santa Teresa confessa che Dio straripa incontenibile in chi gli si offre senza riserve: è convinta che la sequela termina con esperienze ineffabili. È religiosità armonica, che accetta pienamente la corporeità(43), senza favorire nessun dualismo nell'essere umano. Senza dubbio, c'è qui una delle derivazioni più immediate dalla sua comprensione cristica, che integra sia l'umano che il divino di Cristo. Non è necessario ricordare che questo suppone un rifiuto assoluto del neoplatonismo e di concezioni affini. È anche ecclesiale, fortemente personale e rinnovatrice del mistero originario. Ecco in sintesi le note distintive del cristianesimo teresiano che, essendo frutto delle grandi correnti del secolo XVI spagnolo, le oltrepassa opponendosi ad esse in non pochi aspetti di particolare importanza. Sotto determinate prospettive la sua visione si inserisce nell'ambito della così detta "nuova cristologia" più che negli schemi teologici del suo tempo. Sulla sua dottrina non ricade il giudizio severo del noto teologo K.Rahner: "Perfino nella esposizione della mistica cristiana si vede la difficoltà di cristallizzare l'atto religioso originario. La mistica è sempre stata tentata di fare che tutto scompaia nell'atto mistico davanti a Dio e sempre ha poi avuto bisogno di correggere questa prima impostazione panteistica per poter provare che il mistico poteva e doveva occuparsi anche dell'Umanità di Cristo"(44). Come rifiuto ai suoi giorni quelle forme di neoplatonismo che
attraverso l'allora tanto venerato Pseudo-Dionigi avevano invaso le
correnti della spiritualità, così farebbe anche oggi, senza alcun
dubbio, di fronte a quello stile di preghiera orientale - yoga, zen,
ecc. - che incomprensibilmente si è installato in numerosi parti del
cristianesimo. Niente si oppone così fortemente a queste spiritualità
come la dottrina di Santa Teresa il cui cristocentrismo, nel senso
indicato di unione armonica tra umano e divino, è assoluto,
totalizzante, da vertigini. 1. Cf. S.CASTRO, Cristoloqia teresiana,
Madrid, Editorial de Espiritualidad, 1978; IDEM, Ser cristiano
según Santa Teresa, Madrid, Editorial de Espiritualidad, 1981. |

![]()
[
English]
[
Italiano] [
Español] [
Français ] [
Deutsch]
[
] [
]
Updated
31 ott 2005 by
OCD General House
Corso d'Italia, 38 - 00198 Roma - Italia
++39 (06) 854431 FAX ++39
(06) 85350206